L’annuncio ufficiale delle 176 misure economiche esposte dal Primo Ministro cubano, Manuel Marrero Cruz, segna un punto di non ritorno nella storia recente dell’Avana. Dalla liberalizzazione delle PMI e delle cooperative alla fine dei tetti amministrativi sui prezzi, passando per lo smantellamento del monopolio statale sul commercio estero e l’apertura al capitale privato nel sistema bancario, l’isola sta vivendo una mutazione profonda. Chi segue queste colonne ricorderà che, qualche tempo fa, proprio su *BRICS & Friends*, avevo pubblicato un’analisi in cui suggerivo a Cuba di guardare con attenzione al modello italiano del dopoguerra: la creazione e il sostegno di un tessuto capillare di micro-imprese autonome, artigianali e familiari come unico motore flessibile capace di riavviare un’economia paralizzata. I fatti odierni dimostrano che quella intuizione non era solo corretta, ma rappresentava l’unica strada percorribile.
Il modello italiano a cui facevo riferimento ha dimostrato la sua straordinaria efficacia proprio perché basato su esempi pratici di flessibilità: pensiamo alle piccole officine meccaniche a conduzione familiare, ai laboratori tessili artigianali nei distretti industriali o alle piccole aziende agricole di trasformazione agroalimentare gestite da genitori e figli. Nel secondo dopoguerra, queste realtà non avevano bisogno di elefantiache approvazioni centralizzate: rispondevano immediatamente ai bisogni della comunità locale, si auto-organizzavano, producevano beni di prima necessità e creavano occupazione immediata laddove la grande industria di Stato era ferma o distrutta. A Cuba, l’applicazione di questo schema significa che la bottega di riparazioni, il piccolo laboratorio di conserve o il micro-impianto manifatturiero di quartiere possono rianimare la circolazione delle merci in modo immediato e autonomo.
Il pragmatismo della sopravvivenza di fronte a un blocco spietato
Questa svolta non nasce da un’improvvisa abiura ideologica, bensì da un pragmatismo assoluto e inderogabile. Cuba è stata costretta a compiere questo passo. Il criminale bloque statunitense, intensificato e reso ancor più asfissiante negli ultimi anni, è diventato un cappio intollerabile che ha aggredito i servizi essenziali, l’approvvigionamento energetico e la quotidianità della popolazione. Di fronte a una stretta così feroce, la centralizzazione statale ha esaurito le sus capacità di risposta materiale. Permettere al contadino di importare direttamente il combustibile o alla piccola impresa familiare di produrre e commerciare liberamente non è una concessione al liberismo, ma una strategia di resistenza per difendere l’autosufficienza della nazione.
Il declino di Washington e l’illusione finanziaria
Tuttavia, l’indispensabile apertura alle forze produttive interne non deve in alcun modo tradursi in un cedimento geopolitico: Cuba non deve mai più tornare tra le braccia della Casa Bianca. Cadere nell’inganno di una distensione pilotata da Washington sarebbe un suicidio strategico. Gli Stati Uniti odierni vivono un processo di inarrestabile decadenza egemonica e strutturale. La loro è un’economia drogata, basata sulla finanza speculativa e sulla creazione di bolle virtuali, ben lontana dalla solida economia reale legata alla produzione manifatturiera e ai beni tangibili. Consegnarsi a quel sistema significherebbe scambiare la propria dignità con una dipendenza instabile, legata agli umori di un mercato finanziario rapace e predatorio.
Lo scudo sociale: impedire che il popolo venga messo all’angolo attraverso esempi pratici di tutela
Il vero nodo critico di questa transizione è di natura sociale. Liberalizzare i mercati senza edificare contestualmente una barriera protettiva significherebbe spalancare le porte al capitalismo più selvaggio, con il rischio concreto di veder ricomparire sacche di povertà estrema e di vedere il popolo, i “poveracci”, letteralmente messi all’angolo ed eliminati dalla vita economica del Paese.
Cuba non può permettersi una simile deriva; la riforma economica deve camminare di pari passo con forme di tutela stringenti, affinché la popolazione non sprofondi nella miseria più nera.
Per limitare e limare gli artigli del mercato, un punto di riferimento paradossale ma efficace è l’esperienza storica del Regno Unito. Proprio perché il Regno Unito ha conosciuto per primo le devastazioni dell’industrializzazione capitalistica sfrenata e il capitalismo più selvaggio, lo Stato britannico ha sviluppato nel tempo un modello di Welfare State che per decenni ha bilanciato le disuguaglianze più estreme (sebbene oggi mostri gravi cedimenti a causa di politiche neoliberiste sempre più parassitarie e selvagge).
Il modello britannico insegna che il Welfare State non deve essere una mera e passiva elargizione dall’alto, ma un sistema integrato che valorizza il volontariato di assistenza e la solidarietà comunitaria, incoraggiandoli e sostenendoli attivamente attraverso lo Stato. Guardiamo a come funziona questo meccanismo nella pratica attraverso esempi concreti:
Il lavoro volontario degli studenti e i sussidi di incentivo:
Nel Regno Unito il volontariato dei giovani non è abbandonato a se stesso o del tutto gratuito, ma viene istituzionalmente incentivato. Ad esempio, gli studenti universitari o delle scuole superiori che scelgono di dedicare le proprie ore serali ad assistere gli stranieri, gli anziani o gli indigenti all’interno di associazioni dedicate, vengono ricompensati dallo Stato. Per ogni tot ore di assistenza prestata, lo studente riceve benefici tangibili come un buono pasto, piccoli buoni spesa o preziosi crediti formativi validi per il proprio percorso accademico ed esami universitari.
Gli orti metropolitani e i crediti formativi:
Lo stesso incentivo statale viene applicato a chi si prende cura della terra nei centri urbani. Gli studenti e i cittadini che lavorano alla creazione e al mantenimento degli orti metropolitani — aree verdi recuperate per la produzione di ortaggi a beneficio del quartiere — ricevono crediti formativi e agevolazioni. Lo Stato alimenta e sostiene questi spazi per garantire un apporto alimentare diretto e combattere il degrado.
Il funzionamento del Banco Alimentare integrato: Un altro esempio fondamentale del Welfare State britannico è il banco alimentare (food bank), una rete strutturata per fare in modo che nessuno resti senza cibo. Questo sistema si regge su un doppio binario: da un lato ci sono i sussidi e i fondi statali diretti, con cui lo Stato acquista centralmente i beni di prima necessità (latte, farina, olio); dall’altro lato, si alimenta stabilmente tramite le donazioni spontanee di cibo e risorse da parte di privati cittadini e volontari, coordinati dalle associazioni locali.
La sponda dei BRICS e le associazioni di solidarietà
Cuba può e deve mutuare questa logica strutturata ed esemplare, declinandola in chiave rivoluzionaria. Questa rete protettiva, fatta di orti urbani, banchi alimentari misti (tra acquisti pubblici e donazioni associative) e giovani mobilitati tramite crediti e tutele, è lo strumento per impedire il ritorno della miseria più nera. Il nuovo Welfare State Cubano dovrebbe basarsi sul coinvolgimento attivo delle associazioni di solidarietà e dei comitati territoriali, organizzando il mutuo soccorso non come carità sporadica, ma come pilastro istituzionale sostenuto da micro-incentivi e tutele statali.
Allo stesso tempo, la vera bussola internazionale per l’Avana deve rimanere orientata verso il multilateralismo. È nel blocco dei BRICS che Cuba deve consolidare la propria sponda strategica e stringere alleanze paritarie. I partner dei BRICS offrono accordi commerciali basati sul rispetto della sovranità e sullo scambio di tecnologia ed energia reale (come la transizione solare ed energetica diffusa), senza pretendere in cambio lo smantellamento dello Stato o l’allineamento politico.
La “piccola macchina” dell’impresa familiare sul modello italiano e il pannello solare sul tetto possono far ripartire la produzione interna, ma sono la protezione sociale, la valorizzazione della solidarietà comunitaria strutturata con esempi chiari sul modello del welfare britannico e lo scudo internazionale dei BRICS a garantire che il popolo non venga messo all’angolo. Solo così Cuba potrà superare questa tempesta, mantenendo, come sempre, la schiena dritta davanti al Nord.
