Esiste un vizio di forma che affligge storicamente una parte consistente della teoria critica e del radicalismo politico occidentale: l’ossessione per il purismo anti-istituzionale. Da decenni, salotti intellettuali europei e accademici d’oltreoceano subiscono il fascino di teorie — dal post-bordighismo francese alle derive della sinistra ultra-radicale [1] — che liquidano i concetti di Stato, di Partito e di organizzazione centralizzata come meri “racket” burocratici, strutture intrinsecamente oppressive da rifiutare in blocco.
Si tratta, a ben vedere, di un lusso teorico che ci si può permettere soltanto quando si ha lo stomaco pieno e i confini protetti. Questo radicalismo astratto crolla miseramente non appena si sposta lo sguardo verso la realtà brutale della periferia globale, del Sud del mondo e dei paesi in via di sviluppo.
L’eurocentrismo del rifiuto organizzativo
Le tesi che teorizzano la dissoluzione dello Stato o lo spontaneismo orizzontale nascono quasi sistematicamente nel ventre molle del capitalismo avanzato. Chi vive immerso nelle tutele strutturali della fortezza occidentale — dove l’erogazione dei servizi, la certezza del diritto e la stabilità geopolitica sono surrettiziamente date per scontate — può permettersi l’esercizio estetico di demonizzare la forma-Stato.
Per i popoli che subiscono storicamente il saccheggio dell’imperialismo e del neoliberismo predatore, la musica cambia radicalmente. In territori costantemente minacciati da sanzioni asfissianti, blocchi finanziari ed estrattivismo selvaggio, le istituzioni centrali non sono feticci ideologici, ma l’unico scudo intermedio a disposizione della collettività. Come ci ha ricordato il filosofo della liberazione Enrique Dussel [2], la forza comunitaria di un popolo (potentia) necessita inevitabilmente di un’istituzionalizzazione (potestas) per non disperdersi. Senza una struttura statale d’acciaio, senza un’organizzazione partitica disciplinata e coesa, non esiste alcuna difesa contro lo strapotere dei Trust transnazionali e dei dispositivi militari imperiali.
Il realismo decoloniale: da García Linera a Samir Amin
Questa necessità storica è stata magistralmente codificata dai più lucidi teorici del pensiero multipolare e del Sud globale. Álvaro García Linera [3], sociologo ed ex vicepresidente della Bolivia, ha ampiamente dimostrato sul campo come il rifiuto dello Stato sia spesso un tic intellettuale di matrice coloniale. Nei contesti post-coloniali, lo Stato Plurinazionale diventa l’unico spazio politico in cui le classi subalterne, le comunità indigene e i lavoratori possono unificarsi, darsi una legge comune e — dinamica fondamentale — utilizzare il monopolio della forza e della sovranità per nazionalizzare le risorse strategiche (come il gas o il litio), strappandole al controllo delle multinazionali. Senza questa mediazione istituzionale, la redistribuzione e la sovranità economica rimangono pure utopie.
Allo stesso modo, l’economista marxista egiziano Samir Amin [4] ha dedicato la sua intera opera a spiegare il concetto di “sganciamento” (delinking) dalle logiche asfissianti della globalizzazione capitalista e del centro imperialista. Per Amin, lo sganciamento non è un atto spontaneo o un’aspirazione astratta di piccole comunità isolate, ma un processo macroeconomico che richiede la presenza di uno Stato nazionale e popolare forte. Solo un’istanza mediatrice centralizzata ha il potere politico e giuridico di controllare i flussi finanziari, regolare il commercio estero e pianificare uno sviluppo interno che non sia subordinato agli interessi delle potenze straniere.
Quando l’assenza dello Stato non è libertà, ma inferno
L’alternativa a uno Stato imperfetto o a un partito centralizzato, nel Sud del mondo, non è quasi mai l’utopia libertaria; è l’inferno della deregolamentazione coloniale. Laddove lo Stato è stato programmaticamente smantellato, indebolito o ridotto all’impotenza dalle agende neoliberiste [5], non è sorta la liberazione dell’uomo, ma il caos sistemico delle bande armate, della miseria socializzata e del saccheggio indisturbato delle risorse estrattive. I casi drammatici di nazioni private di una sovranità istituzionale solida dimostrano che la debolezza dello Stato fa la felicità dei grandi agglomerati capitalistici, liberi di operare senza il freno della legge, della tassazione e del controllo sovrano.
Lo Stato e le sue articolazioni politiche, pur con tutti i loro innegabili limiti storici, burocratici e umani, sono gli unici vettori in grado di garantire un minimo di stabilità e di difendere l’autodeterminazione. Non si combatte un blocco economico o una guerra asimmetrica attraverso la frammentazione o il rifiuto dell’autorità.
Per una prospettiva materiale e sovrana
Sostenere la necessità delle strutture intermedie non significa mitizzare lo Stato o considerarlo immune da derive burocratiche o autoritarie. Significa, al contrario, applicare un sano realismo politico e materialista alla geopolitica contemporanea.
È giunto il momento di emancipare la teoria critica dall’eurocentrismo di chi fa la rivoluzione esclusivamente sui libri, nei caffè parigini o nelle aule universitarie occidentali. Riconoscere il valore difensivo dell’organizzazione, dello Stato e delle sue istituzioni nei contesti di aggressione imperialista, alla luce delle lezioni di pensatori come Amin e García Linera, è il primo passo per comprendere le reali dinamiche di liberazione. Chi lotta quotidianamente per la propria sussistenza e indipendenza non cerca la purezza dell’utopia astratta, ma la concretezza di una struttura capace di resistere all’urto della storia.
Note
[1] Ci si riferisce qui a filoni teorici come quelli ispirati da Jacques Camatte e dalla rivista Invariance, o da certe interpretazioni del situazionismo e dell’autonomia operaia europea, che hanno teorizzato l’abbandono della forma-partito e dello Stato.
[2] Enrique Dussel, 20 Tesi di Politica, Castelvecchi, Roma, 2013. Dussel analizza la distinzione tra la potentia (potere popolare) e la potestas (potere istituzionalizzato), sostenendo che la seconda è necessaria per proteggere la prima.
[3] Álvaro García Linera, Stato, democrazia e socialismo, edizioni Punto Rosso, Milano, 2017. Linera analizza la transizione statale boliviana e il ruolo dello Stato come strumento di nazionalizzazione delle risorse.
[4] Samir Amin, La decolonizzazione dell’economia: sganciamento, sovranità alimentare, policentrismo, edizioni Punto Rosso, Milano, 2016. Amin teorizza lo sganciamento (delinking) come unica via di sviluppo autonomo per la periferia globale.
[5] Si vedano, ad esempio, le politiche di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fondo Monetario Internazionale in Africa e America Latina negli anni ’80 e ’90, che hanno sistematicamente indebolito le capacità statali.
Bibliografia
Amin, Samir (2016). La decolonizzazione dell’economia: sganciamento, sovranità alimentare, policentrismo. Milano: edizioni Punto Rosso.
García Linera, A. (2017), Stato, democrazia e socialismo, Milano: edizioni Punto Rosso.
Dussel, Enrique (2013). 20 Tesi di Politica. Roma: Castelvecchi.
Holloway, John (2002). Cambiare il mondo senza prendere il potere. Milano: Intra Moenia. (Testo citato come esempio della tendenza occidentale criticata nell’articolo).
