Intervista esclusiva a Majid Seyed Emami, Direttore dell’Istituto di Cultura dell’Iran a Roma
In occasione delle solenni cerimonie religiose che stanno accompagnando il lutto nazionale in Iran, abbiamo chiesto al professor Majid Seyed Emami, Direttore dell’Istituto di Cultura dell’Iran, di aiutarci a comprendere il significato profondo del Tashyi’, il corteo funebre nella tradizione sciita. Attraverso la sua riflessione, fondata sulla teologia imamita e sulla storia dello Sciismo, emerge una lettura che supera la semplice dimensione rituale per assumere un valore spirituale, sociale e civile.
Direttore Emami, in Occidente il funerale viene generalmente percepito come un rito privato di commiato. Nella tradizione sciita sembra invece assumere un significato molto più ampio. Perché?
Il Tashyi’ non rappresenta semplicemente l’accompagnamento della salma di un defunto. Nella dottrina sciita esso costituisce un vero programma educativo, spirituale e sociale. È un momento nel quale la comunità rinnova la propria coesione, riflette sul significato della vita e della morte e riafferma la propria identità religiosa. La sua importanza deriva sia dalla storia stessa dello Sciismo, sia dagli Hadith tramandati dagli Imam, che attribuiscono al corteo funebre un valore straordinario.
Quali sono i fondamenti religiosi che attribuiscono tanta importanza alla partecipazione al funerale?
Le fonti sciite sono estremamente ricche. L’Imam Ja’far al-Sadiq afferma che accompagnare il funerale di un credente rientra tra i diritti fondamentali che ogni fedele deve al proprio fratello nella fede. L’Imam al-Baqir insegna inoltre che il primo dono riservato a chi accompagna il defunto è il perdono dei propri peccati, mentre il Profeta ricorda che ogni passo compiuto durante il corteo viene ricompensato con migliaia di buone azioni. Non si tratta quindi soltanto di un gesto di solidarietà umana, ma di un autentico atto di culto.
Nel suo studio lei definisce il funerale una vera “scuola vivente di escatologia”. Che cosa significa?
Le tradizioni sciite invitano chi partecipa al corteo al silenzio, alla meditazione, alla devozione e alla riflessione sulla propria condizione futura. Il funerale diventa così un’occasione per ricordare il destino dell’uomo e correggere il proprio comportamento. È un’esperienza educativa che coinvolge tanto il singolo quanto l’intera comunità.

Perché il funerale di un sapiente religioso assume un’importanza ancora maggiore?
Perché il sapiente custodisce l’eredità della Profezia, cioè la conoscenza. Le tradizioni riportano che accompagnare il feretro di un ‘Alim equivale simbolicamente ad accompagnare il Profeta stesso. In altri Hadith si narra che settantamila angeli partecipano spiritualmente al funerale di un sapiente, invocando il perdono per lui e per tutti coloro che prendono parte alla cerimonia.
Anche il martire occupa una posizione particolare nella teologia sciita.
Certamente. Il martire è considerato vivo presso Dio, come insegna il Corano. Per questo motivo il suo funerale assume caratteristiche particolari. Le tradizioni raccontano che sono gli angeli stessi ad accompagnarne l’anima. La comunità terrena si unisce così simbolicamente alla dimensione celeste.
Quanto pesa la storia dello Sciismo nella formazione di questa sensibilità religiosa?
Moltissimo. La memoria sciita nasce con il funerale segreto di Fatima Zahra e attraversa tutta la storia degli Imam, molti dei quali non poterono ricevere funerali pubblici a causa delle persecuzioni politiche. Questa esperienza storica ha trasformato il rito funebre in un simbolo di memoria, solidarietà e ricerca della giustizia.
Quindi il funerale diventa anche un elemento di identità collettiva?
Esattamente. Nei secoli gli sciiti, spesso minoranza perseguitata, hanno trovato proprio nel rito funebre un momento di coesione sociale. L’Imam al-Sadiq invitava esplicitamente ad annunciare la morte dei credenti affinché la comunità potesse riunirsi, sostenere la famiglia del defunto e rafforzare i propri legami spirituali.
Lei scrive che il funerale rappresenta un ponte tra questo mondo e l’Aldilà.
È uno dei concetti centrali della teologia sciita. Il Tashyi’ manifesta concretamente la Wilayah, cioè la comunione spirituale tra i credenti, e l’Ukhuwwah, la fratellanza. Non è soltanto il saluto a chi parte, ma un momento nel quale la comunità riafferma i valori della solidarietà, dell’altruismo e della responsabilità reciproca.
Nel suo articolo lei affronta anche il significato del funerale di una Guida religiosa che unisce autorità spirituale e martirio. Qual è il senso teologico di questa riflessione?
Quando il defunto è contemporaneamente un grande sapiente, una Marja’ al-Taqlid e un martire, il significato del funerale raggiunge il suo massimo livello. Nella storia dello Sciismo esistono figure che la memoria collettiva ricorda anzitutto come “Martiri”. In questa prospettiva, la partecipazione popolare assume il valore di una testimonianza religiosa, storica e civile.

Secondo la sua interpretazione, quale messaggio trasmettono le imponenti partecipazioni popolari ai funerali celebrati in Iran?
Dal punto di vista della teologia sciita, queste manifestazioni intendono unire la memoria della sofferenza storica con la continuità della comunità religiosa. Milioni di persone che partecipano al corteo esprimono la volontà di mantenere viva un’identità fondata sulla fede, sulla solidarietà e sul rifiuto dell’oppressione. In questa prospettiva, il corteo funebre non rappresenta soltanto il ricordo di una persona, ma la continuità di una tradizione spirituale che attraversa i secoli.


