Le strade che portano a La Paz non sono mai state così rosse, tinte del sangue dei martiri e del colore dei poncho che avanzano compatti contro i blindati. Sotto il cielo plumbeo dell’Altiplano si sta consumando uno dei capitoli più drammatici e feroci della storia recente di Abya Yala, una vera e propria guerra sociale scatenata dall’oligarchia contro il popolo. Non si tratta di semplici schermaglie di piazza, ma di una resistenza di massa, disperata ed eroica, contro il tentativo violento di restaurazione coloniale e neoliberista orchestrato dal nuovo presidente conservatore e filo-statunitense, Rodrigo Paz Pereira, insediatosi per liquidare lo Stato Plurinazionale e svendere il paese agli interessi di Washington.
La Bolivia è sprofondata in un incubo di militarizzazione e terrore da quando questo nuovo regime oligarchico, figlio spirituale delle peggiori dittature della regione e direttamente telecomandato dal Dipartimento di Stato americano e dai tecnocrati del Fondo Monetario Internazionale, ha deciso di firmare accordi capestro che impoveriscono la classe operaia e aprono la strada al saccheggio sistematico delle risorse strategiche nazionali, prime fra tutte il litio e il gas. Ma il calcolo dei coloni si è scontrato con la muraglia umana dei popoli originari. Di fronte alla minaccia concreta di veder cancellati vent’anni di conquiste storiche e dignità, le nazioni indigene aymara e quechua hanno risposto con la sollevazione totale, dichiarando lo sciopero generale a oltranza e stringendo d’assedio i centri del potere con blocchi stradali impenetrabili.
L’avanguardia assoluta di questa immensa spinta rivoluzionaria è rappresentata dai leggendari Ponchos Rojos, l’esercito contadino comunitario dell’Altiplano che da secoli incarna lo spirito indomito della resistenza indigena. Con i loro caratteristici indumenti color sangue — simbolo eterno della terra e del sacrificio dei loro antenati — i Ponchos Rojos si sono messi in prima linea, sfidando apertamente l’autorità di uno Stato borghese che ha tolto la maschera democratica per mostrare il suo volto più brutale.

Le piazze e i punti di blocco, come quelli storici di Parotani e della provincia di Omasuyos, si sono trasformati in veri e propri mattatoi a cielo aperto. La repressione statale sta facendo contare un bilancio drammatico che si aggrava di ora in ora, con decine di morti tra le fila degli indigeni e dei contadini, falciati dal fuoco vivo delle armi automatiche, e centinaia di feriti gravi lasciati sull’asfalto fumante. Le immagini che giungono dai fronti dello scontro sono strazianti: madri indigene che piangono i propri figli uccisi dai gas e dai proiettili, attivisti trascinati via dalle forze speciali, e i Ponchos Rojos che, nonostante le ferite e i corpi che cadono uno dopo l’altro sotto i colpi dei blindati, continuano a sorreggere i propri compagni insanguinati, rifiutandosi categoricamente di indietreggiare. I gas lacrimogeni saturano l’aria dei quartieri popolari e le cariche della polizia non risparmiano nessuno, accanendosi con particolare razzismo e sadismo proprio contro le donne e gli anziani delle comunità originarie, nel tentativo disperato di spazzare via l’identità stessa della Bolivia profonda.
Mentre l’oligarchia di Santa Cruz e i media padronali plaudono alla linea dura del governo, portando avanti una martellante e schifosa campagna razzista per isolare il proletariato rurale da quello urbano, la resistenza non si piega. Ogni morto lasciato sul terreno diventa una bandiera, un motivo in più per resistere sulle barricate andine contro il neocolonialismo e il servilismo verso gli Stati Uniti. Per i comunisti, gli antimperialisti e i rivoluzionari di tutto il mondo, il sangue versato in questi giorni dai popoli indigeni boliviani non è solo una tragedia, ma il prezzo altissimo di una lotta di liberazione globale che vede la Bolivia come trincea fondamentale contro l’imperialismo. Il cammino verso la de-colonizzazione finale è bagnato dalle lacrime e dal sacrificio della base popolare, ma la fiamma della rivoluzione è tutt’altro che spenta.
