L’ombra di Sigonella: Il gigante di pietra e la ragazza del silenzio
C’è una notte nell’ottobre del 1985 che ancora brucia come sabbia del deserto negli occhi della nostra Repubblica. È una notte in cui l’Italia smise di essere una “espressione geografica” per farsi Stato, con il petto in fuori e le dita sul grilletto. Era la notte di Sigonella. In quella penombra siciliana, tra il ronzio dei motori e l’odore di cherosene, si consumò l’ultimo grande atto di sovranità italiana. Oggi, nel 2026, quella stessa pista di decollo ospita droni silenziosi che solcano i cieli dell’Iran, mentre a Roma il silenzio è più assordante dei motori di allora.
Il cinghialone e il Cowboy: La sfida di Bettino
Bettino Craxi non era un uomo facile. Era un saggista, un intellettuale che vedeva il Mediterraneo non come una piscina americana, ma come il cortile di casa nostra. Quando i caccia F-14 di Ronald Reagan intercettarono il Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro, costringendolo ad atterrare in Sicilia, il “Cowboy” di Washington pensò che l’Italia avrebbe steso il tappeto rosso ai suoi Delta Force.
Ma non aveva fatto i conti con il “Cinghialone”.
Mentre le teste di cuoio americane scendevano dagli aerei con le armi spianate, convinte di poter prelevare i terroristi come se si trovassero in una colonia dell’Arizona, si trovarono davanti un muro di divise grigio-verdi. Erano i Carabinieri e i ragazzi della VAM, schierati in cerchio sotto gli ordini di Craxi. Per ore, in un silenzio spettrale, i soldati alleati si puntarono le armi contro. Fu l’unico momento in cui il telefono della Casa Bianca squillò e dall’altra parte non ci fu un “sì”, ma un ruggito: “In Italia, le leggi le facciamo rispettare noi”. Craxi non difendeva solo dei prigionieri; difendeva il diritto di un popolo di non essere la rampa di lancio di strategie altrui.
Il prezzo del “no”: Il fango e la fine
La storia, si sa, non dimentica. Quella schiena dritta a Sigonella fu l’inizio della fine. Gli americani non perdonarono a Craxi quella “lezione di diritto”. Pochi anni dopo, mentre il sistema dei partiti affogava nel mare di Tangentopoli, il sostegno internazionale a quella classe politica svanì. Il “Cinghialone” morì in esilio ad Hammamet, tra le palme e l’amarezza di chi aveva capito che la sovranità ha un prezzo altissimo che si paga in solitudine.
Il ritorno a Sigonella: Il “sovranismo” muto della Meloni
Oggi, sulla poltrona di Craxi siede una donna che ha fatto della “Nazione” il suo vessillo: Giorgia Meloni. Ma se guardiamo alla “verità materiale” dei fatti, il contrasto è spietato.
Mentre Craxi faceva circondare i Delta Force, l’Italia della Meloni permette che Sigonella diventi il centro nevralgico della sorveglianza contro l’Iran. I Global Hawk decollano dalla nostra terra, raccolgono segreti, guidano attacchi, e noi? Noi restiamo a guardare. La Meloni ha scelto la strada della “fiducia cieca” a Washington pur di essere accettata nel club dei grandi. Ha scambiato l’autonomia geopolitica con una pacca sulla spalla.
Il sovranismo di oggi si ferma ai confini dei balconi: grida contro i migranti sui barconi, ma sussurra “obbedisco” quando i droni americani usano la Sicilia per accendere incendi in Medio Oriente che poi saremo noi a dover gestire.
La lezione di una notte di ottobre
La differenza tra ieri e oggi non sta nel peso dei corpi, ma nel peso delle parole. Craxi, con tutti i suoi errori, aveva una visione: l’Italia come ponte, non come porterei. La Meloni, invece, sembra aver accettato il ruolo di guardiana di un parco giochi per ricchi e potenti, dove la sovranità è solo un gadget da sbandierare in campagna elettorale.
Mentre Sigonella continua a ronzare nella notte siciliana, ci resta una domanda: preferiamo un leader che rischia la rovina pur di non abbassare la testa, o una leadership che la abbassa sperando di non essere notata? La storia ha già risposto. E il vento di Sigonella continua a soffiare, freddo e implacabile, sulla nostra dignità perduta.
