L’INCIPIT DI UN INCUBO IDEOLOGICO E LA RIDICOLAGGINE DEI “TEORICI DEL BAR”
Come intellettuale e militante mi trovo ormai quotidianamente costretta a leggere e scorrere, con profondo sconcerto, esternazioni e post di una bassezza teorica disarmante. Post pubblicati da personaggi che si pretendono “di sinistra”, ma le cui argomentazioni rasentano il ridicolo grottesco.
Leggere che il suffragio femminile avrebbe “distrutto la maggioranza maschile”, o che senza il voto alle donne “oggi vivremmo in un Paradiso” dove tutto sarebbe perfetto, farebbe quasi sorridere per la sua sconcertante infantilità, se non nascondesse un veleno politico ben più gravido di conseguenze. Siamo di fronte a un’involuzione caricaturale: sedicenti pensatori che, non avendo mai aperto un libro di storia dei movimenti operai, si improvvisano esegeti del socialismo riducendo la lotta di classe a una sorta di rivendicazione da dopolavoro aziendale per soli uomini.
La recente proliferazione di post in cui si teorizza l’emarginazione della donna, o in cui si giunge persino a definire “fascistissime” le leggi contro il femminicidio accusandole di “abolire le prove”, svela la vera natura di un certo sovra-nazionalismo e social-sciovinismo nostalgico: l’incapacità patologica di concepire la trasformazione sociale al di fuori dei confini di un “club privato” per soli uomini.
ANALISI SOCIOLOGICA E PSICODINAMICA: INFILTRAZIONE REAZIONARIA E RIMOSSO PATRIARCALE
Dal punto di vista strettamente sociologico e politico, questo fenomeno non è casuale né spontaneo. Ci troviamo di fronte a una vera e propria infiltrazione ideologica di matrice reazionaria e di destra, un’operazione culturale (e potenzialmente di guerra ibrida o di intossicazione informativa, vicina a strategie di settori deviati o apparati di intelligence esteri) volta a paralizzare e sfaldare dall’interno qualsiasi potenziale riorganizzazione della sinistra anticapitalista.
Immettere il germe del sospetto contro le donne, spaccare il fronte popolare addossando alle lavoratrici la colpa dei fallimenti politici del Novecento e mascherare la reazione da “ortodossia di classe” è la strategia perfetta per mantenere la sinistra italiana in uno stato di perenne impotenza e irrilevanza. È la destra più reazionaria che veste i panni del proletariato per distruggere la possibilità stessa di un’alternativa.
Sul piano psicodinamico e socioculturale, inoltre, questo accanimento contro il genere femminile rivela una struttura profonda e inelaborata:
- Misoginia e paura dell’autonomia femminile: La figura della donna libera, istruita e politicamente consapevole viene percepita come un nemico mortale o una minaccia castrante.
- Omosessualità inconscia e omoerotismo di gruppo: L’ossessione per la conservazione di uno spazio politico ed esistenziale esclusivamente maschile, un “club di soli uomini” dove il proletario ideale è solo ed esclusivamente l’uomo virile e muscolare, tradisce una proiezione omoerotica mai elaborata. L’incapacità di relazionarsi con l’alterità femminile porta questi soggetti a rifugiarsi in un’idealizzazione del cameratismo maschile, sublimando nell’odio per le donne la propria repulsione o attrazione inconscia non risolta.
L’ARMA DELLA MALAFEDE: GENESI DEL FEMONAZIONALISMO ED ERRORE STRUMENTALE DELLE SINISTRE REAZIONARIE
Un altro elemento che svela la totale malafede, il dolo ideologico e la crassa ignoranza di questi personaggi è la consapevole confusione che essi operano tra il femminismo e il fenomeno del femonazionalismo.
Come nasce il femonazionalismo
Il termine femonazionalismo è stato coniato e teorizzato dalla sociologa Sara Farris per descrivere una convergenza opportunistica esplosa nei primi anni Duemila nei contesti neoliberali occidentali. Esso nasce dall’incontro tra i partiti di destra xenofoba, le forze neoliberali e alcune frange del femminismo cooptato dal capitale: queste componenti hanno iniziato a strumentalizzare la retorica dei “diritti delle donne” e dell’uguaglianza di genere in chiave apertamente razzista, islamofoba e neocoloniale. Il femonazionalismo serve alla destra e al capitale per dipingere le popolazioni migranti e il Sud globale come “intrinsecamente patriarcali e retrogradi”, e l’Occidente neoliberale come “terra di emancipazione”, giustificando così guerre d’aggressione, politiche d’asilo restrittive e la chiusura delle frontiere.
La truffa concettuale e la malafede dei misogini di sinistra
Scambiare il femonazionalismo con la complessa e secolare storia dei movimenti femministi è una truffa teorica e una manipolazione grottesca. I misogini camuffati da “ortodossi di classe” usano proprio questa distorsione per sostenere che “il femminismo è un’invenzione reazionaria al servizio del capitale” o un diversivo borghese.
Questa sovrapposizione dolo-ideologica è doppiamente grave:
- Delegittimazione a buon mercato: Utilizzano la caricatura del femonazionalismo per attaccare qualsiasi lotta di emancipazione femminile, bollando come “di destra” o “liberale” il diritto delle donne alla sicurezza, alla tutela della salute, al lavoro retribuito e alla dignità giuridica.
- Copertura del proprio maschilismo: Sfruttano le derive neoliberali per nascondere la propria incapacità di formulare un’analisi femminista di classe, giustificando la conservazione del proprio privilegio e della propria egemonia all’interno della sinistra.
L’ABBAGLIO TEORICO E LA FALSIFICAZIONE DELLA STORIA DEL FEMMINISMO
Chi sostiene che il femminismo sia stato un’invenzione per dividere l’unità popolare dimostra una profonda e radicata ignoranza tanto della teoria quanto della storia della lotta di classe. La narrazione schematica che vorrebbe ridurre la secolare storia dei movimenti femministi a due sole correnti contrapposte — un ipotetico “femminismo dell’uguaglianza” e un “femminismo della differenza” — è una banalizzazione grottesca, usata come clava ideologica per liquidare in blocco l’intera lotta per la liberazione delle donne.
La storia del femminismo è sempre stata una storia di viva e profonda lotta teorica e materiale:
- Il femminismo di classe e proletario: Fin dalle sue origini nell’Ottocento e nel primo Novecento, figure del calibro di Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj e Rosa Luxemburg hanno demostrado che l’oppressione femminile non è un’appendice secondaria della società, ma un pilastro essenziale della riproduzione capitalistica. Non è mai esistito un “unico” femminismo liberale o borghese: il femminismo socialista e comunista ha sempre lottato per l’emancipazione delle lavoratrici nei luoghi di lavoro e nella società.
- La riproduzione sociale: Il capitalismo non si regge unicamente sullo sfruttamento del lavoro salariato di fabbrica o di cantiere; si regge essenzialmente sull’estrazione di valore dal lavoro di riproduzione sociale — la cura, la gestione della casa, l’accudimento della prole, la tenuta emotiva e materiale del nucleo familiare — storicamente svolto dalle donne a titolo gratuito. Pretendere di condurre una battaglia anti-capitalista ignorando la struttura patriarcale che sostiene il capitale stesso è un’assurdità teorica.
Il femminismo contemporaneo: Una forza pulviscolare, invisibile e inaffondabile
Oggi più che mai, definire o ingabbiare il femminismo attuale in rigide “scuole di pensiero”, schemi accademici o correnti catalogabili è un’operazione completamente anacronistica e riduttiva. Il femminismo contemporaneo ha superato la forma-partito o la forma-scuola per diventare un movimento fortemente pulviscolare, molecolare, frammentato e trasversale.
E meno male che è così! È proprio grazie a questa sua natura pulviscolare che il femminismo contemporaneo sopravvive, si riproduce e resiste all’omologazione. In un’epoca dominata dal co-optamento del marketing neoliberale (che cerca di ridurre l’emancipazione a “spot pubblicitario” o “commodification”) e dall’attacco violento dei movimenti misogini e reazionari di ogni sorta, il femminismo agisce oggi in modi spesso invisibili, lavorando in sordina e in silenzio.
Molteplici forme di femminismo militante agiscono nei territori senza bisogno di proiettori o di slogan d’effetto: sono i collettivi di mutuo soccorso, le reti di supporto contro la violenza maschile, le pratiche di resistenza comunitaria nei quartieri popolari, le lotte ecologiste di difesa della terra e dei beni comuni, i nodi di solidarietà intersezionale tra lavoratrici precarie e migranti. Queste realtà scelgono consapevolmente di lavorare sottotraccia proprio perché sanno perfettamente quanto il loro discorso rischi di essere deformato, strumentalizzato e manipolato sia dalle logiche del mercato, sia dalla tossicità reazionaria di chi vuole disinnescarne la carica eversiva.
I tentativi della sinistra conservatrice, infiltrata e deviata, di ridurlo a “moda liberale” o a “carrierismo per poche elette” servono unicamente a nascondere la propria incapacità di intercettare questa enorme forza sociale, carsica ma potentissima. Il femminismo odierno è una prassi viva e pulviscolare che scardina l’idea stessa del soggetto politico rigido, ponendo al centro la concretezza dei corpi, della vita e dei diritti di tutti i soggetti oppressi.
LA STORIA SMENTISCE LA REAZIONE: NESSUNA RIVOLUZIONE SI FA SENZA LE DONNE
La tesi secondo cui il protagonismo femminile o il voto alle donne indebolirebbe le forze rivoluzionarie è smentita in modo categorico da ogni singola pagina della storia dei movimenti di liberazione mondiali. In tutti i processi rivoluzionari vincitori, le donne non sono state semplici comparse o “sostenitrici”, ma l’avanguardia teorica, tattica e combattente.
La Rivoluzione Russa (1917)
Non fu un comitato di soli uomini a innescare il crollo dello zarismo, ma le lavoratrici tessili di Pietrogrado. Il 23 febbraio (7 marzo) 1917, nella Giornata internazionale della donna, furono le operaie a incrociare le braccia, scendere in piazza e trascinare i soldati e gli operai nella protesta che diede vita alla Rivoluzione di Febbraio. Con l’avvento del potere sovietico, militanti e teoriche come Aleksandra Kollontaj e Inessa Armand portarono lo Stato socialista ad approvare la legislazione più avanzata del pianeta: diritto all’aborto gratuito, divorzio no-fault, socializzazione del lavoro domestico e mense collettive, riconoscendo che senza l’emancipazione materiale della donna il socialismo non avrebbe mai visto la luce.
La Rivoluzione Cinese
Mao Tse-tung non si limitò a pronunciare la celebre frase “Le donne sostengono la metà del cielo”, ma strutturò la strategia del Partito Comunista Cinese attorno alla distruzione del sistema familiare feudale. La prima legge approvata dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1950 fu la Legge sul Matrimonio, che aboliva i matrimoni combinati, il concubinaggio e la compravendita delle spose. Mao comprese che le contadine cinesi erano oppresse da quattro sistemi di autorità (politica, clanica, religiosa e maschile) e che spezzare la catena patriarcale era la condizione sine qua non per mobilitare la maggioranza della popolazione.
La Rivoluzione Messicana (1910)
Le Soldaderas (o Adelitas) non si limitarono a garantire la logistica nei campi di battaglia della Rivoluzione Messicana. Donne come Silvia Heredia e la colonnella Clara de la Rocha imbracciarono i fucili, guidarono battaglioni e imposero nel dibattito costituzionale la necessità del riconoscimento dei diritti civili, politici e di proprietà per le contadine e le lavoratrici.
La Rivoluzione Cubana (1959)
L’esperienza della Sierra Maestra vide la nascita del Battaglione Mariana Grajales, un’unità di combattimento interamente femminile diretta da Fidel Castro e Celia Sánchez. Dopo la vittoria, la creazione della Federación de Mujeres Cubanas (FMC) guidata da Vilma Espín trasformò la società cubana, portando all’approvazione del Código de la Familia, un testo d’avanguardia che sanciva la condivisione obbligatoria dei compiti domestici tra uomini e donne, ponendo l’uguaglianza di genere al centro dell’etica socialista.
La Rivoluzione Sandinista in Nicaragua (1979)
Nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), le donne costituivano oltre il 30% dei combattenti di prima linea e della struttura di comando militare. Figure come Dora María Téllez guidarono operazioni tattiche decisive per la caduta della dittatura di Somoza. Le sandiniste dimostrarono che l’emancipazione femminile non era un “effetto collaterale” da rinviare a dopo la vittoria, ma il motore stesso dell’insurrezione popolare.
L’ALLARME: LA MISOGINIA A SINISTRA È IL PIÙ GRANDE OSTACOLO AL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO IN ITALIA
A fronte di questo quadro storico globale, il panorama italiano appare desolante e bloccato. La vera ragione per cui in Italia è oggi impossibile costruire un movimento rivoluzionario di massa, capace di parlare alle masse popolari e di spezzare l’egemonia neoliberale, sta proprio qui: nella persistente, sistematica e mai recisa radice misogina della sinistra italiana.
Finché la sinistra continuerà a guardare al proletariato con gli occhi di chi vuole preservare un “club privato” patriarcale; finché si vedranno i diritti delle donne, le tutele contro la violenza maschile e l’autodeterminazione di genere come “minacce alla classe” o “invenzioni liberali”; finché si alimenterà il sospetto verso le donne che prendono parola, si condannerà qualsiasi progetto politico al fallimento e all’irrilevanza.
L’arroccamento androcentrico non fa che allontanare le forze più vitali, giovani e dinamiche del Paese. Non si può fare alcuna rivoluzione se metà della classe lavoratrice viene considerata un nemico interno o una “massa di manovra” manovrata dal capitale.
È tempo di lanciare un allarme chiaro e intransigente: senza lo smantellamento radicale della misoginia nei nostri stessi ambienti, non ci sarà alcuna sinistra, non ci sarà alcuna alternativa alla devastazione neoliberista e non ci sarà mai alcuna rivoluzione in Italia. La liberazione delle donne non è una concessione, è la premessa per la liberazione di tutti.

