
L’isola-prigione, la rivoluzione tradita e il mito del “fallimento” cubano: quando la propaganda ripete sé stessa
L’articolo pubblicato su Linkiesta — e ripreso sui social da Federica Valcauda — descrive Cuba come un’«isola-prigione» ostaggio di una «rivoluzione tradita» e di «miti antichi del potere», dipingendo il Paese come un regime totalitario la cui crisi economica sarebbe il frutto esclusivo di un sistema politico fossilizzato. Tuttavia, liquidare la situazione cubana unicamente attraverso questa chiave di lettura significa ignorare completamente il fattore scatenante che ha strangolato lo sviluppo dell’isola per oltre sessant’anni: l’assedio economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti.
La strategia del blocco e il mito del “fallimento”
Definire lo stato cubano come un fallimento intrinseco, omettendo il peso di una sanzione extraterritoriale globale, è un esercizio di mistificazione. È fin troppo facile — e politicamente comodo — distruggere appositamente un paese con restrizioni implacabili, minacce di intervento e una morsa energetica e finanziaria costante (inasprita da amministrazioni come quella di Trump e sostenuta da figure come Marco Rubio) per poi puntare il dito e dichiarare che il sistema economico è collassato da solo.
- Il blocco economico impedisce l’accesso regolare a carburante, materie prime, tecnologie avanzate e medicinali vitali per la popolazione civile.
- Le pressioni geopolitiche mirano deliberatamente a provocare il collasso sociale per imporre un cambio di regime dall’esterno.
La realtà vissuta: l’amicizia, la ricerca e l’esperienza della Brigata José Martí
La retorica dell’articolo si sgretola di fronte alla realtà che ho toccato con mano durante la mia partecipazione alla Brigata José Martí (2 agosto – 16 agosto 2026), un’esperienza vissuta sul campo che ha fatto seguito anche ai legami di amicizia e alle ospitalità condivise con l’amica e docente Irina Bajini. Mentre si blatera di “isole-prigione” e “dittature mummificate”, Cuba mostra un Paese impegnato in una lotta quotidiana e collettiva per la propria sovranità. La partecipazione alla Brigata non è folklore: è stato un momento di studio profondo del pensiero rivoluzionario e della Filosofia della Liberazione, un’esperienza che conferma come la narrazione occidentale sia terrorizzata dal pensiero di popoli che scelgono la propria strada.
Parlare di Cuba riducendola a una caricatura totalitaria, augurandole un generico e ipocrita «per aspera ad astra», serve solo a indorare la pillola di una politica imperialista che non ha mai smesso di soffocare l’autodeterminazione del popolo cubano. La vera anomalia storica non è la resistenza di un’isola che cerca di sopravvivere, ma la pretesa di un certo giornalismo occidentale di assolvere l’aggressore accusando la vittima di non saper respirare sott’acqua.

