Roberto Roggero – Da tempo ormai è stata oltrepassata la linea rossa che segna il momento in cui un conflitto non è più solo questione di superiorità militare e politica, e diventa un problema che coinvolge direttamente il quotidiano, la gente della strada, le persone comuni, le famiglie. E questa linea, nel caso dell’attuale conflitto fra Stati Uniti, Israele e Iran, è stata oltrepassata ancora prima che iniziasse l’aggressione alla Repubblica Islamica, specialmente in un’inesistente Unione Europea, governata da incapaci che non hanno mai ragionato in base a buon senso, prudenza diplomatica e politica, logica lungimiranza sulle conseguenze di determinate decisioni, e si preoccupano esclusivamente di prepararsi ai peggiori scenari futuri, condannando le azioni contro il diritto internazionale solo a parole, anziché con azioni concrete, e cercando sempre di tenere il piede in due scarpe, con una evidente vigliaccheria e ipocrisia politica che ormai ha fatto scuola. Come ha detto il premier spagnolo, Pedro Sanchez, unico a mostrare coraggio e prendere posizione, è però completamente inutile causare un incendio e poi lamentarsi del fumo e, aggiungo, lamentarsi della mancanza di acqua per spegnerlo, se prima non ci si premunisce per eventualità del genere, soprattutto sapendo chi sono i piromani.
Il Medio Oriente da sempre è una regione del mondo caratterizzata da instabilità costante, ma attualmente ci si sta avvicinando a limiti davvero pericolosi, eppure di lezioni della storia passata ce ne sono state a sufficienza, anche se, ovviamente, non si impara se non si vuole ascoltare e assimilare.
L’Europa comincia a ragionare in termini di emergenza energetica e scenari ancora peggiori paventando una Russia pronta al balzo verso Ovest, nonostante il presidente Putin abbia più volte ribadito il disinteresse dal punto di vista militare nei confronti dell’occidente, offrendo piuttosto vantaggi proprio dal punto di vista energetico. E la guerra in Medio Oriente spinge a considerazioni e azioni, come quella della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che è volata in tutta fretta a parlare con i leaders dei Paesi del Golfo, forse proprio nell’imminenza di qualche sconsiderata e malaugurata decisione del “biondo” presidente americano. Insomma, meglio prevenire che curare…

I mercati energetici sono in subbuglio, soprattutto per quelli che potrebbero essere le conseguenze sul lungo periodo, come ha sottolineato il Commissario Europeo per l’Energia, Dan Jorgensen, il quale ha spiegato che la UE sta valutando tutte le opzioni possibili, compreso un nuovo ricorso alle riserve strategiche. Bruxelles non si limita più a osservare, ma deve prepararsi a una probabile lunga e profonda crisi strutturale, più grave di quanto inizialmente previsto.
Il trauma energetico legato alla guerra in Medio Oriente non è un episodio temporaneo, ma una crisi destinata a durare nel tempo, ed è questo il fulcro dell’allarme lanciato dalla UE: non una crisi di mercato come tante ce ne sono, ma una possibile profonda e prolungata alterazione degli equilibri energetici europei e non solo.
Fra le misure eccezionali, provvedimenti che ricordano i razionamenti di carburanti ai tempi delle guerre mondiali, e proprio il livello di allerta fa pensare quanto il pericolo sia reale.
Due i parametri di base: costo e durata, ovvero, prezzi del settore energetico in elevazione per molto tempo, che non saranno assorbiti da provvedimenti-toppa, ma destinati a segnare profondamente l’economia del quotidiano, a carico di famiglie, imprese, sistema dei trasporti e industria, nonché di riflesso, la impossibilità di prevedere un termine di tale situazione.
Da considerare poi che, nella odierna società globalizzata, se si allenta un anelo della catena, il meccanismo ne risente nel suo insieme, e quindi anche altri settori saranno inevitabilmente coinvolti
Se l’allarme si estende anche sulla disponibilità fisica di carburanti e gas, allora il rischio non riguarda più soltanto il caro bollette o il costo alla pompa di benzina, ma la tenuta stessa delle forniture.
Alla radice del problema, il nodo sempre più stretto che lega la situazione dello Stretto di Hormuz e gli annunciati attacchi americani e israeliani alle infrastrutture energetiche, con la conseguente risposta iraniana alle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo che ospitano basi dell’alleanza degli aggressori, due elementi assolutamente fondamentali che determinano il livello di fluidità della circolazione mondiale di ricorse energetiche per il mondo intero, e quindi sugli equilibri dei mercati.
Se il traffico nello Stretto di Hormuz dovesse esser compromesso, o se non si arriva a una soluzione sufficientemente conveniente, le conseguenze immediate si ripercuoteranno su tutti i segmenti di approvvigionamento, su costi di trasporto e ovviamente prezzi finali.
Da aggiungere a tutto questo i rischi di tutte le infrastrutture del settore, presenti nella Regione del Golfo, spina dorsale della sicurezza energetica del pianeta.

La paura della UE sta proprio in questo: non solo energia a prezzo maggiorato, ma energia più difficile da reperire, il che, per quanto riguarda l’Europa, si traduce in razionamento. Il solo fatto che questa eventualità sia stata presa in considerazione, è già un segnale decisamente forte ed eloquente, che fa tremare settori di grande respiro come turismo (carburante avio) e mobilità industriale e logistica (carburante diesel), e via via tutti gli anelli della catena-
Questa volta l’Europa non può permettersi di farsi cogliere impreparata, per cui sarebbe decisamente meglio accantonare progetti paradossali come la assolutamente inutile corsa agli armamenti, e pensare un po’ di più alla corsa per la sicurezza energetica, senza la quale si ferma tutto.
Prepararsi ad assorbire il colpo, significa mettere a punto meccanismi di contenimento, monitorare le scorte disponibili e predisporre interscambi fra i Paesi membri, coordinare le risorse in proporzione a ciascun Paese, per una risposta bilanciata, organica e soprattutto condivisa, perché è necessario che non ci siano colpi di testa solitari e fughe in velocità tipo corsa ciclistica, con conseguente frammentazione.
In poche parole, una strategia d’insieme, che comprenda anche un piano organico di importazioni, ovviamente alle migliori condizioni di mercato, e questo dovrebbe implicare non certo il dipendere da forniture d’oltreoceano, ma certamente dai Paesi ben più a portata del bacino del Mediterraneo, e da quella Russia che non è nemica, e lo ha ben dimostrato. Un’occasione che, per altro, potrebbe davvero spingere a trovare una soluzione alla crisi ucraina.
L’obiettivo sarebbe rendere più flessibile il mercato, consentendo un adattamento più rapido alle difficoltà di approvvigionamento. In altre parole, se la disponibilità di determinati prodotti dovesse ridursi, si dovrebbe evitare che vincoli troppo rigidi impediscano di trovare soluzioni alternative, che possano assorbire anche una inevitabile ondata di inflazione monetaria.
Il problema di fondo, quindi, è la durata del conflitto in Medio Oriente: se non dovesse terminare in tempi accettabilmente brevi, anche le riserve strategiche dovranno essere utilizzate con estrema cautela, perché non sono una soluzione permanente.
Nonostante l’evidenza, la UE al momento non ha ancora espresso alcun atteggiamento su un eventuale cambio di direzione per quanto riguardala Russia, e questa è decisamente cecità volontaria, specialmente se si considera che lo steso Jorgensen ha dichiarato: “L’eventuale sostituzione con forniture statunitensi o di altri partner resta compatibile con la logica del mercato libero. È un passaggio politicamente significativo, perché dimostra come Bruxelles cerchi di mantenere un equilibrio tra la necessità di rafforzare la sicurezza energetica e quella di non alterare bruscamente altri delicati equilibri”. Ciò significa che l’Unione si prepara all’emergenza, ma evita per ora di aprire un ulteriore fronte sul gas russo.
Non deve stupire, perché la situazione UE-Russia è già allo stadio di scelte geopolitiche, industriali e commerciali.
Ovviamente, alcuni Paesi UE risentirebbero più di altri di una situazione di emergenza energetica, alcuni comparti economici sarebbero più colpiti, e potrebbero anche generare tensioni sociali. Un altro rischio da contemplare.
In ogni caso, il nocciolo della questione è capire quanto a lungo durerà il conflitto, fra i confusionari annunci dei diversi leader politici, e fino a che punto si estenderanno le conseguenze su forniture e prezzi. Più il tempo passa, più l’emergenza rischia di trasformarsi in realtà ben poco piacevole… Una soluzione potrebbe essere quella di valutare attentamente le varie fonti di energia rinnovabile, e l’apporto che potrebbe offrire all’Europa il gruppo BRICS…
