La patente di nobiltà del maschio e la
guerra del disincanto. Analisi della
violenza digitale e della svalutazione
sistematica della donna.
Il web, oggi, è un’arena di dominio dove la violenza contro le donne non è una deviazione, ma la regola.
La rete ha militarizzato il rancore patriarcale attraverso lo squadrismo digitale: il dogpiling o attacco di massa. Non si tratta di trollaggio estemporaneo, ma di una strategia di logoramento mirata a eliminare le voci femminili che negano al maschile quella “patente di nobiltà” di cui scriveva Pierre Bourdieu. Per Bourdieu, la costruzione del capitale simbolico è ciò che permette alle élite — in questo caso, all’élite di genere maschile — di naturalizzare il proprio dominio. Essere maschio significa nascere con un diritto divino al comando e alla guida; essere donna significa nascere con un mandato di subordinazione. Quando una donna osa teorizzare,
analizzare o criticare, infrange il patto di silenzio, scatenando una crisi di astinenza nel maschio mediocre, la cui identità è costruita interamente sul privilegio e non sul merito.
La pedagogia della svalutazione: il trauma della serie B
La violenza contro le donne non inizia online, ma nella culla. La sociologia e la psicologia dello sviluppo confermano che la svalutazione del “femminile” è un processo pedagogico precoce. Lo studio di Bian, Leslie e Cimpian (2017), pubblicato su Science, dimostra che già a 6 anni le bambine iniziano a percepire di essere meno “geniali” dei maschi. Questo non è un limite cognitivo delle bambine, ma una proiezione esterna: gli adulti associano la “genialità” al maschile per default,
mentre riservano alle bambine aspettative di compiacenza.
Questa non è una semplice disparità; è un trauma rimosso. Molte donne portano in sé il dolore e il trauma silente di talenti e aspirazioni sistematicamente ignorati o declassati (spesso proprio all’ interno della famiglia di origine) in favore di coetanei maschi, la cui mediocrità è protetta da una rete di sicurezza sociale. Mentre al maschio si insegna che il successo è un suo diritto naturale, alla bambina si insegna a dubitare di sé, alimentando quello che Carol Gilligan definisce nel suo In a Different Voice (1982) il “silenzio forzato”. Il trauma di essere “figlie di serie B” viene metabolizzato e/o spesso rimosso per permettere la sopravvivenza in un sistema che non ti vuole come soggetto pensante, ma esclusivamente come ingranaggio di cura gratuita e invisibile, al servizio oblativo di “altri”.
La militarizzazione del web: dati di una guerra asimmetrica
La violenza online è l’estensione digitale di questa pedagogia. Il rapporto UNESCO (2021), The Chilling, certifica che la violenza online è un’arma tattica: il 73% delle donne intervistate in ruoli pubblici ha subito violenza online. Il dato non è solo quantitativo, è qualitativo: la violenza aumenta in proporzione all’autonomia intellettuale della donna. Le squad che aggrediscono non hanno opinioni; hanno obiettivi. L’obiettivo è ripristinare il silenzio.
Questa asimmetria è confermata dalla ricerca di Christine Williams sul concetto di Glass Escalator (l’ascensore di cristallo): mentre le donne incontrano soffitti invisibili, gli uomini persino in ambienti storicamente femminili — vengono spinti verso l’alto senza sforzo, protetti
da pregiudizi favorevoli. La loro mediocrità è un bene di rifugio; la loro presunzione di guida, un atto dovuto.
La crudeltà meccanica vs. la vocazione viscerale
Il maschio che agisce nello shitstorming è l’incarnazione della pigrizia narcisistica. Non essendo
mai stato costretto a conquistarsi nulla, non sa gestire il fallimento o la confutazione.
La sua è una crudeltà automatica, un interruttore che si accende per difendere un ego che, privato del privilegio, risulta essere un vuoto a perdere.
Al contrario, la donna che emerge nel campo della cultura o della ricerca vive la propria vocazione in totale solitudine e come un atto di resistenza bellica. Ogni suo successo è una conquista strappata al declassamento. Questo spiega perché le donne in carriera siano, nella stragrande maggioranza
dei casi, “più autentiche” anche quando diventano ciniche e calcolatrici:
non sono arrivate lì per inerzia o per facilitazioni di genere, ma perché hanno trasformato una vocazione viscerale in una trincea, spesso forzando e “brutalizzando” sé stesse.
Il pragmatismo che le caratterizza — quel cinismo realistico, muto, silente e privo di fronzoli — è la risposta necessaria a un mondo che le vuole ancelle.
La donna che ha compreso la menzogna del sistema non si aspetta nulla da esso; pretende tutto, perché sa quanto costa ogni centimetro di verità.
Guardare in faccia lo squadrismo maschile significa riconoscere che non stiamo affrontando uomini, ma “bambini pericolosi” che non sono mai dovuti crescere. La loro violenza non è un segno di forza, ma la prova definitiva della loro obsolescenza in un mondo in cui le donne hanno smesso di credere alle loro favolette di dominio e di guida “autorevole” (autorità attribuitagli solo dalla loro anatomia) del mondo.
