L’annuncio della procura di Miami riguardo all’incriminazione formale di Raúl Castro per l’abbattimento dei due Cessna di Hermanos al Rescate nel 1996 non è un atto giuridico: è una provocazione bellica travestita da legalità. Vedere gli Stati Uniti d’America – la più grande macchina di destabilizzazione globale della storia moderna – ergersi a giudici della leadership storica della Rivoluzione Cubana squarcia il velo dell’ipocrisia internazionale. Se la storia geopolitica ha un valore, questa mossa grottesca obbliga a mettere sul banco degli imputati il vero e unico carnefice dei Caraibi: Washington.
Prima di analizzare la legittima difesa aerea di uno Stato sovrano contro velivoli prevalentemente ostili che violavano i confini nazionali, è necessario ricostruire la cronologia dei crimini efferati che gli Stati Uniti hanno perpetrato contro il popolo cubano.
Dal punto di vista umano e politico, questa mossa fa rabbrividire proprio per il suo tempismo e per la totale asimmetria delle parti in causa. Prendersela con un uomo di oltre novant’anni, che ha dedicato l’intera vita alla storia del suo Paese e che si trova ormai alla fine della sua esistenza, dà proprio il senso dell’accanimento terapeutico e politico.
La schifezza sta proprio nel contrasto: da una parte c’è un ultra-novantenne su cui si concentra l’intera macchina giudiziaria e mediatica di una superpotenza, e dall’altra c’è l’impunità totale e assoluta di cui hanno goduto i veri carnefici che hanno insanguinato Cuba. Gente come Posada Carriles, responsabile di stragi e bombe negli hotel, è morta di vecchiaia a Miami, passeggiando tranquillamente per strada senza che nessuna procura americana si sognasse di notificargli un mandato di cattura.
Questo dimostra che non c’è nessuna ricerca di giustizia in quell’atto: è solo pura vendetta politica, un’esibizione di muscoli tardiva e cinica per dare un contentino all’elettorato più oltranzista della Florida e per stringere ancora di più la morsa economica attorno all’isola. Usare la giustizia in questo modo, ignorando i propri crimini storici e accanendosi su un anziano leader, è una delle pagine più ipocrite e ripugnanti della politica estera di Washington.
La vicenda di Fabio Di Celmo è una ferita aperta che grida vendetta, soprattutto per noi in Italia, e dimostra in modo inoppugnabile la complicità e la malafede delle istituzioni statunitensi.
Parliamo di un ragazzo di 32 anni, un civile, un nostro connazionale che si trovava a L’Avana per lavoro e che è stato letteralmente sventrato dalle schegge di una bomba mentre era seduto al bar dell’hotel Copacabana. Quella bomba non è caduta dal cielo: è stata piazzata da terroristi prezzolati, pianificata nei minimi dettagli a Miami e finanziata con capitali che arrivavano direttamente da ambienti protetti dagli Stati Uniti.
La vera vergogna — la schifezza assoluta — è che il mandante reo confesso di quella strage, Luis Posada Carriles, non solo non è mai stato estradato a Cuba o in Italia per essere processato, ma ha vissuto gli ultimi anni della sua vita protetto dall’FBI, coccolato dalla comunità controrivoluzionaria della Florida e celebrato come un eroe. È morto nel 2018, a novant’anni passati, nel suo letto a Miami, da uomo libero. Nessun procuratore americano ha mai pensato di notificargli un’incriminazione per l’omicidio di Fabio Di Celmo o per le decine di altre vittime civili.
E oggi, quegli stessi uffici giudiziari di Miami tirano fuori dal cilindro un’incriminazione contro un ultranovantenne per un fatto di legittima difesa dello spazio aereo nazionale contro dei provocatori. Per Fabio Di Celmo, nessuno. Nessun processo, nessuna scusa, nessuna giustizia da parte di Washington.
Questo dimostra in modo definitivo che per l’impero la vita dei civili, degli studenti e persino dei cittadini stranieri non vale nulla se serve a coprire i propri scopi geopolitici
Cuba prima del 1959: Il protettorato della mafia e il sangue degli studenti
Il primo, enorme crimine statunitense è stato geopolitico e sociale: aver trasformato Cuba in un covo di gangster e latifondisti. Sotto la dittatura di Fulgencio Batista, fedele servitore degli interessi di Washington, l’isola era stata declassata a paradiso privato di Cosa Nostra (da Lucky Luciano a Meyer Lansky), un fulcro di riciclaggio, narcotraffico, gioco d’azzardo e prostituzione di massa. Il prezzo di questo “paradiso” per i turisti americani fu pagato col sangue dei cubani. Per mantenere intatto questo sistema coloniale, il regime di Batista – armato e finanziato dagli USA – mise in atto una repressione spietata contro i movimenti studenteschi e operai, culminata nel massacro sistematico e nel genocidio politico di un’intera generatione di giovani e studenti universitari, torturati e assassinati nelle strade dell’Avana.
Dalla Baia dei Porci al terrorismo stragista degli anni ’90
Con la vittoria della Rivoluzione e la scelta della transizione socialista, l’ostilità di Washington si è trasformata in terrorismo di Stato aperto:
L’invasione militare della Baia dei Porci (1961): Un attacco mercenario pianificato, armato e coordinato direttamente dalla CIA per rovesciare con le armi un governo legittimo e sovrano.
La strategia delle stragi negli alberghi:Durante gli anni ’90, per colpire l’economia dell’isola, la CIA ha finanziato e protetto terroristi del calibro di Luis Posada Carriles e Orlando Bosch. Furono loro i mandanti della campagna di attentati dinamitardi che fece saltare in aria gli hotel dell’Avana, provocando la morte del giovane cittadino italiano Fabio Di Celmo nel 1997. Posada Carriles, responsabile anche del criminale attentato al volo Cubana 455 nel 1976 (73 morti), ha vissuto protetto e coccolato dalle istituzioni statunitensi a Miami fino alla fine dei suoi giorni.
Il Bloqueo come arma biologica e oncologica: Un genocidio silenzioso
Ma il crimine più efferato, continuativo e strutturale è l’embargo economico, commerciale e finanziario. Il *bloqueo*, inasprito da sanzioni unilaterali extraterritoriali che violano ogni norma del diritto internazionale, si configura come un vero e proprio tentativo di genocidio per sfinimento.
L’effetto diretto di questa politica non è politico, ma biologico: il blocco dei canali finanziari impedisce a Cuba l’acquisto di macchinari medici di ultima generazione e, soprattutto, di farmaci oncologici brevettati dalle multinazionali statunitensi. Washington impedisce deliberatamente a un bambino cubano malato di cancro di accedere alle cure e alle terapie specifiche, bloccando persino i pezzi di ricambio per i macchinari radioterapici. Questo non è un embargo: è l’uso della malattia e della privazione medica come arma di sterminio di massa contro la popolazione civile.
Chiamata alla mobilitazione: Rompiamo l’assedio!
Prendersela oggi con Raúl Castro, un leader ultranovantenne, per aver difeso i confini nazionali da provocazioni aeree che qualunque Stato sovrano avrebbe neutralizzato, serve solo a coprire questa spaventosa montagna di infamie. Cuba, nonostante questo assedio criminale, ha risposto esportando nel mondo medici, brigate sanitarie e solidarietà, mentre gli Stati Uniti continuano a esportare bombe, sanzioni e colpi di Stato. La storia ha già emesso il suo verdetto: l’incriminazione di Miami è solo l’ultimo sussulto di un imperialismo arrogante che non riesce a perdonare a Cuba il suo crimine più grande: quello di essere libera, socialista e sovrana a poche miglia dalle coste dell’impero.
Davanti a questa ennesima, intollerabile escalation di aggressione imperialista, l’indignazione teorica non basta più. È il momento della militanza attiva, della risposta di piazza e del posizionamento senza compromessi. Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di strangolamento definitivo di un popolo faro di dignità globale.
Facciamo appello a tutte le forze autenticamente democratiche, antimperialiste e progressiste affinché si mobilitino immediatamente. Sostenere Cuba oggi significa sostenere materialmente e politicamente la rete delle associazioni di solidarietà e di amicizia con l’isola, partecipare alle campagne di raccolta fondi per l’invio di medicinali e materiale sanitario per sconfiggere il blocco sul campo, e moltiplicare i presidi culturali e di protesta contro la politica bellicista di Washington. Rompere l’assedio mediatico ed economico è un dovere internazionalista.
Oggi più che mai: Cuba non è sola. Mobilitazione totale contro il bloqueo, solidarietà attiva con la Rivoluzione! ¡Venceremos!

