Oltre il dogmatismo della reazione: Per un’analisi materialista e non cospirazionista delle disuguaglianze
Nel dibattito politico contemporaneo, e talvolta persino all’interno di alcune aree che si richiamano alla sinistra, si assiste ciclicamente al riemergere di letture riduzioniste che liquidano le lotte per i diritti civili e contro le discriminazioni sistemiche come mere “sovrastrutture” o, peggio, come distrazioni borghesi. Questa impostazione, lontana dal marxismo metodologico e vicina a una visione moralistica e speculare del conservatorismo, fallisce nell’analizzare la complessità del capitalismo contemporaneo e finisce per regalare sponda alla destra reazionaria.
La nascita reale del termine “Woke” e la persecuzione dei rivoluzionari afroamericani
L’invocazione di un presunto blocco monolitico e totalitario etichettato come “woke” tradisce innanzitutto una totale ignoranza storica e culturale delle sue vere origini. Il termine “woke”, sorto storicamente all’interno dell’attivismo e della classe lavoratrice afroamericana negli Stati Uniti, indicava originariamente la coscienza di classe e la consapevolezza politica di fronte al razzismo sistemico e all’infame oppressione del capitalismo razziale. Storicamente, settori avanzati del movimento afroamericano negli Stati Uniti – si pensi al Black Panther Party e ai movimenti di liberazione nera – hanno espresso un legame profondo, rigoroso e radicale con il marxismo-leninismo ortodosso, adattando l’analisi materialista alla lotta contro l’imperialismo e lo sfruttamento di classe.
Proprio per questo loro ancoraggio a una prassi rivoluzionaria e marxista-leninista autentica, i militanti afroamericani sono stati sistematicamente perseguitati, incarcerati e sterminati dallo Stato capitalistico statunitense attraverso brutali programmi repressivi statali (come il famigerato COINTELPRO dell’FBI). Pretendere oggi di irridere o liquidare il mondo afroamericano e le sue lotte, considerandole erroneamente come espressioni subalterne o manovrate, significa rovesciare la realtà storica: chi adotta questa supponenza eurocentrica compie una colossale mistificazione e svolge un lavoro oggettivamente favorevole alla supremazia bianca, del tutto funzionale al mantenimento delle gerarchie capitalistiche.
Tra esagerazioni accademiche e radici nelle lotte sociali serie
Ciò non toglie che nel corso degli anni si siano verificate delle distorsioni: soprattutto all’interno di certi settori del mondo accademico occidentale vi sono state delle esagerazioni, traducendo la spinta originaria in un approccio eccessivamente culturalista, idealista e avulso dalla base materiale dei conflitti sociali. Tuttavia, riconoscere queste deviazioni accademiche non sminuisce affatto la validità storica del fenomeno. Il movimento originario affonda le sue radici in lotte sociali serie, materiali e irrinunciabili contro le discriminazioni sistemiche.
La fabbrica del fantasma “Woke” e l’infiltrazione neofascista
Non esiste alcuna teologia ufficiale “woke”, né un manifesto politico codificato o un comitato centrale che la diriga. Trattarla come una categoria politica o ontologica autonoma significa adottare una prospettiva marcatamente cospirazionista. A ben vedere, dietro questa crociata ossessiva contro il “mondo woke” si muovono spesso forze chiaramente neofasciste infiltrate o contigue, che utilizzano lo spauracchio della presunta sovversione culturale per riciclare la propria retorica reazionaria. Le critiche sistematiche a questa presunta entità finiscono per coincidere perfettamente con la propaganda della destra estrema, la quale agita il complotto di un’egemonia globale per distogliere l’attenzione dai conflitti materiali di classe e canalizzare il malcontento popolare verso bersagli fantasma.
La falsa dicotomia tra lotta di classe e diritti civili
Sostenere che l’attenzione al linguaggio, al genere, all’orientamento sessuale o all’origine etnica rappresenti un inganno o un’arma del padronato per dividere la classe lavoratrice costituisce un grave errore di prospettiva teorica. L’analisi materialista ha sempre insegnato che il capitale non si limita a sfruttare la forza-lavoro astrattamente, ma si appropria delle differenze sociali, amplificandole e istituzionalizzandole attraverso gerarchie di sesso, razza e nazione.
- Ridurre il razzismo, il sessismo e l’omofobia a semplici “abusi di linguaggio” o a manierismi culturali del mondo anglosassone significa ignorare la loro natura strutturale e la violenza materiale che infliggono quotidianamente nei luoghi di lavoro e nella società.
- La classe lavoratrice non è un soggetto neutro, omogeneo e bianco-etereosessuale: essa è internamente stratificata. Ignorare le oppressioni specifiche subite dalle minoranze o dalle donne con la scusa della “priorità della classe” significa frammentare il proletariato anziché unirlo.
Il marxismo, la storia e il riconoscimento delle oppressioni specifiche
La pretesa di fondare la svalutazione dei diritti civili su una presunta ortodossia marxista o leninista calpesta la lezione storica del movimento operaio internazionale. Da Marx in poi, la teoria critica ha sempre evidenziato come l’emancipazione umana sia un processo integrale. Sul ruolo centrale della donna come misura fondamentale dell’emancipazione sociale, Karl Marx scrisse in modo inequivocabile nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844:
«Il rapporto dell’uomo con la donna è il rapporto più naturale dell’uomo con l’uomo. Da questo rapporto si vede dunque fino a che punto il comportamento naturale dell’uomo sia diventato umano, o fino a che punto la sua essenza umana sia diventata per lui una essenza naturale, fino a che punto la sua natura umana sia diventata per lui natura. Da questo rapporto si può giudicare l’intero livello di sviluppo dell’uomo.»
Sulla stessa linea rigorosa dell’analisi materialista, Vladimir Lenin, nel celebre testo Che fare?, definiva con assoluta chiarezza il compito politico del partito rivoluzionario e della coscienza di classe:
«La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè fuori della sfera economica, fuori del rapporto tra operai e padroni. L’unico campo in cui è possibile attingere questa conoscenza è il campo dei rapporti di tutte le classi e categorie della popolazione con lo Stato e il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. […] Perciò la risposta alla domanda: che cosa fare per portare la coscienza politica agli operai? non può essere data semplicemente con quel che si sente dire, sia pure giustamente, sull’utilizzazione dell’agitazione economica; per dare questa risposta bisogna andare in tutte le classi della popolazione, bisogna inviare i reparti del nostro esercito in tutti le direzioni.»
Lenin ribadiva inoltre che il bolscevico non deve limitarsi a denunciare lo sfruttamento economico, ma deve farsi tribuno di ogni ingiustizia sociale, affermando che il proletariato non può elevarsi a classe dirigente se non impara a reagire contro ogni manifestazione di tirannia, di oppressione, di violenza e di abuso, indipendentemente dalla classe sociale che colpisce. A completare questo quadro teorico si inserisce il pensiero di Hồ Chí Minh, il quale ha costantemente ribadito nei suoi scritti sulla rivoluzione vietnamita che «senza l’emancipazione delle donne, metà della popolazione, la costruzione del socialismo rimane dimezzata».
Inoltre, la storia delle rivoluzioni socialiste dimostra che, sebbene con contraddizioni, ritardi e drammatici conflitti interni, la liberazione sociale non ha mai potuto prescindere dal riconoscimento dei diritti civili. Un esempio emblematico in tal senso è offerto dal percorso della Rivoluzione Cubana: dopo le iniziali e autocriticamente riconosciute chiusure e contraddizioni dei primi anni sessanta nei confronti delle persone omosessuali, lo Stato rivoluzionario ha intrapreso un profondo processo di autocritica e di trasformazione istituzionale e culturale, culminato nella creazione di strutture governative specifiche come il CENESEX (Centro Nacional de Educación Sexual) per la tutela dei diritti, della salute e dell’identità delle persone LGBTQ+, dimostrando che il socialismo autentico sa correggere i propri errori storici e integrare pienamente la lotta contro l’omofobia e il sessismo all’interno del proprio orizzonte di giustizia.
Ricostruire l’unità senza negare la realtà
L’idea che la critica sistematica al “politicamente corretto” o ai diritti civili costituisca una condizione preliminare per l’unità di classe è un artificio retorico sterile, alimentato da chi insegue teorie complottistiche di matrice reazionaria. Un’autentica prospettiva anticapitalista non ha bisogno di negare le oppressioni reali o di inventare minacce fantomatiche per compattare le proprie file. L’unità della classe lavoratrice si ottiene smascherando i rigurgiti neofascisti che si celano dietro queste crociate ideologiche, e sintetizzando le lotte materiali e i movimenti di emancipazione civile in un unico programma di trasformazione sociale, rigettando ogni tentazione di alleanza oggettiva con il moralismo e il cospirazionismo della destra.
