Ro. Ro. – Perché il capo della CIA, John Ratcliffe, è “improvvisamente” volato a Mosca in punta di piedi? Come poteva sperare che un suo viaggetto in Russia, con un aereo speciale della US-Air Force passasse inosservato?
Un mistero per altro alimentato da altri elementi che suscitano non poche domande: Vladimir Putin ha formato tre decreti speciali, catalogati 605, 606 e 607, mantenuti riservati, non pubblicati.
Di certo, la presenza di Ratcliffe a Mosca ha a che fare con lo stato dei rapporti Russia-USA-NATO, il tutto sullo sfondo della guerra in Ucraina e della situazione in Medio Oriente, con particolare attenzione alla Siria (dove Mosca vorrebbe recuperare il proprio spazio), e ovviamente all’Iran e alla crisi in atto per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. Probabilmente anche la situazione a Cuba potrebbe essere stata in discussione.
Che cosa stabiliscano i decreti formati dal presidente russo non è dato sapere, quindi si possono fare solo ipotesi, pur con fondamenti concreti.

Di fatto, John Ratcliffe e il suo staff sono atterrati all’aeroporto Vnukovo di Mosca, con un volo speciale a bordo di un Boeing C17-A Globemaster-III catalogato RCH4555, decollato dalla base aerea di Andrews, nel Maryland, ed è arrivato in territorio russo passando dallo spazio aereo della Lettonia, via Riga.
La Casa Bianca ha fatto il possibile per mantenere il riserbo, e gli alti comandi militari, il Pentagono, Langley e la US-Air Force si barricano dietro il classico “No Comment”. Inizialmente anche dal Cremlino non erano giunte conferme o smentite, ma la presenza dell’aereo americano a Mosca, con il trasferimento in uno speciale convoglio blindato del capo della CIA con il proprio seguito, non è passata inosservata.
Ratcliffe ha certamente incontrato Vladimir Putin (non si dimentichi che è stato ai vertici dell’FSB) e altre personalità di primi piano del governo russo. La segreteria di Putin ha cancellato diversi appuntamenti in programma per l’occasione, ma ovviamente su ciò che è stato discusso vige il più assoluto riserbo. L’unica informazione trapelata è stato un commento quanto mai laconico: Ratcliffe avrebbe incontrato Putin per discutere dei rapporti e contatti fra le rispettive agenzie di intelligence. Ovviamente si, ma in merito a che cosa?
In ogni caso, il viaggio del capo della CIA a Mosca ha un significato estremamente importante, vista la situazione internazionale, anche perché è il primo viaggio (noto) di Ratcliffe a Mosca da quando ha assunto la direzione dell’agenzia. L’ultimo direttore della CIA ad andare a Mosca è stato William Burns nel 2021, per avvertire personalmente quali sarebbero state le conseguenze di un eventuale attacco russo all’Ucraina, quando era evidente la preparazione militare dele forze russe per tale impegno, ed è proprio questo precedente a rendere ancora più delicata la missione di Ratcliffe.
Non è difficile immaginare che l’Ucraina sia stato il principale tema di discussione fra Ratcliffe e Putin, dal momento che Washington si è posta come mediatore nei negoziati, che però pare non stiamo approdando a nulla.

Probabilmente, in discussione dovrebbero essere anche i tre decreti riservati che il presidente russo ha sottoscritto ieri, 25 agosto, con una tempistica quanto meno sospetta.
A quanto è dato sapere, non sarebbero quelli sopra citati e catalogati 605, 606 e 608, ma riguarderebbero la catalogazione 608, 609, 610.
Apparentemente sono provvedimenti ordinari, due su modifiche relative all’ambasciatore russo in Iraq, mentre il n.610 sarebbe sulla composizione delle commissioni presidenziali dedicate ai veterani e alle persone con disabilità. Ma c’è un vuoto nella numerazione.
L’ultimo decreto pubblicato prima del 25 agosto era infatti il numero 604, il 24 agosto, per consentire al governo russo di assumere temporaneamente il controllo di strutture e imprese qualora non siano state garantite adeguate misure di protezione contro gli attacchi con droni.
Fra il 604 e il 608 mancano i n.605, 606 e 607. Secondo quanto riferito dal Moscow Times e ripreso da diverse testate, questi tre decreti risultano classificati e non sono stati pubblicati sul portale ufficiale della legislazione russa. Non è possibile quindi sapere che cosa contengano, né stabilire se abbiano un legame con la visita di Ratcliffe. La coincidenza temporale, tuttavia, ha alimentato le ipotesi.
Ratcliffe potrebbe aver portato a Putin un messaggio sulle valutazioni dell’intelligence americana. L’ipotesi è che la CIA (e quindi la Casa Bianca) sia preoccupata per possibili preparativi russi per una nuova ondata di mobilitazione e per un possibile cambio di valutazione del rischio da parte del Cremlino nei confronti della NATO, con la quale ultimamente i rapporti americani sono effettivamente “difficili”.
In sostanza, Putin potrebbe essere più disposto a mettere alla prova la determinazione dell’Alleanza Atlantica (sempre meno Atlantica) con azioni provocatorie, comprese operazioni cosiddette “ibride” e iniziative difficili da attribuire al Cremlino.
Tutto questo non è però da considerare una minaccia militare, tanto meno un progetto ufficialmente confermato, ma solo una valutazione attribuita a fonti e analisi dell’intelligence americana, inserita in un quadro di tensione crescente.

Il viaggio di Ratcliffe potrebbe quindi essere servito per portare personalmente a Mosca un avvertimento decisamente importante, vista la modalità di consegna, che Washington considera troppo delicato per essere affidato ai normali canali diplomatici.
Altro elemento: Washington avrebbe informato Kiev dell’arrivo a Mosca di una delegazione di alto livello (e da lì a dedurre chi ne fa parte il passo è breve), e avrebbe chiesto al governo ucraino di evitare attacchi contro obiettivi russi, nei giorni indicati, ma anche questo elemento è riportato da fonti anonime, quindi non costituisce conferma ufficiale di un accordo Washington-Mosca. Il quadro che emerge, però, è quello di un contatto ad alto livello, gestito con una discrezione non usuale.
Ulteriore elemento, il caso Iran.
Una ipotesi attribuita a due fonti iraniane di primo livello, parla di un messaggio americano trasmesso a Mosca, a proposito dello Stretto di Hormuz. Ovvero: la Casa Bianca avrebbe chiesto al Cremlino di fare pressione su Teheran, per la riapertura dello stretto, minacciando ulteriori iniziative sul piano militare e sul piano economico. Mosca avrebbe respinto la richiesta, giudicando limitate le conseguenze di eventuali misure americane. Il messaggio avrebbe riguardato anche banche russe, operatori commerciali e società di trasporto legate ai settori del petrolio, dell’oro e dell’aviazione iraniana, che secondo la nuova “guerra economica” scatenata da Scott Bessent e Donaldone Trump, potrebbero essere comprese fra gli obiettivi di isolamento della Repubblica Islamica.
Il caso Hormuz è comunque reale e prioritario, ed è uno dei principali punti di tensione fra USA e Iran, nonché elemento fondamentale nei negoziati, nei quali è coinvolto anche il Sultanato dell’Oman, che condivide geograficamente Hormuz con Teheran.
Altro elemento da non trascurare, è la presenza dell’inviato speciale del Vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher, segretario della Santa Sede per i rapporti con i Paesi esteri. Gallagher ha incontrato il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e ha ribadito la disponibilità del Vaticano alla mediazione per trovare una soluzione alla guerra in Ucraina.
Due missioni differenti? Potrebbe essere, ma nello stesso momento e nella stessa città. Da una parte il capo dell’intelligence americana, dall’altra il principale rappresentante diplomatico della Santa Sede per i rapporti internazionali.
Resta una sequenza di coincidenze difficile da ignorare. Un direttore della CIA che arriva “in segreto” a Mosca; un incontro ai massimi livelli che il Cremlino e la Casa Bianca non hanno annunciato; Washington che chiede a Kiev di evitare attacchi durante la presenza della delegazione americana a Mosca; tre decreti presidenziali classificati; le preoccupazioni americane per una nuova mobilitazione russa e un aumento del rischio di provocazioni contro la NATO.

Le ipotesi si susseguono, e nel frattempo trapelano indiscrezioni sulla reazione russa ai messaggi che Ratcliffe avrebbe recapitato al Cremlino: i resoconti d’intelligence e l’analisi geopolitica eurasiatica confermano che i russi non hanno usato alcuna diplomazia di facciata con il direttore della CIA, il quale avrebbe sbattuto la faccia contro un muro.
I delegati russi avrebbero risposto che la responsabilità della situazione in Ucraina è completamente a carico di NATO e Stati Uniti.
I vertici del Cremlino e dello Stato Maggiore hanno aperto i colloqui mettendo sul tavolo i dati tecnici e i frammenti dei missili che hanno colpito le raffinerie, le centrali elettriche e le industrie siderurgiche russe, riferendo a Ratcliffe che la Russia sa benissimo che quelle coordinate geografiche provengono dai satelliti spia del Pentagono e che l’Ucraina è solo un braccio esecutivo.
Hanno chiesto a Ratcliffe con quale spudorato coraggio gli Stati Uniti potessero prima armare e guidare gli attacchi contro la Russia e poi prendere un aereo militare per volare a Mosca a chiedere favori.
Per altro sarebbe stato sottolineato che la Russia non si autoinfliggerà mai il danno di mediare con la Cina sulle terre rare, a vantaggio delle industrie militari americane. Aiutare Washington a sbloccare i minerali significherebbe produrre nuovi chip per nuovi missili. Mosca ha chiuso la porta dicendo che non farà nulla per salvare l’apparato industriale americano dal declino.
I russi avrebbero ribadito il concetto fondamentale: questa guerra è la diretta conseguenza dell’espansionismo imperialista della NATO e del colpo di Stato orchestrato da Washington a Kiev nel 2014, per fare dell’Ucraina un avamposto antirusso.
Gli americani hanno cercato di usare una strategia d’attesa per far dissanguare la Russia, ma la trappola si è ritorta contro di loro.
Ora che gli arsenali occidentali sono vuoti, l’Europa è impoverita e la Cina ha sbarrato i rifornimenti, gli Stati Uniti hanno perso la faccia e la forza materiale, e devono solo accettare la realtà del mondo multipolare. In conclusione, Ratcliffe sarebbe ripartito da Mosca con un pugno di mosche.
