IL CAIRO- A oltre mezzo secolo dalla Guerra d’Ottobre del 1973, la battaglia di Suez continua a essere studiata e raccontata anche attraverso le testimonianze di chi combatté dall’altra parte del fronte.
Il libro “Suez non è Stalingrado” (Suez Is Not Stalingrad), scritto dall’ex comandante israeliano Nahum Zaken, ricostruisce dall’interno uno degli episodi più sanguinosi e controversi degli ultimi giorni della guerra: il tentativo israeliano di conquistare la città di Suez.
Zaken comandava il 433° Battaglione corazzato israeliano. Attese quasi mezzo secolo prima di mettere per iscritto la propria esperienza, pubblicando il volume nel 2021.

L’ASSALTO A SUEZ
Era il 24 ottobre 1973, nelle ultime ore della guerra.
Dopo aver attraversato il Canale di Suez e raggiunto la sponda occidentale, le forze israeliane cercavano di consolidare l’accerchiamento della Terza Armata egiziana. La conquista della città di Suez avrebbe avuto un’importanza strategica enorme: avrebbe consentito di controllare importanti vie di comunicazione e aumentato ulteriormente la pressione sulle forze egiziane.
Ma l’ingresso nella città si trasformò in una battaglia urbana durissima.
Secondo il racconto di Zaken, le unità israeliane entrarono a Suez senza una conoscenza adeguata del terreno, con informazioni d’intelligence insufficienti e senza mappe sufficientemente precise per affrontare un combattimento urbano di quella portata.
La resistenza incontrata fu molto più forte del previsto.
Soldati egiziani, forze di sicurezza e combattenti presenti nella città attaccarono le colonne israeliane dalle strade e dagli edifici, trasformando rapidamente l’avanzata in uno scontro estremamente violento.
I numeri riportati nel resoconto sono pesanti: il battaglione di Zaken avrebbe registrato 34 morti e 138 feriti.
Particolarmente grave fu il colpo subito dalla struttura di comando. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa, nell’arco di circa un’ora e mezza 16 ufficiali con funzioni di comando sarebbero stati colpiti, tra morti e feriti.
Una parte delle forze israeliane rimase inoltre isolata per ore all’interno della città.
Successivamente intervenne anche una forza corazzata guidata da Ehud Barak, futuro primo ministro israeliano, nel tentativo di assistere e recuperare le unità rimaste intrappolate.
«NON AVEVAMO MAPPE ADEGUATE»
Uno degli aspetti più interessanti della testimonianza di Zaken riguarda proprio la preparazione dell’operazione.
L’attacco, secondo il suo racconto, sarebbe stato deciso con eccessiva fretta e senza una preparazione sufficiente per un combattimento all’interno di una grande città.
Il successo ottenuto precedentemente dalle forze israeliane in altri settori del fronte avrebbe inoltre alimentato un’eccessiva fiducia nelle possibilità di conquistare rapidamente Suez.
La città dimostrò il contrario.
La resistenza egiziana impedì infatti a Israele di ottenere il risultato decisivo sperato: Suez non venne conquistata.
LA SORPRESA EGIZIANA DEL 6 OTTOBRE
Il libro va però oltre la singola battaglia.
Zaken affronta anche il trauma provocato in Israele dall’offensiva egiziana del 6 ottobre 1973, quando l’esercito egiziano attraversò il Canale di Suez, superò la linea difensiva israeliana e stabilì le proprie teste di ponte sulla sponda orientale.
Nella ricostruzione riportata dai media, Zaken riconosce apertamente la gravità della sorpresa subita dall’apparato militare e d’intelligence israeliano.
Una frase attribuitagli riassume efficacemente questa valutazione:
«Gli egiziani riuscirono a sorprenderci in modo vergognoso».
Parole particolarmente significative perché provenienti non dalla narrativa egiziana della guerra, ma da un ufficiale israeliano che vi partecipò direttamente.

PERCHÉ “SUEZ NON È STALINGRADO”
Il titolo scelto da Zaken richiama inevitabilmente Stalingrado, simbolo universale della guerra urbana e di una città trasformata in campo di battaglia.
Ma dietro il titolo si trova soprattutto la necessità, maturata dopo decenni, di ricostruire ciò che accadde alle unità israeliane entrate a Suez e di rispondere anche alle domande delle famiglie dei militari caduti.
Zaken aspettò circa 48 anni prima di pubblicare la propria testimonianza.
Il volume uscì nel 2021 per Ma’arachot, storica casa editrice israeliana specializzata in pubblicazioni militari.
DAL LIBRO ISRAELIANO ALLO STUDIO IN EGITTO
C’è infine un elemento particolarmente interessante nel percorso del volume.
Secondo quanto riferito dalla stampa citata, “Suez non è Stalingrado” è stato tradotto in arabo e utilizzato come materiale di studio nell’ambito della formazione militare egiziana.
Un testo scritto da un comandante israeliano diventa così una fonte attraverso cui studiare, anche in Egitto, la battaglia del 1973 dalla prospettiva dell’avversario.
Ed è forse proprio questo l’aspetto storicamente più interessante: confrontare le due narrazioni consente di comprendere non soltanto ciò che accadde sul campo, ma anche gli errori di valutazione, le decisioni operative e la percezione che ciascun esercito ebbe dell’altro.
A cinquantatré anni dalla guerra, Suez rimane uno dei simboli egiziani della resistenza dell’ottobre 1973 e una delle battaglie che più profondamente segnarono i militari israeliani che vi presero parte.
© Associazione Italo-Egiziana Eridanus
