INTRODUZIONE
Esistono terre in cui la fiaba sembra nascere dalla neve, dal silenzio delle montagne o dalla lunga attesa dell’inverno. Altre custodiscono il proprio meraviglioso nelle rovine di antichi regni, nelle torri di pietra, nei castelli abbandonati ai margini della memoria. In Brasile, invece, il racconto fantastico affiora dalla materia stessa della vita: dall’umidità della foresta, dal respiro dei fiumi, dal fruscio delle palme, dal richiamo degli animali, dal crepuscolo che trasforma un sentiero familiare in un luogo sconosciuto.
La natura brasiliana non è soltanto lo scenario sul quale si muovono gli esseri umani. È una presenza che osserva, nasconde, seduce, ammonisce e talvolta punisce. La foresta può smarrire chi vi entra senza rispetto; il fiume può restituire un corpo trasformato; una notte di festa può aprire uno spazio nel quale le identità consuete si dissolvono e il mondo sembra capovolgersi. Il paesaggio, nelle narrazioni popolari, non è mai completamente inerte: possiede una voce, una memoria e, in molti racconti, una volontà propria. Tutto partecipa di una medesima realtà animata, nella quale gli esseri umani convivono con potenze invisibili, gli animali possono assumere sembianze umane, gli spiriti difendono territori minacciati e i più deboli riescono talvolta a sconfiggere i potenti grazie all’astuzia, alla parola e alla capacità di rovesciare le regole.
La tradizione fiabesca brasiliana non costituisce tuttavia un repertorio uniforme, né può essere ricondotta a un’unica origine. È un vasto intreccio di cosmologie indigene anteriori alla colonizzazione, memorie africane trasmesse attraverso la schiavitù, eredità europee e invenzioni popolari sviluppatesi in territori profondamente diversi. L’Amazzonia, il Nordest semiarido, le regioni costiere, il Sud e le grandi città hanno elaborato immaginari distinti, continuamente trasformati dalla circolazione delle storie e dall’incontro tra comunità. Non si tratta di una semplice somma di tradizioni differenti, ma di un sistema in continua trasformazione, nel quale il sacro può diventare comico, il mostruoso può assumere una funzione educativa e il riso può trasformarsi in uno strumento di sopravvivenza.
In questo vasto orizzonte, la parola «fiaba» — assunta qui come chiave d’accesso privilegiata — non deve trarre in inganno: essa non coincide con il genere chiuso e formalizzato della tradizione occidentale, quanto piuttosto con un ecosistema polifonico in cui il folklore, il mito, la cosmologia indigena, la memoria della diaspora e il sincretismo religioso si fondono in un unico flusso vitale.
Per comprenderne la ricchezza occorre anzitutto distinguere alcune forme del racconto, senza separarle rigidamente. Il mito spiega un’origine o esprime una concezione del cosmo; la leggenda si lega spesso a un luogo, a una creatura o a una memoria condivisa; la fiaba in senso stretto rielabora prove, desideri, metamorfosi e conflitti attraverso strutture narrative riconoscibili. Il folclore, infine, comprende un universo vastissimo che racchiude racconti di animali, leggende eziologiche, miti cosmogonici, storie di apparizioni, racconti di trickster, credenze popolari, canti rituali e leggende urbane. Personaggi come il Curupira, il Saci-Pererê, il Boto e la Cuca appartengono soprattutto a questo spazio folklorico, accanto a eroi della tradizione orale, figure religiose e motivi europei rifusi nell’esperienza brasiliana.
Anche il termine sincretismo richiede grande attenzione: descrive alcuni storici processi di incontro e trasformazione, ma non deve cancellare la specificità delle tradizioni indigene e delle religioni di origine africana, che possiedono proprie cosmologie e ritualità. Non tutto ciò che è misterioso è una fiaba, e non tutto ciò che appartiene al meraviglioso è stato inventato per intrattenere. È proprio qui che risiede una delle qualità più profonde dell’immaginario brasiliano: il confine tra il visibile e l’invisibile non è una barriera da oltrepassare, ma una soglia da imparare a rispettare.
Il filo conduttore di questo saggio sarà proprio il rapporto tra immaginazione e ambiente, tra memoria e resistenza, tra il potere e le forme popolari che lo mettono in discussione. La foresta amazzonica, i grandi fiumi, il sertão semiarido e le comunità costiere costituiscono ambienti differenti, ciascuno capace di generare immagini, paure e personaggi specifici.
Il viaggio che segue si articola dunque in cinque movimenti: la foresta come territorio vivente e inviolabile; l’incontro tra cosmologie indigene e tradizioni africane; il bestiario magico delle acque; l’intelligenza del debole e la figura del malandro; infine, il tempo della festa, del Carnevale e della rigenerazione simbolica del mondo.
Capitolo I — La foresta come soglia: Curupira, Caipora e la sovranità del selvatico

Nell’immaginario brasiliano, la foresta non coincide mai con uno spazio neutro, vuoto o semplicemente in attesa di essere misurato, recintato e conquistato. Essa si configura come un territorio denso, abitato da presenze, relazioni e forze sottili che sfuggono radicalmente al controllo umano. Gli alberi non sono soltanto riserva di legno o materia prima; i corsi d’acqua non sono meri canali di transito; gli animali non rappresentano semplici prede a disposizione del cacciatore. Ciascun elemento vegetale e minerale partecipa a una fitta rete di significati simbolici e cosmologici che il viaggiatore ignora a proprio rischio e pericolo.
Questa percezione affonda le sue radici nelle cosmologie indigene – molteplici, irriducibili a un unico modello e profondamente vive – che condividono tuttavia un principio fondante: l’essere umano non è il proprietario assoluto del mondo che attraversa. La sua presenza all’interno della foresta può essere legittima, ma non è mai illimitata né incondizionata. Varcare il margine della vegetazione significa accettare che esistano leggi, ritmi e confini non stabiliti dall’arbitrio dell’uomo.
Il meraviglioso, in questo contesto, non irrompe come un miracolo astratto, ma nasce dall’incontro quotidiano con una realtà che rifiuta di farsi spiegare interamente. Un ramo spezzato lungo il cammino può essere un segno banale, oppure l’indizio di un avvertimento; un sentiero battuto può improvvisamente raddoppiarsi e ricondurre al punto di partenza; una voce lontana può replicare il timbro di un compagno senza appartenere ad alcun essere vivente visibile. La foresta trasforma così l’orientamento spaziale in una vera e propria prova morale: chi sa procedere con umiltà e ascolto può trovare la via, mentre chi avanza con tracotanza e bramosia rischia di smarrire non soltanto la direzione, ma la stessa illusione di essere il centro ordinatore del cosmo.
Fra le figure più emblematiche e potenti del folclore brasiliano spicca il Curupira, genio tutelare della foresta e implacabile difensore della fauna selvatica. Sebbene le sue rappresentazioni iconografiche varino sensibilmente a seconda delle regioni — ora descritto come un fanciullo dai capelli rossi come il fuoco e dai denti aguzzi, ora come un ometto selvatico — un tratto morfologico ne definisce l’essenza inconfondibile: i piedi rivolti all’indietro.
Questa singolare anatomia racchiude una delle intuizioni filosofiche e narrative più raffinate della tradizione popolare. Le impronte lasciate sul terreno non indicano più una direzione affidabile; il segno tangibile del passaggio contraddice il movimento reale del corpo. Il cacciatore che insegue la sua traccia, convinto di stringere la preda, si ritrova inevitabilmente a indietreggiare, allontanandosi sempre più dalla meta mentre il bosco si richiude alle sue spalle come un labirinto vivente. La percezione sensoriale dell’uomo viene sistematicamente ingannata proprio da ciò che, nell’esperienza comune, dovrebbe guidarla con certezza.
I piedi rovesciati del Curupira rappresentano l’allegoria visiva di un ordine epistemologico altro, radicalmente estraneo alla logica utilitaristica della conquista. L’essere umano cerca di addomesticare e misurare lo spazio forestale attraverso una geometria lineare e predatoria; il custode ne rovescia i codici, dimostrando che la natura non è uno scenario passivo, ma un organismo dotato di una propria imperscrutabile sovranità.
Il Curupira interviene severamente contro chi abbatte alberi senza necessità o trucida gli animali oltre il limite della sopravvivenza. La sua figura incarna dunque il principio del limite: la foresta offre riparo, nutrimento e bellezza, ma esige in cambio il rispetto intransigente delle sue leggi invisibili. Il suo non è un ruolo di benevola accoglienza, quanto di severa custodia; egli veglia su un equilibrio che precede l’arrivo dell’uomo e che è destinato a perdurare ben oltre la sua effimera presenza.
Accanto alla figura del Curupira si muove la Caipora, altra presenza tutelare profondamente radicata nell’immaginario boschivo brasiliano. Sebbene entrambe le figure condividano il compito di proteggere la fauna e di scompaginare le cacce sconsiderate, la Caipora possiede una fisionomia e una modalità d’azione autonoma, fortemente legata alle specificità delle tradizioni locali. Spesso raffigurata come una creatura scaltra e sfuggente — talvolta solitaria, altre volte solita cavalcare un pecari o un caporale della fauna selvatica, con immancabile pipa in bocca — la Caipora opera attraverso la sottrazione e la confusione.
Il suo insegnamento non si manifesta quasi mai tramite la parola o l’apparizione plateale; è il comportamento stesso della foresta a farsi linguaggio della sua volontà. L’animale braccato svanisce all’improvviso nell’ombra della vegetazione; il rumore dei passi si moltiplica e si confonde; i punti di riferimento familiari svaniscono nella cortina del sottobosco. La Caipora rende manifesta una verità che le narrazioni popolari custodiscono gelosamente: non tutto ciò che si incontra deve essere posseduto, e non ogni desiderio di conquista legittima l’atto di prelevare.
Nella dinamica della sua presenza, la paura perde ogni connotazione puramente orrorifica per assumere una funzione pedagogica ed etica. Il timore reverenziale nei confronti della Caipora non nasce dalla debolezza dell’individuo di fronte al pericolo, bensì dalla piena consapevolezza della propria dipendenza da un ecosistema che non può essere ridotto a mero strumento di sfruttamento. La prudenza diventa così il primo e più alto compimento della conoscenza.
Curupira e Caipora non esauriscono la ricchezza delle tradizioni indigene, né possono essere banalizzati a semplici allegorie universali. Ogni comunità originaria — dai popoli Tupi-Guarani alle genti dell’interno — custodisce narrazioni specifiche, legate a una profonda stratificazione storica e territoriale. Eppure, la convergenza di queste figure all’interno del vasto patrimonio folklorico brasiliano testimonia la persistenza di un interrogativo comune e radicale: chi possiede davvero la terra? Quali obblighi etici accompagnano il gesto umano di attraversare e prendere?
La foresta brasiliana si rivela così, attraverso il filtro del racconto, molto più di un magnifico paesaggio esotico o di un’area geografica da censire. Essa opera come una vera e propria scuola dell’attenzione e del limite. Insegna che la ragione umana non esaurisce la totalità del reale e che, di fronte alla maestosità e alla complessità del vivente, il primo autentico atto di intelligenza consiste nel saper rinunciare alla pretesa di dominio assoluto, imparando a sostare sulla soglia con rispetto e timore reverenziale.
Capitolo II — La memoria delle origini: cosmologie indigene, eredità africane e immaginazione europea

La tradizione narrativa brasiliana non si è mai costituita come un blocco monolitico, né può essere compresa tracciando una linea genealogica semplice e lineare. Essa è il frutto di una storia stratificata, segnata da incontri profondi ma anche da violenze radicali, fratture traumatiche e forme tenaci di resistenza.
Prima dell’arrivo dei navigatori portoghesi, il territorio che oggi chiamiamo Brasile era abitato da una miriade di popoli indigeni, ciascuno portatore di lingue, cosmologie, saperi e memorie profondamente differenti. La colonizzazione europea, l’evangelizzazione forzata e, drammaticamente, la tratta transatlantica degli schiavi africani hanno impresso a questo paesaggio umano una torsione violenta, inaugurando un lungo processo di mescolanza, scontro e adattamento reciproco.
Le narrazioni popolari che oggi conosciamo riflettono questa complessità. Alcuni racconti conservano motivi antichissimi legati alle tradizioni originarie della terra; altri rielaborano le eredità fiabesche e religiose portate dall’Europa; altri ancora custodiscono la memoria culturale delle popolazioni africane deportate e dei loro discendenti. Questa pluralità impedisce di considerare la fiaba brasiliana come un edificio edificato secondo un unico progetto architettonico. È piuttosto un tessuto vivo, nel quale fili eterogenei si intrecciano senza mai perdere interamente la propria tensione originaria.
La narrazione popolare, d’altronde, non è mai una reliquia immobile destinata a ibernarsi nel passato. Ogni comunità che la riceve la seleziona, la interpreta e la trasforma secondo le proprie urgenze storiche ed esistenziali. Una storia può mutare geografia, spogliare un protagonista per vestirne un altro, trasformare un essere temuto in una figura comica o caricare un antico motivo europeo di significati del tutto inediti nel Nuovo Mondo. La continuità di questa tradizione non risiede nell’immobilità della forma, ma nella sua straordinaria capacità di rielaborare la memoria.
Nelle narrazioni dei diversi popoli originari del Brasile, l’origine del mondo, degli esseri umani, degli animali e delle pratiche sociali non si fonda su una cesura netta tra la cultura e la natura. Le tradizioni dei gruppi di lingua Tupi-Guarani, così come quelle delle innumerevoli altre famiglie linguistiche che popolano l’Amazzonia, il Cerrado e le regioni meridionali, non costituiscono un pantheon uniforme, ma esprimono visioni del cosmo profondamente radicate nei rispettivi territori.
In molte di queste cosmologie, la distinzione tra umani e non umani non coincide con la separazione assoluta che caratterizza la modernità occidentale. Gli animali, gli spiriti, le piante e i fenomeni naturali sono spesso percepiti come soggetti dotati di prospettive, intenzioni e codici di relazione. L’essere umano non si muove dunque in un teatro di oggetti muti, ma all’interno di una fitta rete di interdipendenze morali e spirituali.
La metamorfosi, che attraversa gran parte della fiabistica indigena, assume in questo contesto un valore epistemologico preciso. Non si tratta di un semplice artificio letterario o di un prodigio destinato allo stupore, bensì della dimostrazione che le forme dell’esistenza sono fluide e reversibili. Un animale può custodire la storia di un antenato; un fiume può reclamare il rispetto dovuto a una potenza vivente; un mutamento di forma può rivelare la verità nascosta dietro le apparenze. La fiaba diventa così una vera e propria scuola di educazione relazionale, che insegna a negoziare costantemente con l’alterità.
Nessuna comprensione dell’immaginario brasiliano è possibile senza riconoscere il contributo fondamentale delle popolazioni africane deportate durante la tratta atlantica e dei loro discendenti. Le culture provenienti dall’Africa occidentale e centro-occidentale — dalle tradizioni yoruba alle genti di lingua bantu — hanno plasmato in profondità la lingua, la musica, la danza, la religiosità e le forme narrative del paese.
Questa eredità non si riduce a un repertorio di motivi esotici o pittoreschi innestati su un tronco europeo o indigeno. Essa costituisce una componente strutturale dell’identità brasiliana, difesa e tramandata attraverso la forza della trasmissione orale. Nelle condizioni disumane della schiavitù, il racconto, il ritmo e il rito divennero strumenti vitali di resistenza culturale, presidi di dignità e spazi di autonomia in cui mantenere viva la genealogia, la memoria e la percezione del sacro.
Occorre tuttavia custodire con rigore la distinzione tra il folclore narrativo e le religioni afro-brasiliane, come il Candomblé e l’Umbanda. Le entità che popolano questi universi spirituali non sono semplici personaggi fiabeschi da intrattenimento, ma potenze sacre inserite in tradizioni religiose vive, rette da comunità, liturgie e saperi rigorosi.
Emblematica, in questo panorama, è la figura di Exu nelle cosmologie yoruba e nelle loro rielaborazioni afro-brasiliane. Spesso ferocemente frainteso e demonizzato dal pregiudizio coloniale e cristiano che lo ha sovrapposto alla figura del diavolo, Exu è in realtà il principio della comunicazione, del movimento, dello scambio e della mediazione tra gli esseri umani e le potenze spirituali. Come ha evidenziato l’antropologo Vagner Gonçalves da Silva, la sua figura incarna la capacità di attraversare i confini e di illuminare le ambivalenze dell’identità brasiliana. Pur instaurando un suggestivo dialogo ideale con la funzione di scompaginamento spaziale propria del Curupira nella foresta, Exu mantiene l’autonomia intangibile di una divinità venerata, ricordando che il potere di varcare le soglie è la forma più alta di conoscenza.
Accanto a Exu sorge la maestosa figura di Yemanjá (Iemanjá), la Grande Madre delle acque salate, anch’essa giunta dall’Africa atlantica per trovare nuova dimora e metamorfosi sulle coste brasiliane. La sua presenza, legata al mare, alla protezione e alla fecondità, stabilisce un legame profondo con l’immaginario acquatico dell’intero paese, offrendo una chiave di lettura complementare rispetto ai fiumi segreti e alle metamorfosi fluviali dell’Amazzonia. Anche qui, il mare di Yemanjá e le acque interne non si fondono in un’unica allegoria, ma concorrono a definire l’acqua come territorio originario, grembo e mistero.
A questo imponente intreccio indigeno e africano si sovrappone l’eredità culturale portoghese, trasmessa attraverso la colonizzazione, la letteratura di cordel, la predicazione religiosa e le fiabe della tradizione orale europea. Storie di magia, racconti di animali astuti, leggende agiografiche e motivi cavallereschi solcarono l’Atlantico per radicarsi nel suolo americano.
Ma il trasferimento non fu mai una mera clonazione culturale. Un racconto nato nei villaggi della penisola iberica, una volta trapiantato sotto il cielo tropicale, si nutriva di nuovi paesaggi, incorporava creature locali, assumeva inflessioni inedite e rispondeva a sensibilità differenti. Come insegnano i grandi studi di folcloristi pionieristici come Luís da Câmara Cascudo, la circolazione delle varianti dimostra che un racconto non appartiene mai a un’origine immobile, ma vive della linfa di chi lo racconta nel presente.
L’identità narrativa del Brasile non nasce dunque dalla neutralizzazione delle differenze in un sincretismo pacificato e indistinto, ma dalla convivenza — spesso aspra, complessa e conflittuale — di anime irriducibili. Le storie, tuttavia, possiedono una forza di sopravvivenza superiore alle strutture di potere che le hanno ostacolate. Passate dalla voce alla pagina, dalla tradizione orale al teatro, alla letteratura per l’infanzia e alle espressioni artistiche contemporanee, esse continuano a custodire la memoria di mondi possibili.
Il Brasile narrativo si conferma così come una casa dalle molte porte. Nessuna di esse esaurisce la totalità dell’edificio, e nessuna può pretendere di essere l’unico ingresso legittimo. Ciascuna conduce a una comunità, a una voce e a un modo irripetibile di abitare la soglia tra il visibile e l’invisibile.
Capitolo III — Il bestiario della metamorfosi: Boto, Iara, Cuca, Saci-Pererê e l’enigma delle acque

Se la foresta rappresenta il grande spazio dell’alterità terrestre, il fiume ne costituisce il corrispettivo fluido e cangiante: il luogo in cui il mistero si muove, scorre e si sottrae allo sguardo. Nell’immaginario amazzonico e nell’intero ecosistema brasiliano, i corsi d’acqua non sono mai semplici elementi geografici o risorse materiali, bensì vie di comunicazione, confini mobili, abissi insondabili e soglie d’incontro tra mondi differenti. Il fiume connette insediamenti distanti, ma sa anche dividerli, rendendo gli spostamenti imprevedibili e carichi di tensione.
La sua superficie riflette il cielo e la luce del giorno, celando tuttavia, sotto la spessa cortina della corrente, un universo intero che l’occhio umano non può raggiungere né dominare interamente. Questa duplice natura conferisce all’acqua una profonda ambivalenza: essa nutre, trasporta, bagna e purifica, ma sa anche sommergere, trascinare e inghiottire. Nessuno può fermare la corrente con un semplice atto di volontà, né obbligarla a conservare per sempre la stessa forma. La vita umana si svolge così all’interno di processi più grandi di essa, dove la fluidità diventa la metafora più potente dell’incertezza e del cambiamento.
Nel folclore brasiliano, questa dimensione acquatica genera figure straordinarie che non costituiscono un pantheon chiuso, ma una grammatica viva dell’ambivalenza. Il Boto esprime il fascino sottile della metamorfosi e l’inganno dell’identità; l’Iara incarna il richiamo irresistibile del desiderio e la profondità senza ritorno; la Cuca dà volto alla paura notturna e alla severità delle regole domestiche; il Saci-Pererê, pur muovendosi tra i sentieri e l’aria, completa il quadro sovvertendo ogni pretesa di ordine rigido. Ciascuna di queste creature trasforma l’incontro con l’ignoto in un interrogativo rivolto all’essere umano: di chi possiamo fidarci? Cosa si nasconde dietro un’apparenza seducente? Come possiamo riconoscere il pericolo quando esso indossa le vesti della bellezza o del gioco?
Tra le leggende più celebri e affascinanti dell’Amazzonia spicca quella del Boto, il delfino rosa di fiume che, secondo la tradizione, possiede la facoltà di mutare temporaneamente la propria forma per assumere le sembianze umane. Nelle versioni più diffuse, il Boto emerge dalle acque in corrispondenza delle grandi feste popolari — come le celebrazioni di São João nel mese di giugno —, vestito di abiti eleganti e rigorosamente bianchi, con un cappello calcato in testa che assolve a una funzione decisiva: nascondere o proteggere il tratto irrisolto della sua natura animale.
La metamorfosi del Boto non è un mero artificio fantastico o un prodigio estetico fine a se stesso. Essa mette radicalmente in discussione la possibilità di riconoscere l’altro sulla base delle sole apparenze sociali. L’uomo affascinante che entra nella sala da ballo, corteggia le giovani donne e scompare prima dell’alba non appartiene interamente al villaggio; la sua forma umana è una maschera provvisoria dietro cui si agita l’impulso inafferrabile del fiume. Il cappello, in questo contesto, funge da indizio narrativo fondamentale, ricordando che un piccolo dettaglio materiale può svelare ciò che la simmetria della forma tenta di celare.
Dal punto di vista socioculturale, il racconto del Boto ha svolto nel tempo funzioni complesse, offrendo spesso alle comunità rurali un linguaggio per interpretare gravidanze clandestine, relazioni difficili o paternità non dichiarate. Sarebbe tuttavia riduttivo esaurire la leggenda in una chiave meramente moralistica o, peggio, proiettare su di essa letture che giustifichino dinamiche di prevaricazione di genere. Il Boto rappresenta soprattutto la spinta irrefrenabile verso l’alterità: il fiume non è soltanto il luogo da cui arriva il prodigio, ma lo spazio in cui esso si ritrae, lasciando l’essere umano sospeso tra il desiderio e l’enigma.
Accanto al Boto si muove la figura magnetica dell’Iara (spesso associata o sovrapposta alle tradizioni della Mãe-d’Água), una creatura femminile dai lunghi capelli fluenti e dalla voce incantevole che abita le profondità dei fiumi amazzonici. Nelle narrazioni tradizionali, l’Iara attira i viandanti e i cacciatori imprudenti attraverso un canto melodioso, trascinandoli in un abbraccio acquatico da cui non è previsto ritorno.
Il paragone con le sirene della mitologia mediterranea, pur suggestivo, non deve indurre a considerare l’Iara una semplice filiazione tropicale del modello europeo. Essa affonda le proprie radici in un ecosistema narrativo specifico, plasmato dall’incontro tra cosmologie indigene e stratificazioni successive. Il potere dell‘Iara non si esercita attraverso la violenza bruta, bensì per mezzo dell’incanto. Il suo canto promette una pienezza d’amore e di bellezza che seduce l’essere umano, spingendolo a consegnarsi spontaneamente a ciò che non conosce.
La voce dell‘Iara diventa così la metafora suprema del desiderio come soglia pericolosa. Essa ricorda che la passione e la ricerca dell’assoluto possono condurre l’individuo oltre i limiti della propria sopravvivenza sociale. Lungi dall’essere ridotta alla semplice figura punitiva di una femminilità demonizzata, l’Iara incarna l’irriducibile alterità delle acque: una bellezza che attrae e atterrisce, che promette la rivelazione e restituisce il silenzio dell’abisso.
Se il Boto e l’Iara operano attraverso la seduzione e la metamorfosi fluviale, la Cuca appartiene a un registro differente del meraviglioso: quello della paura domestica, della notte e della pedagogia dell’infanzia. Storicamente rappresentata come una strega decrepita, un essere mostruoso o, nelle declinazioni più moderne influenzate dall’immaginario visivo, una creatura dai tratti coccodrilleschi, la Cuca è la figura evocata dagli adulti per indurre i bambini al sonno e all’obbedienza.
La sua presenza all’interno del folclore dimostra come il racconto fantastico assolva spesso a una funzione regolatrice. La minaccia della Cuca trasforma l’ansia astratta del buio in un pericolo tangibile, dando un volto preciso ai terrori che accompagnano il distacco dalla protezione familiare. Eppure, nell’economia della narrazione orale e della fantasia infantile, il mostro non si esaurisce mai nella mera funzione repressiva.
La Cuca vive soprattutto attraverso il racconto, l’ombra, il nome sussurrato e l’attesa. La sua assenza la rende ancora più potente, lasciando all’immaginazione dei bambini il compito di completare i contorni della minaccia. In questo modo, la fiaba istituisce un ponte delicato tra l’autorità degli adulti e la libertà incontrollabile dell’immaginazione, mostrando come dare un nome al terrore sia il primo passo per renderlo raccontabile.
A completare questo straordinario bestiario interviene il Saci-Pererê, spirito dispettoso e irrefrenabile che popola i margini delle foreste, i sentieri rurali e le aie delle comunità. Riconoscibile per la sua pelle scura, la mancanza di una gamba, l’immancabile berretto rosso e la pipa fumante, il Saci incarna la forza del disordine leggero e della sovversione giocosa.
Il Saci non è un eroe tragico né un mostro spaventoso; è un agente di scompiglio. Un attrezzo che scompare, un vento improvviso che solleva le foglie, un animale che si agita senza motivo: piccoli cataclismi quotidiani attribuiti alla sua presenza invisibile. Attraverso la sua astuzia, il Saci dimostra che non è necessario possedere una forza titanica o un potere ufficiale per rimettere in discussione le certezze dei potenti. Gli basta un soffio, una sparizione o uno scherzo fulmineo per ricordare agli esseri umani che l’ordine sociale non è eterno né inviolabile.
Se il Curupira confonde i sentieri della foresta, il Boto altera le identità alla festa e la Cuca spaventa nella notte, il Saci scompiglia la routine del giorno. Insieme, queste figure compongono un sistema narrativo in cui il meraviglioso non ha bisogno di battaglie epiche, ma sa insinuarsi nelle crepe della vita di tutti i giorni.
Le creature che popolano il bestiario fantastico brasiliano non possono essere ridotte a semplici allegorie dai contorni rigidi. Il Boto, l’Iara, la Cuca e il Saci-Pererê conservano una straordinaria vitalità proprio perché sfuggono a ogni classificazione definitiva. Ciascuno di essi apre una crepa nel reale, sollevando interrogativi che il racconto non ha la pretesa di risolvere.
Considerate nel loro insieme, queste figure formano una mappa raffinata delle profondità umane: l’incertezza dell’apparenza, il richiamo seducente del desiderio, il peso delle paure infantili e la necessità liberatoria del disordine. Il meraviglioso brasiliano non allontana mai dalla realtà; al contrario, offre una prospettiva inattesa e vertiginosa per continuare a interrogarci su chi siamo.
Capitolo IV — L’astuzia contro la forza: João Grilo, la malandragem e il trionfo del debole

Nella tradizione eroica di molte culture occidentali, il protagonista viene solitamente definito dal coraggio marziale, dalla forza fisica, dalla nobiltà delle origini o dal possesso di oggetti e armi prodigiose. Una parte fondamentale della narrativa popolare brasiliana ribalta radicalmente questo schema, affidando il riscatto e la sopravvivenza a un’altra facoltà decisiva: l’intelligenza pratica.
L’eroe popolare può essere povero, affamato, privo di protezioni istituzionali e apparentemente insignificante di fronte agli occhi dei potenti. Non dispone di eserciti, non possiede latifondi e non vanta titoli che garantiscano il prestigio sociale. Eppure, riesce a sconfiggere avversari temibili e a superare prove insormontabili perché sa leggere le situazioni, individuare le falle altrui e trasformare una condizione di netto svantaggio in un’opportunità inattesa.
Questa figura affonda le radici nella grande famiglia universale dei trickster: gli ingannatori cosmici e culturali che popolano i miti e le favole di innumerevoli popoli. Il trickster viola le regole precostituite, manipola le apparenze, sfrutta le contraddizioni interne all’ordine costituito e dissacra l’autorità attraverso il potere corrosivo del riso. Nel contesto brasiliano, questo modello archetipico si declina in figure distinte ma affini, come il matuto delle aree rurali, il pícaro di ascendenza iberica, il celebre João Grilo e l’urbano malandro.
La loro strategia narrativa comune dimostra che la vittoria non dipende mai dalla superiorità materiale, bensì dalla capacità di comprendere le regole del gioco meglio di chi le ha imposte per proprio vantaggio.
Tra i personaggi più celebri ed emblematici di questa tradizione spicca João Grilo, protagonista indiscusso dell’opera teatrale Auto da Compadecida, scritta da Ariano Suassuna nel 1955 e radicata nel ricco humus della cultura popolare del Nordest brasiliano. João Grilo è l’incarnazione del piccolo uomo: povero, costantemente affamato, privo di scrupoli morali intransigenti ma dotato di una lucidità verbale e di una capacità di improvvisazione sbalorditive.
Il personaggio non nasce dal vuoto: Suassuna attinge a un vasto repertorio di storie orali, motivi della letteratura di cordel e facezie tradizionali, rielaborandoli in un capolavoro drammatico in cui la comicità più sferzante convive con interrogativi esistenziali profondi. João Grilo non può competere con i potenti locali — il prete, il vescovo, il proprietario terriero, il cangaceiro — sul terreno della forza o della ricchezza; egli agisce sul piano della parola. Costruisce situazioni paradossali, sfrutta le superstizioni altrui, asseconda la vanità dei potenti per farli cadere nelle loro stesse trappole e costringe l’autorità a fare i conti con la propria fragilità.
Nell’economia dell’opera, la sua furbizia non è mai cinismo isolato; essa si accompagna a una profonda vulnerabilità e a una radicale esposizione alla precarietà della vita. Anche nel momento estremo del giudizio ultraterreno, quando la morte azzera le differenze terrene, João Grilo sa trasformare il tribunale divino in un palcoscenico in cui ridiscutere i destini umani, grazie anche all’intervento misericordioso della Compadecida (la figura mariana). La sua astuzia non redime il mondo, ma restituisce dignità a chi non ha mai avuto voce.
Per comprendere la straordinaria circolazione di queste figure e la vitalità del patrimonio narrativo nordestino, è indispensabile guardare alla letteratura di cordel. Nata dalla tradizione di stampare piccoli opuscoli poetici — tradizionalmente appesi a cordicelle (da cui il nome) ed esposti nei mercati, spesso illustrati con xilografie evocative —, questa forma espressiva unisce indissolubilmente la scrittura e la voce.
I testi di cordel non sono reliquie silenziose, ma eventi performativi pensati per essere recitati, cantati ad alta voce e memorizzati collettivamente. Essi accolgono avventure eroiche, satire politiche, cronache locali, vicende religiose e racconti di astuzia, dimostrando come la cultura popolare sappia rinnovarsi continuamente senza recidere il legame con le proprie radici orali.
Il valore di questa pratica è stato solennemente riconosciuto il 19 settembre 2018, quando l’Instituto do Patrimônio Histórico e Artístico Nacional (IPHAN) ha registrato ufficialmente la letteratura di cordel come Patrimonio Culturale del Brasile, inserendola nel Libro delle Forme di Espressione. Questo riconoscimento certifica che il cordel non è un reperto da museo, ma una voce viva che continua a interpretare l’anima del paese.
Se João Grilo rappresenta l’astuzia arguta del Nordest rurale e semi-urbanizzato, il malandro incarna la quintessenza dell’ingegno urbano, legato indissolubilmente all’immaginario di Rio de Janeiro e alla cultura popolare costiera.
Il malandro non è un eroe fiabesco in senso tradizionale, ma una figura socioculturale complessa, immortalata nella musica popolare (dal samba classico), nella letteratura e nel cinema. Egli è l’individuo che, rifiutando il lavoro salariato convenzionale, sopravvive ai margini delle istituzioni grazie al proprio carisma, all’improvvisazione, al gioco d’azzardo e a una raffinata padronanza della malandragem: l’arte di eludere le regole senza infrangerle platealmente.
A differenza del ribelle politico che tenta di abbattere il sistema, il malandro si muove agilmente dentro le pieghe e le contraddizioni dell’ordine costituito. Conosce le leggi dei potenti abbastanza bene da sfruttarne le scappatoie. La sua figura è profondamente ambivalente: affascinante, ironica e vitale, ma capace di scivolare nell’opportunismo e nello sfruttamento. Nell’universo brasiliano, il malandro rappresenta la risposta esistenziale di chi, escluso dai canali ufficiali del benessere, trasforma la propria mobilità e la propria faccia tosta in un’arma di sopravvivenza quotidiana.
In tutte queste manifestazioni dell’astuzia popolare, l’arma decisiva non è mai la violenza, ma il linguaggio. Una battuta pronunciata al momento opportuno, una promessa interpretata con maliziosa letteralità o una menzogna teatrale che smaschera l’ipocrisia altrui possiedono un dirompente potere sovversivo.
Il riso che ne scaturisce non è un semplice ornamento comico. È una forma di conoscenza e di critica sociale. Quando il potente viene ridicolizzato da un subalterno, l’aura di intoccabilità dell’autorità si incrina irrimediabilmente. Il popolo ride non perché l’ingiustizia sia magicamente scomparsa, ma perché riconosce, attraverso la finzione e la comicità, che chi detiene il potere non possiede né una superiorità morale né una saggezza assoluta.
L’eroe astuto della tradizione brasiliana non aspira a diventare un santo, né promette la costruzione di un mondo perfetto. La sua vittoria è spesso precaria, temporanea e moralmente ambigua. Egli mente, imbroglia e si fa strada sgomitando tra le maglie strette della povertà.
Eppure, proprio attraverso questa imperfezione umana, la fiaba e il racconto popolare mantengono vivo un desiderio fondamentale: la sete di giustizia. Mostrare che l’ordine sociale vigente non coincide con la giustizia, e che l’intelligenza dei deboli può almeno temporaneamente ribaltare le gerarchie imposte, significa ricordare che la realtà non è mai blindata una volta per tutte. L’astuzia diventa così l’arte di mantenere aperto il campo delle possibilità.
Capitolo V — Il tempo circolare della festa: Carnevale, mito e rigenerazione del mondo

Ogni tradizione narrativa organizza il tempo secondo coordinate proprie. Nelle fiabe europee, l’inverno e la foresta innevata rappresentano spesso la sospensione della vita, la prova della pazienza o l’attesa di una rinascita primaverile. Nell’immaginario brasiliano, invece, quando la narrazione si sposta nello spazio collettivo della festa, il tempo si modula sul ritmo del ritorno: la ricorrenza ciclica, la ripetizione del canto, la preparazione corale e il rinnovamento costante dei legami comunitari.
Sarebbe riduttivo contrapporre in modo rigido la ciclicità festiva americana alla temporalità stagionale europea, poiché ogni cultura possiede i propri rituali di rigenerazione. Eppure, la festa in Brasile assume una densità unica, configurandosi come uno spazio in cui il tempo quotidiano viene radicalmente sospeso. La routine del lavoro, la rigidità delle gerarchie sociali e il peso degli obblighi lasciano temporaneamente il passo a un’esperienza collettiva plasmata dalla musica, dalla danza, dal travestimento e dalla partecipazione pubblica. In questo intervallo straordinario, il mondo sembra potersi riscrivere.
Celebre a livello internazionale, il Carnevale brasiliano non si esaurisce nella spettacolarità sfolgorante delle sfilate. Le sue forme variano profondamente da regione a regione: dalle imponenti scuole di samba di Rio de Janeiro ai blocos di strada, dal frenetico frevo di Recife e Olinda al samba-reggae di Salvador di Bahia. Ciascuna espressione custodisce storie, memorie e tensioni sociali specifiche.
Il Carnevale mette in scena il classico motivo del «mondo capovolto», in cui le gerarchie ordinarie vengono temporaneamente sospese o negoziate attraverso la maschera e la performance. Il travestimento non serve soltanto a nascondere il volto, ma a liberare ciò che la vita quotidiana disciplina e reprime. Il potente può diventare bersaglio di satira feroce, il corpo subalterno si erige a protagonista assoluto della scena pubblica e le differenze sociali vengono rese visibili proprio attraverso il loro rovesciamento ludico.
Tuttavia, come ha insegnato una lettura critica della festa (dialogando anche con la lezione bachtiniana del carnevalesco), la sospensione non equivale all’abolizione definitiva delle disuguaglianze. Il Carnevale è anche uno spazio di lavoro rigoroso, di investimenti economici e di profonde tensioni storiche e razziali. La libertà festiva non è mai puramente spontanea: viene costruita attraverso una disciplina collettiva e condivisa. La festa offre dunque un palcoscenico pubblico in cui l’ordine sociale può essere criticato, rappresentato e reinventato, senza tuttavia cancellare le contraddizioni che lo attraversano.
La musica e la danza in Brasile non rappresentano un semplice accompagnamento decorativo della festa, bensì veri e propri archivi viventi della memoria collettiva. Ritmi come il samba de roda del Recôncavo baiano — giustamente riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità —, il frevo pernambucano o il maracatu custodiscono storie di migrazione, resistenza, creatività e incontro tra la diaspora africana e le radici locali.
La ripetizione del ritmo crea attesa e variazioni, invitando il corpo a farsi strumento di trasmissione culturale. Un passo appreso per imitazione, un gesto coreografico o un coro responsoriale tramandano saperi che non passano attraverso la scrittura. La memoria vive nella pratica corporea. Rispettare questa pluralità significa riconoscere che le tradizioni afro-brasiliane e regionali possiedono una dignità e un’autonomia irriducibili, lontane da ogni folklorizzazione superficiale.
Accanto all’esplosione del Carnevale, il calendario popolare brasiliano pulsa del ritmo delle Festas Juninas nel mese di giugno. Dedicate a sant’Antonio, san Giovanni e san Pietro, queste celebrazioni uniscono devozioni cattoliche popolari, danze di quadriglia, falò, cibi regionali e memorie della vita contadina.
La pluralità festiva riflette la complessità religiosa del paese, in cui il cattolicesimo popolare, le tradizioni indigene e le religioni di matrice afro-africana (come il Candomblé e l’Umbanda) non costituiscono un unico blocco sincretico indistinto, ma un mosaico di fedi e comunità viventi. Il sacro attraversa il lavoro, la cucina e la festa, dimostrando che il meraviglioso non è confinato alla sola finzione letteraria, ma abita l’esperienza reale di chi vi partecipa.
Capitolo VI – Conclusione: La fiaba brasiliana come arte di abitare il mondo

Al termine di questo itinerario attraverso le foreste, i fiumi, le astuzie dei deboli e il tempo circolare della festa, la fiaba brasiliana si rivela non come un repertorio chiuso di creature fantastiche, ma come un modo peculiare di interrogare il legame tra l’essere umano, l’ambiente, la comunità e il potere. Dall’Amazzonia al Nordest, dalle coste atlantiche alle metropoli, l’immaginario brasiliano rifiuta ogni centro unico. Il Curupira, il Boto, João Grilo e il Carnevale dialogano tra loro perché offrono prospettive complementari sulle possibilità e sui limiti dell’esperienza umana.
Nel progetto di un dialogo tra le culture dei paesi BRICS, la tradizione fantastica brasiliana si lascia utilmente illuminare e insieme definire per contrasto se accostata a un altro grande universo fiabesco, come quello russo.
Nelle narrazioni della Russia, l’immaginario si muove solitamente lungo le coordinate di un mondo severo e ostile: la foresta innevata, la solitudine del villaggio e la soglia della casa delimitano uno spazio in cui l’eroe è chiamato a sostenere prove di resistenza, pazienza e discernimento. Il cammino è un viaggio lineare, scandito dall’attesa, dal superamento degli ostacoli e dall’incontro con figure ambigue o formidabili — prima fra tutte la celebri Baba Jaga —, che mettono alla prova la tempra del protagonista. La vittoria si conquista attraverso il coraggio, la perseveranza e l’intervento di aiuti magici, conducendo l’eroe, al termine di un rigoroso percorso di prova, all’acquisizione di un nuovo stato e alla trasformazione del proprio destino prima del ritorno.
Il folclore brasiliano disegna invece una geografia e una dinamica dell’esperienza del tutto differenti. Qui l’ambiente simbolico non è segnato dal gelo e dall’attesa invernale, ma dalla densità della foresta tropicale, dal flusso ininterrotto dei fiumi, dalla durezza del sertão e dall’esplosione collettiva dello spazio festivo. La prova dell’eroe non consiste nel vincere un ostacolo con la forza o la pazienza eroica, bensì nell’imparare a rispettare i limiti, ad orientarsi in un territorio che non si lascia dominare e ad affidarsi all’astuzia, all’adattamento e all’ironia.
Nelle storie brasiliane non compaiono donatori magici o severi antagonisti sul modello russo; l’incontro avviene con custodi della fauna imprevedibili, esseri metamorfici, trickster irriverenti o creature acquatiche ambigue. E lo strumento della vittoria non è un’arma fatata, ma la parola agile, l’improvvisazione, la profonda conoscenza del contesto e la capacità di rovesciare le gerarchie attraverso il riso. Di conseguenza, la trasformazione non si compie in un nuovo status individuale acquisito dopo una prova di forza, ma nella rinegoziazione costante delle relazioni e nel momentaneo rovesciamento dell’autorità. Anche il tempo simbolico riflette questa diversità: al viaggio lineare e alla prova iniziatica della fiaba russa, il Brasile contrappone la ricorrenza festiva, il ritmo circolare della comunità e una trasformazione continua che affida alla memoria collettiva il compito di rinnovarsi.
Il percorso tracciato in quest’opera si raccoglie intorno a cinque principi fondamentali:
La natura non è un oggetto inerte: Il Curupira e la Caipora insegnano che la foresta possiede leggi proprie; il limite imposto all’uomo è la prima forma di conoscenza.
La cultura vive attraverso la trasformazione: L’intreccio tra radici indigene, africane ed europee ha generato un patrimonio plurale, in perenne movimento.
L’apparenza non esaurisce la realtà: Il Boto e la Cuca ricordano che il mondo visibile custodisce dimensioni inafferrabili e ambigue.
La debolezza può farsi risorsa: João Grilo dimostra che la parola, l’ironia e l’intelligenza pratica possono smascherare la presunzione del potere.
La comunità si rigenera raccontandosi: Attraverso la festa, il corpo e il ritmo, il passato non si iberna, ma si rinnova nel presente.
Ogni grande tradizione fiabesca risponde a un interrogativo universale: come può un essere umano attraversare un mondo che non comprende interamente?
La risposta che il Brasile ci consegna attraverso le sue voci non è una formula di dominio, ma un atto di profonda saggezza. La foresta rimane viva perché non è una proprietà; il fiume custodisce il mistero perché la sua corrente non si lascia addomesticare; l’astuzia dei deboli ricorda che la giustizia è un desiderio da mantenere aperto; la festa dimostra che nessun ordine umano è eterno.
Il meraviglioso brasiliano non è una fuga dalla realtà, ma una straordinaria educazione allo sguardo, all’ascolto e al limite. Tra il fruscio degli alberi della foresta e il respiro infinito delle acque, il racconto continua a vivere perché ci ricorda che la realtà è sempre più vasta delle nostre certezze: l’intelligenza non consiste nel dominare ogni cosa, ma nel saper abitare con rispetto un mondo che non ci appartiene interamente.
Bibliografia
Folclore, mitologie e tradizioni orali
Câmara Cascudo, Luís da — Contos tradicionais do Brasil (1946).
Câmara Cascudo, Luís da — Dicionário do Folclore Brasileiro.
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Romero, Sílvio — Contos populares do Brasil (1885).
Cosmologie indigene e antropologia del selvatico
Viveiros de Castro, Eduardo — A inconstância da alma selvagem: esquetes de antropologia ontológica (2002).
Mindlin, Betty — Moqueca de maridos: mitos eróticos (1997).
Instituto Socioambiental (ISA) — Archivi e pubblicazioni istituzionali e comunitarie
Memoria afro-brasiliana, sincretismo e religioni
Gonçalves da Silva, Vagner — “Exu do Brasil: tropos de uma identidade afro-brasileira nos trópicos”.
de Paula, Flavio José & de Andrade, Paulo Fernando Carneiro — “Iemanjá, da África para o Brasil: mitologia e identidade”.
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Letteratura di cordel, teatro e rielaborazioni d’autore
Suassuna, Ariano — Auto da Compadecida (1955).
Lobato, Monteiro — O Saci (1921).
Gomes de Barros, Leandro & Martins de Athayde, João — Opuscoli storici e classici della letteratura di cordel
Studi critici di approfondimento:
Irley Machado — “O Auto da Compadecida e um personagem extraordinário”
Sonia Maria Dal-Sasso — “Persuasão e malandragem no Auto da Compadecida”
Nota metodologica e precauzioni critiche
L’accostamento di queste fonti richiede una fondamentale cautela interpretativa. Figure come il Curupira, la Caipora, il Boto e l’Iara appartengono al patrimonio leggendario e folklorico; il Saci e la Cuca vivono oggi in una fortunata osmosi tra tradizione orale e cultura dell’infanzia; João Grilo si muove sul piano della rielaborazione letteraria e teatrale d’autore.
Allo stesso modo, le cosmologie indigene e le religioni di matrice afro-brasiliana (come il Candomblé e l’Umbanda) non costituiscono semplici repertori di personaggi fantastici da saccheggiare, ma tradizioni religiose e culturali vive, dotate di propri sistemi di conoscenza, autonomia e rigorosa dignità storica.













