Dopo oltre un secolo di dibattiti e visioni faraoniche, l’Egitto sceglie la strada della sostenibilità e della tutela ambientale
di Chiara Cavalieri
ILCAIRO. Il governo egiziano ha messo ufficialmente fine a uno dei progetti più controversi, affascinanti e discussi della storia moderna del Paese: il piano per allagare la depressione di Qattara convogliando al suo interno le acque del Mar Mediterraneo. Una decisione che chiude definitivamente un capitolo aperto sin dagli inizi del XX secolo e che per decenni ha alimentato studi, sogni ingegneristici, ipotesi geopolitiche e dibattiti internazionali.
L’annuncio è arrivato attraverso una dettagliata relazione tecnica elaborata da un comitato ministeriale specializzato, incaricato di valutare in maniera approfondita la fattibilità del progetto e soprattutto le sue conseguenze ambientali, economiche, energetiche e strategiche. Il risultato della valutazione è stato netto: i rischi sarebbero enormemente superiori ai benefici previsti, motivo per cui il Cairo ha scelto di archiviare definitivamente il piano.

Secondo quanto comunicato dalle autorità egiziane, la linea adottata oggi dallo Stato si basa su un principio preciso: sviluppare le risorse nazionali senza compromettere l’equilibrio ambientale e la sicurezza idrica del Paese. Una scelta che riflette anche il cambiamento di visione maturato negli ultimi anni in Egitto, sempre più orientato verso politiche di sostenibilità, gestione razionale delle risorse naturali e tutela degli ecosistemi desertici.
Cos’è la depressione di Qattara e perché il progetto era considerato rivoluzionario
La depressione di Qattara è una vasta area desertica situata nel Deserto Occidentale egiziano, non lontano dal confine libico, e rappresenta uno dei punti più bassi dell’intero continente africano, trovandosi circa 133 metri sotto il livello del mare.
Proprio questa particolare conformazione geografica aveva spinto, fin dai primi decenni del Novecento, ingegneri, geologi e strateghi a immaginare un gigantesco progetto di trasformazione territoriale. L’idea era apparentemente semplice ma tecnicamente colossale: creare un collegamento artificiale con il Mar Mediterraneo attraverso canali o tunnel, permettendo all’acqua marina di fluire naturalmente all’interno della depressione fino a formare un enorme lago artificiale.

Secondo i sostenitori del progetto, il dislivello naturale avrebbe consentito la produzione di energia idroelettrica attraverso un sistema di turbine e cascate artificiali. Per molti decenni il progetto fu presentato come una possibile rivoluzione energetica per l’Egitto, capace di produrre grandi quantità di elettricità, modificare il clima della regione e persino creare nuove opportunità economiche e urbanistiche.
Nel corso della storia moderna egiziana, l’idea della depressione di Qattara è tornata periodicamente al centro dell’attenzione. Vari governi, centri di ricerca e istituzioni internazionali hanno preso in considerazione il progetto, soprattutto nei momenti in cui il tema energetico diventava prioritario. Alcuni studi ipotizzavano addirittura la nascita di nuove città e di un vasto ecosistema artificiale nel cuore del deserto.
Ma con il passare degli anni e con il progresso delle conoscenze scientifiche, gli scenari ottimistici hanno lasciato spazio a preoccupazioni sempre più concrete.
Il governo egiziano: “La scienza dimostra che i rischi sono enormi”
Nella relazione ufficiale resa pubblica dal governo egiziano si sottolinea che il comitato tecnico incaricato dello studio ha esaminato cinque differenti scenari di sviluppo della depressione di Qattara. Tutti gli studi sono arrivati alla stessa conclusione: il cosiddetto “quarto scenario”, cioè quello che prevede di non utilizzare la depressione come bacino idrico e di respingere ogni collegamento con il Mediterraneo, è risultato il più sicuro e sostenibile.

Il Cairo ha chiarito che la decisione non è politica né ideologica, ma esclusivamente scientifica e strategica. Gli esperti coinvolti hanno infatti evidenziato che l’impatto ambientale del progetto sarebbe stato devastante e probabilmente irreversibile.
Il problema principale riguarda la salinizzazione delle falde acquifere. L’ingresso di enormi quantità di acqua marina nel cuore del Deserto Occidentale avrebbe inevitabilmente modificato l’equilibrio idrogeologico dell’intera regione, contaminando le riserve sotterranee di acqua dolce e compromettendo la sopravvivenza delle attività agricole presenti nell’area.
In un Paese come l’Egitto, che già affronta enormi sfide legate alla sicurezza idrica e alla gestione delle risorse del Nilo, il rischio di perdere importanti riserve di acqua sotterranea è stato considerato inaccettabile.
L’allarme per l’oasi di Siwa
Uno degli aspetti che più hanno preoccupato gli studiosi riguarda la sorte della storica oasi di Siwa, uno dei luoghi più affascinanti e delicati dell’intero patrimonio ambientale egiziano.
Situata nel Deserto Occidentale, Siwa non è soltanto una celebre destinazione storica e turistica legata anche all’antico oracolo di Alessandro Magno, ma rappresenta un ecosistema unico, caratterizzato da una biodiversità rara e fragile.
Secondo gli studi governativi, il progetto di allagamento avrebbe potuto distruggere gli equilibri naturali dell’oasi, mettendo in pericolo specie vegetali e animali rare e compromettendo l’intero sistema agricolo tradizionale su cui vivono le comunità locali.
Gli esperti hanno avvertito che le modifiche climatiche e idrogeologiche provocate dall’arrivo dell’acqua salata avrebbero potuto alterare irreversibilmente il territorio circostante, trasformando una delle aree più preziose del deserto egiziano in una zona instabile e vulnerabile.
La protezione di Siwa è diventata quindi uno dei punti centrali della decisione del governo egiziano, che ha scelto di privilegiare la conservazione del patrimonio naturale rispetto a un progetto considerato troppo rischioso.
Il conflitto con petrolio, gas e risorse minerarie
Oltre agli aspetti ambientali, il governo ha evidenziato un altro elemento cruciale: la depressione di Qattara si sovrappone a importanti aree energetiche strategiche.
Secondo i dati ufficiali, nell’area interessata dal progetto si trovano 35 siti di produzione petrolifera e 8 aree di esplorazione energetica. L’allagamento della depressione avrebbe interferito direttamente con le attività di estrazione di petrolio e gas, obbligando le compagnie energetiche a modificare infrastrutture fondamentali, deviare oleodotti e ripensare completamente la logistica del Deserto Occidentale.
Le conseguenze economiche sarebbero state enormi. Il governo ha spiegato che il costo delle modifiche infrastrutturali avrebbe aumentato drasticamente le spese operative delle compagnie petrolifere, rischiando di scoraggiare investimenti strategici in una delle regioni energeticamente più importanti dell’Egitto.
A ciò si aggiunge la presenza di importanti risorse minerarie che sarebbero andate perdute o gravemente compromesse, tra cui bentonite e scisti carboniosi, materiali di grande valore economico e industriale.
In altre parole, il progetto avrebbe finito per danneggiare settori economici già esistenti e altamente redditizi senza offrire garanzie concrete di benefici equivalenti.
Anche il sogno energetico non convince più
Per decenni il principale argomento a favore del progetto di Qattara era stato quello energetico. I sostenitori sostenevano che il dislivello naturale tra il Mediterraneo e la depressione avrebbe permesso di produrre grandi quantità di elettricità sfruttando il movimento continuo dell’acqua.
Oggi però il contesto globale è completamente cambiato.
Secondo gli studi presentati dal governo egiziano, il costo della produzione di energia attraverso questo sistema sarebbe ormai troppo elevato rispetto alle moderne fonti rinnovabili. I giganteschi investimenti necessari per scavare canali, tunnel e infrastrutture di collegamento renderebbero il progetto economicamente non competitivo.
L’Egitto sta infatti investendo massicciamente in energia solare ed eolica, settori considerati più efficienti, meno costosi e soprattutto più sicuri dal punto di vista ambientale.
Negli ultimi anni il Cairo ha avviato grandi progetti energetici nel deserto, puntando a trasformarsi in uno dei principali hub regionali dell’energia rinnovabile. In questo nuovo scenario strategico, il progetto Qattara appare ormai come una soluzione appartenente a un’altra epoca.
Una scelta che ha anche implicazioni geopolitiche
La decisione egiziana non ha soltanto una dimensione tecnica o ambientale, ma anche geopolitica.
Il Deserto Occidentale rappresenta infatti un’area strategica sia dal punto di vista energetico che della sicurezza nazionale. Qualunque trasformazione radicale del territorio avrebbe inevitabilmente avuto conseguenze sulla stabilità regionale, sugli investimenti internazionali e sugli equilibri economici dell’area.
Negli ultimi anni il progetto Qattara era tornato a far discutere anche fuori dall’Egitto, suscitando attenzione e preoccupazioni in diversi ambienti internazionali, soprattutto per le possibili implicazioni climatiche, ambientali e infrastrutturali.
Con questa decisione, il Cairo manda un messaggio molto chiaro: lo sviluppo del Paese deve avvenire nel rispetto dell’ambiente, della sicurezza idrica e della sostenibilità economica.
Fine di un sogno faraonico, inizio di una nuova strategia
La rinuncia definitiva al progetto di allagamento della depressione di Qattara segna la fine di uno dei più ambiziosi sogni ingegneristici della storia moderna egiziana.
Per oltre cento anni quel gigantesco bacino desertico ha rappresentato nell’immaginario collettivo una possibile fonte di energia, ricchezza e trasformazione territoriale. Ma oggi la priorità dell’Egitto è diversa: proteggere le risorse naturali, preservare le falde acquifere, sostenere uno sviluppo sostenibile e garantire stabilità alle future generazioni.
© 𝗖𝗼𝗽𝘆𝗿𝗶𝗴𝗵𝘁 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 Er𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀 – 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶.
