Ro. Ro. – Nonostante la realtà descriva un comprovato scenario in cui gli Stati Uniti sono impantanati nelle sabbie mobili iraniane, e sono strategicamente sull’orlo di una clamorosa disfatta, il “biondo” Donald continua a proclamare a gran voce la vittoria su tutti i fronti, intimando ancora una volta a Teheran di accettare l’accordo o “finirà il lavoro”.
Il fulvo presidente appare avulso dalla realtà, in un mondo disegnato dal proprio smisurato ego, alimentato dal codazzo di cortigiani ossequianti di cui si è circondato, primo fra tutti il segretario alla Difesa, l’invasato pseudo-religioso semialcolizzato Pete Hegseth.
La fantasiosa narrazione continua, con una terminologia sconcertante: le forze americane hanno effettuato una serie di “attacchi difensivi” contro l’Iran. È incomprensibile come si possa parlare di “attacco difensivo”, dal momento che un attacco è per definizione di natura offensiva. Per di più in flagrante violazione del cessate-il-fuoco, in vigore per i colloqui di Islamabad. Nessun problema per il “biondo” Trump, si è trattato solo di dare una “spintarella” alla conclusione delle trattative, visto che, secondo lui, “l’Iran sta negoziando con le ultime forze a disposizione”.
Secondo il Comando Centrale Centcom, le forze americane hanno colpito quattro droni kamikaze iraniani che rappresentavano una minaccia nell’area dello stretto di Hormuz e una stazione di controllo a terra a Bandar Abbas che stava per lanciare un quinto drone. La propaganda a stelle e strisce ha ingigantito l’avvenimento, ma non ha fatto menzione sulla base aerea statunitense che l’Iran ha colpito per rappresaglia, e ha ribadito che ogni ulteriore trasgressione non resterà impunita, e sarà oggetto di una risposta più decisa.
I dettagli sugli attacchi statunitensi sono emersi dopo che Trump, durante una riunione di governo, aveva espresso fiducia sul fatto che la sua amministrazione stia facendo progressi verso la fine del conflitto, pur avvertendo in seguito che gli Stati Uniti dovranno portare a termine il lavoro qualora i colloqui fallissero.
E ancora, il “biondone” americano vuole far credere di non essere interessato alle elezioni di medio termine che lo attendono a novembre, mentre tra i repubblicani cresce la preoccupazione che l’aumento dei costi e dei prezzi del carburante stia peggiorando l’umore dell’elettorato americano. Lui però si fa beffe anche delle opinioni dei cittadini americani, e respinge l’idea che le prossime elezioni di mid term possano influenzare la sua strategia verso l’Iran.
Secondo gli analisti, Trump “the blond” cerca un argomento credibile per sostenere che la capacità nucleare dell’Iran sia stata sufficientemente ridimensionata da poter dichiarare vittoria, chiudendo un conflitto politicamente impopolare per i repubblicani, ma allo stato attuale, il presidente rischia anche di scoprire che mettere la parola fine alla guerra che ha fortemente voluto potrebbe avere un epilogo semplicemente disastroso per la propria immagine.
I recenti messaggi degli Stati Uniti suggeriscono che l’amministrazione stia cercando di raccontare la guerra con l’Iran in modo da potersi tirare indietro pur rivendicando un successo. Questo conta perché “dichiarare vittoria e andarsene” non è solo uno slogan. Descrive una strategia politica in cui Washington cerca di congelare il conflitto in un punto tale da poter dire di aver raggiunto gli obiettivi principali, anche se la disputa di fondo non è stata davvero risolta. Nei fatti, nessuno degli obiettivi americani è stato raggiunto.
Alcuni esperti ritengono ancora possibile per il fulvo Trump trovare un modo di uscire senza perdere la faccia, se i negoziati fossero andati a suo favore. La stessa analisi avvertiva che gli Stati Uniti rischiavano di uscire strategicamente peggiorati se la guerra si fosse trascinata mentre l’Iran manteneva leve sul traffico marittimo nel Golfo e su altri punti di pressione regionali.
Questo rende più leggibile la diplomazia attuale. Se l’amministrazione pensa che un esito perfetto sia irraggiungibile, un accordo limitato che consenta al “super-biondo” di rivendicare un successo e ridurre l’esposizione degli Stati Uniti diventa molto più attraente.
Lo Stretto di Hormuz resta il simbolo di successo più utile per la Casa Bianca. I media statali iraniani hanno descritto una bozza di intesa legata alla riapertura della navigazione commerciale, anche se la Casa Bianca ha poi respinto quel resoconto specifico definendolo falso. Anche così, il ripetuto focus su Hormuz mostra perché questa via d’acqua sia centrale in qualsiasi narrativa americana di vittoria.
Un risultato marittimo parziale darebbe a Washington qualcosa di concreto da mostrare. Consentirebbe di dire di aver ripristinato la stabilità del commercio globale e ridotto il rischio immediato di guerra, anche se le questioni nucleari e regionali restassero irrisolte. Si tratta di una deduzione basata sul ruolo centrale che Hormuz ha avuto nei termini di bozza riportati e nella comunicazione pubblica. Ma anche questa è una versione di comodo: prima dell’aggressione del 28 febbraio, Hormuz era l’unico tratto di mare non sottoposto a pedaggio, come lo è Panama, Suez, e doversi altri, e le condizioni della bozza di accordo prevedono che torni esattamente come prima.
La pressione per trovare un’uscita riflette anche il peso del proseguimento della guerra. Reuters ha riportato ad aprile che una forte escalation era considerata meno probabile dai funzionari e che la pressione politica su Donal “il biondo” stava aumentando perché la guerra resta profondamente impopolare. Lo stesso entourage di Trump teme il costo politico di un accordo percepito come debole, ma la stessa preoccupazione vale anche nell’altro senso se la guerra si trascina senza un ritorno chiaro.
L’amministrazione si ritrova così a bilanciare due rischi: andarsene troppo presto e sembrare debole, oppure restare troppo a lungo e farsi carico di un conflitto sempre più costoso e, a questo punto, impossibile da vincere.
Washington riuscirà a trasformare la narrazione che preferisce in un accordo abbastanza solido da giustificare un passo indietro, cioè il dover tornare a casa con la coda fra le gambe?
