S.E. Benedict Batabe Assorow, Ambasciatore della Repubblica del Ghana presso la Santa Sede, durante il suo discorso presso l'hotel Tetto delle Marche.
Dalle Marche un messaggio di cooperazione tra continenti, giovani e istituzioni
di Chiara Cavalieri
MACERATA – Nella splendida cornice delle Marche, tra Senigallia, Corinaldo, Jesi e Cingoli, si sono svolte intense giornata dedicata al dialogo internazionale, alla pace e alla cooperazione tra Africa ed Europa, che ha avuto come protagonista S.E. Benedict Batabe Assorow, Ambasciatore della Repubblica del Ghana presso la Santa Sede.

L’occasione è stata l’incontro con gli studenti delle scuole superiori del comprensorio marchigiano, riuniti presso il Polo Scolastico di Senigallia per assistere alla conferenza in lingua inglese dell’Ambasciatore dal titolo:
“Africa, Italy and Europe, Pursuing Peace: New Scenarios for International Cooperation”.
Un tema di straordinaria attualità in un momento storico caratterizzato da conflitti internazionali, crisi energetiche, tensioni geopolitiche e nuove sfide legate alle migrazioni e allo sviluppo sostenibile.
La prima visita istituzionale dell’Ambasciatore Assorow nelle Marche è stata organizzata con il contributo di numerose personalità del mondo accademico, istituzionale e diplomatico. Ad accogliere il diplomatico ghanese sono stati, tra gli altri, il Sindaco di Corinaldo Gianni Aloisi, il dirigente scolastico Prof. Simone Ceresoni, il Dott. Michele Rutigiano, il Consigliere Stefano Barocci dell’Università di Perugia e Ranieri Sabbatucci, già Capo della Missione dell’Unione Europea presso l’Unione Africana. Si ringraziano inoltre Chiara Cercaci consigliere Comunale di minoranza per Fratelli d’Italia, Maurizio Pierangeli ,consigliere regionale per Fratelli d’Italia; l’’amministratore Unico di GETECH, Galdino Gennaretti, e Giovanni Fileni fondatore e presidente del gruppo FILENI.

Nel corso della giornata, l’Ambasciatore ha inoltre visitato il centro storico di Corinaldo, uno dei borghi più belli d’Italia, la casa natale di Santa Maria Goretti, la città di Jesi e il Mausoleo di Santa Sperandia a Cingoli.
Proprio a Cingoli, in occasione della cena con imprenditori cattolici marchigiani ospitata dall’Amministratore Unico di GETECH, Galdino Gennaretti, ho avuto l’onore di realizzare un’intervista esclusiva con S.E. Assorow, approfondendo i temi affrontati durante la conferenza e il futuro delle relazioni tra Africa, Italia ed Europa.

INTERVISTA ESCLUSIVA A S.E. BENEDICT BATABE ASSOROW
Ambasciatore della Repubblica del Ghana presso la Santa Sede
Eccellenza, dopo oltre quarant’anni nel mondo del giornalismo e della comunicazione cattolica, cosa rappresenta per lei il ruolo di Ambasciatore del Ghana presso la Santa Sede?
Rappresenta innanzitutto una grande responsabilità e, allo stesso tempo, un privilegio. Guardando al mio percorso professionale, vedo un filo conduttore che unisce tutte le esperienze che ho vissuto: il desiderio di costruire comprensione tra le persone e tra i popoli.
Il giornalismo mi ha insegnato ad ascoltare, a cercare la verità dei fatti e a dare voce a realtà spesso poco conosciute. La comunicazione ecclesiale mi ha insegnato che dietro ogni notizia, ogni conflitto e ogni decisione politica ci sono esseri umani, con la loro dignità, le loro sofferenze e le loro speranze. La diplomazia, infine, rappresenta la sintesi di questi percorsi, perché è l’arte di costruire relazioni, favorire il dialogo e creare condizioni di fiducia reciproca.
Essere Ambasciatore presso la Santa Sede ha una dimensione particolare. La Santa Sede non esercita la propria influenza attraverso il potere economico o militare, ma attraverso l’autorità morale, la promozione della pace, la difesa della dignità umana e il richiamo costante alla solidarietà internazionale. In un’epoca caratterizzata da tensioni, polarizzazioni e conflitti, questi valori assumono un’importanza ancora maggiore.

Per il Ghana, inoltre, la presenza presso la Santa Sede rappresenta un’opportunità preziosa per condividere la visione africana sulle grandi questioni globali e per rafforzare il dialogo tra culture, religioni e continenti.
Che ruolo può svolgere la diplomazia africana in un mondo sempre più multipolare?
Credo che la diplomazia africana sia chiamata a svolgere un ruolo sempre più importante. Per troppo tempo l’Africa è stata raccontata da altri e interpretata attraverso prospettive esterne. Oggi il continente deve parlare con la propria voce.
Viviamo in una fase storica nella quale il sistema internazionale sta cambiando profondamente. Nuovi attori stanno emergendo e gli equilibri tradizionali sono in trasformazione. In questo contesto l’Africa non può limitarsi a osservare gli eventi: deve contribuire a plasmarli.
Parliamo di un continente che entro pochi decenni ospiterà una parte significativa della popolazione mondiale, che possiede immense risorse naturali, un enorme potenziale economico e una delle popolazioni più giovani del pianeta. Tutto questo rende l’Africa un interlocutore imprescindibile nelle discussioni sul futuro dell’economia globale, dell’energia, della sicurezza alimentare, delle migrazioni e dello sviluppo sostenibile.

La diplomazia africana deve promuovere una visione fondata sulla cooperazione, sul rispetto reciproco e sulla ricerca di soluzioni condivise. Deve inoltre contribuire a superare stereotipi ancora radicati che continuano a rappresentare l’Africa esclusivamente attraverso guerre, povertà e crisi umanitarie.
L’Africa è molto di più: è innovazione, creatività, imprenditorialità, resilienza e capacità di costruire futuro.
La Chiesa cattolica continua ad avere una forte presenza sociale in Africa. Quale contributo può offrire nella costruzione della pace e dello sviluppo?
Il contributo della Chiesa cattolica è enorme e spesso non sufficientemente riconosciuto.Una fonte dei Missionari d’Africa ricorda che Navrongo fu il primo luogo del Ghana dove arrivarono i Missionari d’Africa nel 1906.
In molte regioni africane la Chiesa rappresenta una delle istituzioni più presenti e radicate nel territorio. Attraverso scuole, università, ospedali, centri di assistenza e programmi di sviluppo comunitario, essa svolge quotidianamente un lavoro straordinario al servizio delle persone.
Ma il suo contributo va oltre i servizi sociali. La Chiesa promuove una cultura della pace, della riconciliazione e del dialogo. In contesti segnati da conflitti etnici, politici o religiosi, spesso è una delle poche istituzioni capaci di parlare a tutte le parti e di favorire percorsi di riconciliazione.
La Santa Sede ci ricorda costantemente che la pace non coincide semplicemente con l’assenza della guerra. La pace significa giustizia, inclusione, opportunità, rispetto della dignità umana e speranza per le nuove generazioni.
Quando un giovane ha accesso all’istruzione, quando una famiglia può vivere dignitosamente, quando una comunità si sente ascoltata e rispettata, si creano le condizioni per una pace autentica e duratura.
Lei ha lavorato a lungo con SECAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) con le istituzioni cattoliche africane. Come sta cambiando il volto del cattolicesimo africano?
Il cattolicesimo africano sta attraversando una fase di crescita straordinaria. Non si tratta soltanto di un aumento numerico dei fedeli, ma di una crescente maturità ecclesiale e sociale.
Oggi la Chiesa africana è caratterizzata da una forte partecipazione dei giovani, da un dinamismo missionario notevole e da una crescente capacità di contribuire al dibattito globale della Chiesa universale.
L’Africa porta alla Chiesa un patrimonio di valori importanti: il senso della comunità, la centralità della famiglia, la solidarietà intergenerazionale, la spiritualità vissuta con autenticità e la capacità di mantenere viva la speranza anche nelle situazioni più difficili.
Allo stesso tempo la Chiesa africana deve confrontarsi con sfide complesse: urbanizzazione accelerata, trasformazioni culturali, nuove tecnologie, disoccupazione giovanile, cambiamenti climatici e tensioni sociali.
La risposta a queste sfide richiede una Chiesa capace di dialogare con il mondo contemporaneo senza perdere la propria identità. E credo che il cattolicesimo africano stia dimostrando una notevole capacità di affrontare questo percorso.
Secondo lei il Piano Mattei può rappresentare una nuova fase nei rapporti tra Europa e Africa?
Può certamente rappresentare una svolta importante, ma il suo successo dipenderà da come verrà realizzato.
Per molti decenni i rapporti tra Europa e Africa sono stati influenzati da dinamiche storiche che hanno prodotto squilibri e incomprensioni. Oggi abbiamo l’opportunità di costruire una relazione diversa, fondata sulla reciprocità e sul rispetto.
Nel mio intervento agli studenti italiani ho sottolineato che una vera partnership non può limitarsi allo sfruttamento delle risorse naturali africane. Deve contribuire allo sviluppo delle capacità locali, alla formazione professionale, alla ricerca, all’innovazione e alla creazione di posti di lavoro.

Il Piano Mattei contiene elementi molto interessanti in questo senso, soprattutto nei settori dell’energia, dell’agricoltura, dell’istruzione e delle infrastrutture.
Tuttavia, affinché possa avere successo, sarà fondamentale ascoltare le priorità espresse dai Paesi africani e costruire i progetti insieme alle comunità locali. Una partnership autentica nasce dall’ascolto reciproco e dalla condivisione degli obiettivi.
In che modo il Ghana può diventare un partner strategico per l’Italia e per l’Europa?
Il Ghana possiede caratteristiche che lo rendono un partner particolarmente affidabile.
Siamo una delle democrazie più stabili dell’Africa occidentale, con istituzioni consolidate, una tradizione di alternanza democratica e una società civile vivace. Questo crea un ambiente favorevole agli investimenti e alla cooperazione internazionale.
Ma il Ghana non vuole essere conosciuto soltanto per le sue risorse naturali. Vogliamo essere riconosciuti per il nostro capitale umano, per l’innovazione, per la formazione dei giovani e per la capacità imprenditoriale della nostra popolazione.
Esistono enormi opportunità di collaborazione con l’Italia nei settori dell’agroindustria, della trasformazione alimentare, delle energie rinnovabili, delle infrastrutture, della logistica, della formazione tecnica e della digitalizzazione.
L’Italia possiede competenze straordinarie nelle piccole e medie imprese, nella manifattura e nella formazione professionale. Queste competenze possono contribuire significativamente allo sviluppo industriale africano.
L’Africa sta assumendo un ruolo sempre più importante anche sul piano energetico. Come possono essere valorizzate le risorse africane senza creare nuove forme di dipendenza economica?
Questa è una delle questioni più importanti del nostro tempo.
Per molti anni il modello economico dominante ha visto l’Africa esportare materie prime e importare prodotti finiti. Questo schema ha limitato la capacità del continente di generare valore aggiunto e sviluppo sostenibile.
Dobbiamo superare questo modello.
Le risorse energetiche africane devono diventare un motore di industrializzazione, innovazione e crescita locale. Ciò significa investire nella trasformazione delle materie prime, nella formazione tecnica, nella ricerca scientifica e nel trasferimento di tecnologie.
L’obiettivo non deve essere semplicemente estrarre petrolio, gas o minerali, ma creare catene del valore che producano occupazione qualificata e sviluppo duraturo.
La vera ricchezza dell’Africa non si trova soltanto nel sottosuolo. La vera ricchezza dell’Africa sono i suoi giovani.
In un periodo segnato da guerre e tensioni globali, quanto è importante rafforzare il dialogo tra Africa, Europa e Mediterraneo?
È assolutamente essenziale.
Le crisi contemporanee ci dimostrano che nessuna nazione può affrontare da sola le grandi sfide globali. Pensiamo ai conflitti armati, alle migrazioni, al cambiamento climatico, alla sicurezza alimentare e alle trasformazioni tecnologiche.
Il Mediterraneo non deve essere percepito come una barriera geografica, ma come uno spazio di incontro tra civiltà.
Africa ed Europa condividono una storia complessa, talvolta dolorosa, ma condividono anche un destino comune. Il futuro dell’Europa sarà sempre più legato al futuro dell’Africa.
Per questo motivo abbiamo bisogno di una diplomazia del dialogo, dell’ascolto e della cooperazione. Come ci ricorda la Santa Sede, il dialogo non è debolezza. Al contrario, è una delle più alte forme di coraggio politico e umano.
Quale messaggio desidera rivolgere ai giovani africani ed europei che guardano al futuro delle relazioni tra i due continenti?
Vorrei dire ai giovani che il futuro non appartiene ai governi, ai diplomatici o alle istituzioni più di quanto appartenga a loro.
Le sfide che oggi discutiamo – pace, cambiamento climatico, tecnologia, sviluppo, migrazioni, sicurezza energetica – saranno le sfide che la loro generazione dovrà affrontare e risolvere.
Per questo li incoraggio a studiare, a conoscere il mondo, a imparare lingue diverse, a viaggiare e ad aprirsi alle altre culture. La conoscenza è il miglior antidoto contro la paura e il pregiudizio.
Dietro ogni confine, ogni religione, ogni identità nazionale, ci sono persone che condividono aspirazioni molto simili: vivere in pace, costruire una famiglia, offrire un futuro migliore ai propri figli.
Africa ed Europa possono scrivere insieme una nuova pagina della storia internazionale. Una pagina fondata sulla dignità, sul rispetto reciproco, sulla prosperità condivisa e sulla pace.
Ma questa pagina non sarà scritta automaticamente. Richiederà coraggio, immaginazione, leadership e responsabilità.
Ed è proprio ai giovani che spetta il compito di costruire i ponti che il mondo di domani avrà bisogno di attraversare. Perché ogni grande cambiamento della storia è iniziato quando qualcuno ha deciso di imparare, comprendere, servire e costruire.

UNA VISIONE COMUNE PER IL FUTURO
L’incontro con S.E. Benedict Batabe Assorow ha offerto agli studenti marchigiani, alle istituzioni locali e ai rappresentanti del mondo imprenditoriale una preziosa occasione di riflessione sul futuro delle relazioni tra Africa ed Europa.
Le sue parole hanno restituito l’immagine di un’Africa lontana dagli stereotipi che troppo spesso caratterizzano il dibattito internazionale: un continente giovane, dinamico, ricco di energie, idee e potenzialità, chiamato a svolgere un ruolo sempre più centrale negli equilibri globali del XXI secolo.
Dalle questioni energetiche alla sicurezza alimentare, dalla formazione delle nuove generazioni alla cooperazione economica, dal ruolo della Chiesa cattolica alla diplomazia internazionale, l’Ambasciatore ha delineato una visione fondata sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla costruzione di partnership autentiche.
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