C’è un’insopportabile tendenza del sistema patriarcale a “ripulire” le figure femminili che hanno fatto la storia. Le vuole aggraziate, allineate, esteticamente consone a un canone che le vuole eteree e sottomesse. Ma la storia della liberazione latinoamericana ha un altro volto: è il volto di Mercedes Sosa e di Chavela Vargas. Due donne che hanno fatto della propria esistenza un atto di insubordinazione, due corpi che hanno rifiutato di essere oggetti per diventare, invece, barricate.
MERCEDES SOSA: LA “NEGRA” CHE CANTAVA LA TERRA
Nata il 9 luglio 1935 a San Miguel de Tucumán, nel cuore del nord-ovest argentino, Haydée Mercedes Sosa, detta “La Negra”, non è stata solo una voce; è stata la coscienza viva dell’Argentina. Formatasi in una famiglia di umili origini, con un forte retaggio indigeno diaguita, Mercedes ha iniziato a cantare giovanissima. La sua ascesa artistica è stata inseparabile dal suo impegno civile: nel 1963 fu co-fondatrice del Movimento del Nuevo Cancionero, una corrente che rifiutava la banalizzazione commerciale per dare voce al popolo.
La sua arte era la sua militanza. Come non citare “Gracias a la vida”, inno universale alla resilienza, o l’immortale “Solo le pido a Dios”, brano che è stato la colonna sonora della resistenza contro la dittatura: «Solo le pido a Dios / que el dolor no me sea indiferente / que la reseca muerte no me encuentre / vacía y sola sin haber hecho lo suficiente». (Solo chiedo a Dio che il dolore non mi sia indifferente, che la morte secca non mi trovi vuota e sola senza aver fatto abbastanza). Queste parole non erano solo musica, erano un giuramento politico. Mercedes ha trasformato la sua voce in un atto di giustizia, rifiutando di farsi piegare da un’estetica dominante che la voleva “da copertina”. A testimonianza della sua grandezza, basti pensare all’atto di giustizia postuma vissuto quando proprio “Solo le pido a Dios” — inno di una donna che ha sofferto l’esilio e la persecuzione per le sue idee — è stata intonata davanti a Papa Francesco, un riconoscimento solenne che ha consacrato definitivamente il valore di quel grido di libertà come patrimonio morale dell’umanità intera.

CHAVELA VARGAS: LA RUGIADA CHE BRUCIA
Nata nel 1919 a San Joaquín de Flores, Costa Rica, Chavela Vargas fuggì da un’infanzia di rifiuti per approdare in Messico a 17 anni, dove si formò tra le strade di Città del Messico. Icona del “non conforme”, lesbica, vestita da uomo, Chavela ha distrutto il mito della cantante romantica. La sua voce graffiata cantava l’amore come un’ossessione tragica.
In “La Llorona”, brano che ha reso immortale, Chavela ha inciso il dolore di un intero continente: «Ay de mí, Llorona, Llorona, llévame al río / tápame con tu rebozo, Llorona, porque me muero de frío». Non cantava per intrattenere; cantava per esorcizzare la solitudine dell’emarginato. E in “Paloma negra”, rivolgendosi a un amore che è anche una prigione, gridava: «Ya no te quiero, ya no te quiero, vete de aquí». Chavela non chiedeva scusa per la sua esistenza; pretendeva rispetto per la sua libertà, anche quando questa libertà la portava sull’orlo dell’abisso.
LA RIBELLIONE DEI CORPI NON CONFORMI
Il patriarcato non ha mai perdonato a queste donne di essere “troppo”: troppo indigene, troppo ribelli, troppo poco inclini alla grazia domestica. Oggi, in un’Italia dove il bullismo verso il corpo femminile è diventato un esercizio di potere quotidiano, le figure di Mercedes e Chavela risplendono come un monito. La loro grandezza non risiedeva nella bellezza oggettivata, ma nella verità incandescente del loro essere.
Paragonarle non è un esercizio di stile: è un atto di giustizia storica. Entrambe hanno dato voce al dolore degli oppressi, entrambe hanno fatto della propria diversità — che fosse l’appartenenza indigena o l’orientamento sessuale — un vessillo di libertà. Erano femministe ante-litteram, non perché recitassero slogan, ma perché vivevano in rottura totale con l’ordine stabilito.
Mentre il mondo oggi cerca di inquadrare la resistenza femminile in schemi precostituiti, ricordare Mercedes Sosa e Chavela Vargas significa celebrare la bellezza della rottura. Ci ricordano che la sovranità della Patria, così come la sovranità del corpo, si conquista rifiutando di essere ciò che gli altri vogliono che siamo. Erano rivoluzionarie perché, prima di cambiare il mondo, hanno cambiato il modo in cui il mondo guardava alle donne: non più come ancelle, ma come giganti.



