Scontro frontale all’ONU: la delegazione cubana abbandona l’aula mentre Trump attacca L’Avana. La replica di Bruno Rodríguez Parrilla
Le tensioni storiche tra Stati Uniti e Cuba sono tornate a infiammare il palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, trasformando l’Assemblea generale in un teatro di scontro frontale. Nel corso del suo intervento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riservato parole durissime nei confronti del governo cubano, definendolo senza mezzi termini uno “Stato fallito” e destinato a “cadere”. Un attacco sferrato a testa bassa che ha spinto la delegazione de L’Avana – guidata con fermezza dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla – a inscenare una clamorosa protesta, abbandonando platealmente l’emiciclo in segno di aperto e irriducibile dissenso.
Nel mirino del tycoon sono finite le fondamenta politiche ed economiche dell’isola caraibica: “La mia amministrazione sta perseguendo un cambiamento radicale della situazione a Cuba, dove il regime comunista è sottoposto a una forte pressione, la più grande che abbia mai subito: è uno Stato assolutamente fallito”. Trump ha inoltre rincarato la dose, cercando di legare la geopolitica internazionale alle dinamiche interne statunitensi, e accusando L’Avana di presunte interferenze ideologiche e strategiche: “Il regime cubano da decenni si coordina con gli estremisti di sinistra e le reti comuniste qui negli Stati Uniti – come ha mostrato in dettaglio il nostro dipartimento di Stato –; hanno coltivato rapporti con sovversivi, gruppi estremisti e partiti comunisti Usa e i democratici socialisti di America”.
A stretto giro, la reazione di L’Avana non si è fatta attendere, trovando una voce netta e intransigente nella replica ufficiale affidata dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla direttamente attraverso i canali della piattaforma X. Un intervento che ha smontato punto per punto la narrazione della Casa Bianca, rivendicando con orgoglio l’autodeterminazione del popolo cubano. La dichiarazione del capo della diplomazia di Cuba, riportata integralmente come battuta dalle agenzie e rilanciata dalla stampa internazionale, recita così:
«Il governo degli Usa non riesce ad accettare che Cuba sia, e abbia il diritto di essere, un Paese pienamente indipendente e sovrano.
Nessuna delle falsità pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti all’Onu, né alcuna calunnia, potrà mai negare tale realtà.
Cuba non rappresenta una minaccia per l’America né per altri. Il blocco economico, compreso l’embargo energetico, minaccia invece concretamente Cuba e altre nazioni. Si tratta di un atto di genocidio e di una punizione collettiva.
Siamo un Paese pacifico e meritiamo la pace. Cuba non è una minaccia; lo è il blocco».
L’analisi ermeneutica del discorso di Trump svela la natura profonda di una retorica che va ben oltre la superficie muscolare della propaganda diplomatica. Definire Cuba uno “Stato fallito” prossimo al collasso non è una semplice analisi economica, ma un vero e proprio atto performativo con cui Washington cerca di giustificare l’asfissia economica come un processo “naturale” di dissoluzione interna, occultando deliberatamente il peso schiacciante delle sanzioni imperialiste. È la logica perversa del determinismo geopolitico, secondo cui l’alternativa socialista viene dipinta come ontologicamente incompatibile con la sopravvivenza nell’emisfero occidentale. Al contempo, l’accusa di legami con i “democratici socialisti” e la sinistra interna svela l’uso strumentale di Cuba come spauracchio nella politica interna statunitense, utile a polarizzare l’elettorato.
In questo scenario, il plateale walkout della delegazione guidata da Bruno Rodríguez Parrilla e la successiva replica al vetriolo non costituiscono soltanto un atto di difesa diplomatica, ma la riaffermazione radicale della sovranità di un popolo che rifiuta di piegarsi al diktat unipolare. Le parole di Trump confermano ancora una volta l’accanimento sconsiderato di una superpotenza incapace di tollerare l’esistenza di un’isola libera, socialista e irriducibilmente sovrana a pochi passi dalle sue coste. Cuba non rappresenta una minaccia per nessuno, se non per l’egemonia di chi vorrebbe sottomettere l’America Latina. La vera violenza sistemica e l’unica reale minaccia alla stabilità e alla pace regionale restano il blocco criminale e la persecuzione economica perpetrati dagli Stati Uniti, di fronte ai quali la dignità e la resistenza di Cuba continueranno a ergersi come un baluardo insuperabile.

