Ro. Ro. – Il 24 febbraio 2022, la Russia ha invaso l’Ucraina, ponendo fine a un periodo di pace durato oltre trent’anni nel continente europeo, una guerra voluta dalla NATO, nonostante lo sterminio perpetrato da Kiev nel Donbass, che ha spinto all’angolo ka Rusia contravvenendo a tutti gli accordi di non-espansione stipulati nel secondo dopoguerra.
Quattro anni dopo, il 28 febbraio 2026, la guerra in Iran scatenata dal fulvo presidente americano Donaldone Trump, e dal criminale assassino di massa Benjamin Netanyahu (che la comunità internazionale spalleggia nello sterminio della popolazione palestinese), ha gettato nel caos il Medio Oriente, già funestato da diversi conflitti interni. In Africa, il Sahel è preda di guerre civili e massacri indiscriminati, in conflitti per procura sostenuti dalle multinazionali occidentali, in particolare l’industria degli armamenti. Tutte guerre che si inseriscono in un contesto più ampio di intensificazione delle tensioni geopolitiche, in particolare in Asia.
Dinanzi a tale scenario, vari paesi hanno iniziato a riarmarsi come precauzione nel caso si assistesse il ritorno delle guerre su larga scala nel mondo. Una tendenza, con il tempo, che è incoscientemente aumentata anziché andare verso il disarmo e la pacificazione.

Nel 2021, la spesa militare globale aveva già raggiunto un picco storico, superando la cifra record di 2000 miliardi di dollari, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Tuttavia, la quota dei bilanci della difesa sulla ricchezza totale prodotta era ancora inferiore rispetto al periodo della Guerra Fredda.
La realtà della situazione nel 2022 era che l’aumento della spesa militare globale era stato alimentato dal successo dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, ed è stato dopo questo evento che le nazioni europee hanno avviato il processo di riarmo e i bilanci della difesa sono aumentati di circa il 4,8% all’anno fino all’inizio della guerra del 2022, con il pretesto della deterrenza.
Nel 2025, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la spesa militare mondiale ha raggiunto un nuovo record, con un investimento globale di 2.771 miliardi di dollari.
Secondo il SIPRI, nel 2025 la Russia ha speso 190 miliardi di dollari per finanziare la guerra in Ucraina, pari al 6,6% del totale mondiale.
La corsa agli armamenti è stata, però, tutt’altro che omogenea da un Paese all’altro. Due Paesi da soli rappresentano oltre la metà della spesa militare mondiale: Stati Uniti con 954 miliardi di dollari, e Cina con 336 miliardi di dollari.
Con un bilancio militare di circa 877 miliardi di dollari già nel 2022, gli Stati Uniti sono molto più avanti rispetto agli altri quattro paesi con la maggiore spesa militare.
La potenza militare americana è nettamente superiore sia in termini di qualità che di capacità, ma viene sempre più messa in discussione da Russia e Cina.
Per circa dieci anni, gli Stati Uniti avevano seguito una strategia mirata al ritiro dai conflitti mondiali, avviato sotto le presidenze Obama e Trump-1 e concretizzatosi con il disastro in Afghanistan nell’estate del 2021. Tuttavia, la guerra Russia-Ucraina ha costretto i responsabili politici degli Stati Uniti a rivedere le priorità dell’America sotto la presidenza di Joe Biden, mentre l’Europa si asserviva al volere di Washington e organizzava a sua volta uno sconsiderato riarmo, paventando un pericolo russo totalmente inesistente. La spesa militare ha infatti subito un’accelerazione quando l’Occidente ha iniziato a finanziare l’Ucraina, con investimenti di centinaia di miliardi a fondo perduto.

La psicosi, creata a tavolino, di una paradossale invasione russa dell’Europa, ha spinto i Paesi più esposti a destinare quote significative del proprio patrimonio nazionale alla difesa, come la Polonia (4,5%) o la Lettonia (3,6%), per non parlare dell’Ucraina (40%). Ma non sono stati solo i Paesi confinanti con la Russia a iniziare il riarmo. Anche molti paesi dell’ex blocco sovietico hanno annunciato aumenti simili nei loro bilanci militari, come Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria.
Paese in gran parte smilitarizzato dal 1945 e noto per la sua popolazione pacifica, anche la Germania ha fatto marcia indietro allo scoppio della guerra in Ucraina. In un discorso al Parlamento nel febbraio 2022, l’allora Cancelliere Olaf Scholz annunciò uno storico aumento di 100 miliardi di euro del bilancio militare tedesco. Con un totale di 114 miliardi di dollari, oggi la prima economia europea vanta ormai il quarto bilancio della difesa a livello mondiale.
Anche in Francia, come nel resto d’Europa, l’aumento della spesa si è fatto sentire. A inizio ottobre 2022, un disegno di legge presentato al parlamento francese prevedeva un incremento di 3 miliardi di dollari nella spesa per la difesa nazionale, inserendosi in una tendenza di crescita degli investimenti militari che perdurava da anni.
Nel 2025 Parigi ha sostenuto spese militari pari a 68 miliardi di dollari, posizionandosi al nono posto nella classifica mondiale, fra l’Arabia Saudita e il Giappone.
La guerra in Ucraina ha rilegittimato la NATO come alleanza di Paesi occidentali, ma ha anche rilanciato il progetto di lunga data di difesa europea. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha insistito pubblicamente sulla necessità di una strategia europea comune e sulla necessità di coordinare i diversi eserciti nazionali, ma molti Stati europei, fra cui la Germania, continuano ad acquistare in via prioritaria equipaggiamenti statunitensi…
