Roberto Roggero – Si aggrava ogni giorno la situazione nel Sahel, importantissima regione dell’Africa soprattutto per pe risorse naturali. Dallo scorso fine settimana, le formazioni jihadiste e tuareg sono tornate alla carica, in uno dei più gravi e significativi assalti da oltre un decennio e gli episodi di violenza hanno coinvolto sia la capitale, Bamako, che le importanti città di Kidal e Mopti.
Il ministro della Difesa, Sadio Camara, è stato ucciso nella città di Kati e anche il capo dei servizi segreti, Modibo Koné, è morto durante i raid, segno della portata e della precisione delle offensive. La città di Kidal è caduta sotto il controllo delle forze jihadiste, che hanno conquistato insediamenti e basi militari.
Secondo le informazioni pervenute, l’offensiva di fondamentalisti e nazionalisti tuareg è stata particolarmente massiccia, segno che da tempo era in preparazione. Sotto il vessillo dell’Azawad (territorio del Mali che per breve tempo ha costituito uno Stato non riconosciuto, dichiarando unilateralmente la propria indipendenza dal Mali il 6 aprile 2012) le agguerrite formazioni del fronte JNIM (che fa capo ad Al-Qaeda), sono giunte in vista di Bamako, mentre le forze governative, affiancate dai russi dell’Africa Corps, hanno perso il controllo delle regioni settentrionali e di quelle centrali comprese le grandi città di Kidal, Gao e Mopti e costretti a combattere per le strade della capitale.
Il Mali, nodo strategico negli equilibri geopolitici dell’Africa occidentale, sta attraversando una fase di profonda instabilità, già indebolito da anni di conflitti interni, colpi di Stato e difficoltà nel controllo del territorio. Le forze jihadiste sono attive da anni nella regione del Sahel, sia in Mali che negli altri due principali Paesi del Sahel (Burkina Faso e Niger) e le violenze commesse hanno provocato migliaia di vittime e costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
L’insurrezione ha, inoltre, minato le basi democratiche delle nazioni coinvolte e tra il 2020 ed il 2024 si sono verificati colpi di Stato che hanno portato al potere giunte militari in Mali, Niger e Burkina Faso, che però non riescono a contenere le forze jihadiste che, sfruttando la porosità dei confini regionali e gli ampi spazi desertici difficili da controllare, si spostano da una nazione e l’altra. Proprio il Mali l’epicentro della crisi del Sahel perché qui i gruppi jihadisti hanno iniziato a consolidare la propria presenza nel 2012, approfittando dell’insurrezione indipendentista dei tuareg, popolazione che vive nel nord del Paese.
In un primo momento la Francia, ex potenza coloniale del Sahel prima dell’indipendenza, ha fornito supporto militare, ma con l’instaurazione dei governi militari a seguito dei colpi di Stato, le giunte al potere hanno progressivamente orientato la propria politica estera verso una più stretta collaborazione con la Russia, prima con la presenza del Gruppo Wagner e ora l’Africa Corps.
Le condizioni di povertà della popolazione sono causate dal fatto che gli enormi proventi delle risorse naturali non vanno a beneficio delle popolazioni, contando il fatto che la proprietà delle miniere e degli impianti di estrazione, appartiene alle grandi multinazionali occidentali. I giacimenti di petrolio, gas, oro e le miniere di litio contribuiscono a rendere il Mali strategico nella geoeconomia del continente. Lo stesso vale per il Niger, ricco di uranio, coltan, fosfati ed oro e per il Burkina Faso, uno dei maggiori produttori di oro del continente, oltre a manganese, zinco e fosfati.
La presenza di formazioni terroriste, e la diffusa vulnerabilità delle democrazie locali, spesso minate dal malgoverno e dalla presenza di forze autoritarie, rischiano un’ulteriore espansione del terrorismo nel corso dei prossimi anni qualora la crisi del Sahel non venga risolta in tempi brevi. La conquista di Kidal e gli attacchi simultanei a diverse città del Mali da parte del Fronte di Liberazione dell’Azawad e dei jihadisti del fronte JNIM, proiettano l’intero Sahel nel caos.
La ritirata fulminea di Africa Corps (che cura gli interessi di Mosca nella gestione delle principali miniere d’oro) e forze armate maliane (FAMA) dai centri in cui i miliziani tuareg e i jihadisti sono entrati in azione, evidenzia il fallimento del protettorato russo nell’area. Da un lato ridimensiona la scaltrezza con cui Mosca ha colmato negli ultimi anni il vuoto lasciato dalla Francia, dall’altro mette spalle al muro non solo il sempre più fragile governo di Bamako ma, più in generale, la tenuta stessa dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES, insieme a Burkina Faso e Niger) che ha finora fatto della collaborazione militare con Mosca uno dei propri capisaldi.
I fatti registrati finora dicono che dal 25 aprile sono state almeno sette le città del Mali prese d’assalto dal JNIM e dal Fronte di Liberazione dell’Azawad. Un’offensiva coordinata come confermato dal portavoce di quest’ultimo, Mohamed Elmaouloud Ramadane, a Jeune Afrique. È di fatto avvenuta una manovra a tenaglia: Bamako e Kati a sud-ovest, così come a nord-est Kidal e Gao sono state attaccate simultaneamente, per impedire all’esercito regolare e ai mercenari russi di spostare rinforzi da una parte all’altra. L’asse centrale tra Mopti e Sévaré è rimasto isolato.
Il colpo più significativo è stato a Kidal che, ripresa a fine 2023 dal governo di Bamako grazie all’intervento del Gruppo Wagner dopo un decennio di dominio tuareg, è tornata sotto controllo dello JNIM e dei tuareg, nel quadro delle aspirazioni nazionaliste dell’Azawad.
In queste ore sarebbe il governo algerino, stretto alleato di Mosca nel Maghreb, a mediare tra le parti. Il 28 aprile il presidente Assimi Goita si è rivisto in pubblico insieme all’ambasciatore russo Igor Gromyko, ma il controllo che la sua giunta ha sul Paese è sempre più precario. Le truppe JNIM erano entrate a Menaka, al confine nord-orientale con il Niger, ma le truppe dell’esercito governativo le hanno respinte, tuttavia non definitivamente.
Gli effettivi russi in Mali sono circa 1.500, in passato alle dipendenze del Gruppo Wagner. A guidare le operazioni nel Paese sono sempre Andrey Ivanov e Ivan Maslov, in contatto diretto con Yunus-Bek Yevkurov, vice ministro della Difesa russo, e con il generale Andrey Averyanov, figura chiave del GRU. Finora l’uomo di collegamento tra il presidente maliano Goita e Africa Corps è stato Modibo Koné, capo dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale del Mali, che in passato era entrato in rotta di collisione con il ministro della Difesa Camara.
