Ro. Ro. – Mentre il mondo attende l’esito dell’ennesimo round di negoziati a Islamabad, il cui termine era stato fissato al 5 giugno, e che ora è in forse, il “biondo” Donald viola la tregua, allineandosi alla tipica moda israeliana, e ordina un attacco aereo nei pressi di Bandar Abbas, importante città che si affaccia sullo Stretto di Hormuz, suscitando ovviamente le ire della leadership iraniana.
Un atto che chiaramente ha lo scopo di intimidire e fare pressione, fatto che evidenzia come il fulvo presidente americano non abbia ancora imparato che, nel caso dell’Iran, certe iniziative non intimoriscono ma hanno il solo risultato di rendere ancora più accanita la risposta.

Lo squilibrato “biondone” americano mostra impazienza di chiudere la guerra, continuando a fare scelte sbagliate e grossolani errori di valutazione, perché la fretta è cattiva consigliera, specie in questo caso. Una impazienza che è chiaro segno di esaurimento nervoso, ed esaurimento sempre più evidente delle possibilità americane di prevalere, visto che sul piano strategico la sconfitta è già più che evidente.
Il 5 giugno dovrebbe essere firmato un Memorandum di Intesa, già pubblicizzato come Dichiarazione di Islamabad, ma a questo punto le cose si complicano, come se non lo fossero già abbastanza.
La sensazione è che Donald “the blond” Trump abbia una disperata fretta di chiudere con un accordo è ormai chiara, perché in patria ha bisogno di rivendicare almeno una tregua sufficientemente lunga, anche perché sul fronte interno le critiche aumentano, non solo tra i democratici, ma anche nel Partito Repubblicano e nella sua stessa base elettorale. Potrebbe essere disposto ad accettare anche un accordo quadro molto limitato: sospensione delle ostilità per circa 60 giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz e, in cambio, parziale revoca delle sanzioni. Tuttavia, la bravata del 26 maggio, con il bombardamento a Bandar Abbas non offre certo buoni presupposti.
L’Iran a questo punto si mostra molto meno interessato a chiudere rapidamente. Vuole mantenere fermi alcuni punti e continua a considerare centrale la questione del proprio programma nucleare. Ed è proprio questo il punto decisivo.

Il fulvo Trump si è esposto eccessivamente su questo tema, ripetendo più volte che Teheran non può dotarsi dell’arma atomica. Di conseguenza, anche in un’intesa molto vaga, qualcosa sul futuro del programma nucleare dovrà necessariamente comparire. È difficile immaginare che in due mesi si possa costruire un accordo approfondito come quello del 2015, ma un riferimento al programma nucleare sarà indispensabile se Trump vuole evitare che tutto venga percepito come una ritirata politica.
La sola riapertura di Hormuz non basta a spacciare una vittoria, perché Hormuz era aperto alla libera navigazione anche prima dello scoppio delle ostilità.
Dal punto di vista militare, anche se gli Stati Uniti mostrano di essere la potenza più forte, hanno commesso un gravissimo errore di valutazione attaccando l’Iran senza aver considerato fino in fondo la capacità di resistenza. Il risultato paradossale è che l’Iran si è ricompattato attorno a una leadership ancora più decisa e determinata.

Emerge un gigantesco problema di credibilità per Washington, che va oltre le oscillazioni e l’imprevedibilità del “biondo” Trump: gli Stati Uniti si sono impantanati in un conflitto senza strategia di uscita.
Donald “il biondo” ha bisogno di restare continuamente al centro della scena e mantenere l’iniziativa. Per questo non si può escludere che possa cercare presto un nuovo fronte di crisi. Non a caso si sta accanendo contro Cuba, e mantiene ancora le proprie mire espansionistiche verso la Groenlandia e Taiwan.
Dopo un’operazione semi-fallita come quella iraniana, l’incosciente presidente americano potrebbe cercare nuove avventure (o disavventure) e nuovi interventi militari in altre aree del mondo. Purtroppo, dopo il Venezuela, potrebbe essere Cuba la candidata più probabile. Bisogna vedere se anche questa volta il resto del mondo farà finta di non vedere…
