L’assedio invisibile: Cuba, Alesia e la poliorcetica della modernità
La storia della strategia militare e del pensiero politico è costellata di modelli ricorrenti che, al di là della mutazione tecnologica degli armamenti, mantengono inalterata la propria validità concettuale. Uno degli errori più frequenti nell’analisi dei conflitti contemporanei risiede nell’equipare la “guerra” esclusivamente alla sua manifestazione cinetica, cruenta e visibile: l’uso aperto della forza armata convenzionale, i bombardamenti o lo sbarco di truppe. Tuttavia, quando l’obiettivo geopolitico non è la distruzione fisica immediata di un territorio, ma l’annessione, il soffocamento politico o la sottomissione strutturale di un soggetto sovrano, la strategia militare muta forma e si affida alla logica millenaria dell’assedio. In questo quadro, il parallelo tra la Cuba contemporanea e l’oppidum gallico di Alesia nel 52 a.C. offre una chiave di lettura teorica di straordinaria efficacia. L’analisi delle tecniche di coercizione economica e finanziaria applicate contro L’Avana rivela una perfetta analogia strutturale con la poliorcetica (l’arte degli assedi) concepita da Giulio Cesare: un’opera sistematica di strangolamento volta a piegare la resistenza del nemico per sfinimento, eludendo il costo politico di un confronto militare diretto.
Nel 52 a.C., durante la campagna di Gallia, Giulio Cesare si trovò di fronte a una svolta decisiva a Alesia, roccaforte fortificata in cui Vercingetorige aveva concentrato le forze della resistenza gallica. Consapevole che un assalto frontale alle alture fortificate avrebbe comportato un salasso inaccettabile per le legioni romane e un elevato rischio di sconfitta tattica, Cesare scelse una via radicalmente diversa: la costruzione di un sistema di circumvallazione e controvallazione. La strategia cesariana non mirava a espugnare le mura con la forza delle armi, bensì a isolare completamente l’avversario dallo spazio esterno. Attraverso una doppia linea di fortificazioni, Roma intercettò ogni flusso di rifornimento, bloccò l’arrivo di viveri e soffocò ogni possibilità di comunicazione o soccorso esterno. La vittoria romana ad Alesia non fu il risultato di una carica risolutiva, ma l’effetto inesorabile di una geometria d’assedio: la privazione sistematica delle risorse vitali che costrinse i difensori alla resa per consunzione biologica e materiale. Vercingetorige comprese troppo tardi che l’assenza di combattimento aperto non significava assenza di guerra, ma rappresentava una forma di guerra infinitamente più metodica e spietata.
Se si sposta lo sguardo sullo scenario geopolitico contemporaneo, la situazione di Cuba riproduce con impressionante specularità i tratti fondamentali dell’assedio di Alesia. Gli Stati Uniti, attraverso l’imposizione di un blocco economico, finanziario e commerciale pluridecennale — aggravato da sanzioni extraterritoriali e dall’inserimento arbitrario dell’isola in liste di Stati sponsor del terrorismo —, attuano una moderna replica della circumvallazione cesariana. Il blocco non agisce con proiettili o missili, ma opera come una fitta rete di trincee invisibili che strangolano l’economia cubana: impediscono l’accesso ai mercati finanziari internazionali e ai circuiti bancari globali, ostacolano l’approvvigionamento di combustibile, materie prime, tecnologie mediche e beni di prima necessità, e mirano a generare un collasso interno attraverso la penuria artificialmente indotta, alimentando il malcontento sociale e la disperazione economica. Come nell’Alesia antica, l’obiettivo strategico di fondo è l’annessione di fatto o la sottomissione politica dell’attore ribelle senza dover sostenere i costi catastrofici di un’invasione militare diretta, la quale incontrerebbe una resistenza popolare insormontabile e provocherebbe una condanna unanime della comunità internazionale.
Il principale nodo problematico evidenziato da questo parallelismo risiede nella percezione dell’aggressione. Poiché la guerra economica non mostra immagini di distruzione bellica tradizionale, essa genera un pericoloso cortocircuito concettuale nell’opinione pubblica globale e, talvolta, nella stessa consapevolezza strategica di chi la subisce. L’assenza di un conflitto armato convenzionale viene scambiata per “pace”, e le difficoltà economiche vengono spesso falsamente attribuite esclusivamente a inefficienze strutturali interne, occultando la regia esterna dell’assedio. Questo deficit di consapevolezza impedisce spesso di adottare una risposta proporzionata alla gravità della minaccia. Affrontare un assedio totale con gli strumenti ordinari della diplomazia formale o del diritto internazionale liberale equivale a subire passivamente la morsa, attendendo che le scorte si esauriscano esattamente come accadde ai Galli asserragliati sulle alture di Alesia.
Riconoscere che Cuba si trova in uno stato di guerra permanente non convenzionale impone un radicale cambio di paradigma teorico e pratico. Una nazione stretta in una morsa di soffocamento sistematico ha il pieno diritto storico, giuridico e politico di difendersi con ogni mezzo necessario, superando i dogmi di una presunta simmetria nella lotta geopolitica. Ciò significa che la resistenza non può limitarsi alla denuncia morale o alla gestione burocratica della crisi, ma richiede l’adozione di strumenti economici e finanziari non convenzionali e alternativi per eludere il blocco dei circuiti egemonici, il rafforzamento di alleanze sud-sud e reti di cooperazione multilaterale capaci di perforare le linee di isolamento imposte dall’impero, e una mobilitazione ideologica e culturale che smascheri la natura poliorcetica delle sanzioni, trasformando la percezione dell’emergenza economica in coscienza di difesa nazionale e antimperialista.
La parabola di Alesia ci insegna che chi subisce un assedio non può permettersi il lusso dell’illusione o dell’attendismo. Cuba rappresenta oggi il nuovo baluardo di una sovranità che resiste alla più sofisticata macchina di strangolamento economico della storia moderna. Per spezzare questa morsa, occorre smettere di interpretare il blocco come un semplice incidente diplomatico o una misura commerciale punitiva, e affrontarlo per ciò che è realmente: un atto di guerra totale che richiede risposte asimmetriche, audaci e radicalmente non convenzionali.
C’è una via d’ uscita per Cuba? Si. Ma dipenderà dalla sua consapevolezza di trovarsi in una stato di eccezione ed in una guerra a tutti gli effetti. Tutto dipenderà dalla sua capacità di concepire vie d’ uscita fuori dagli schemi convenzionali ed ordinari.
