Roberto Roggero – Una moderna “appendice” del moderno conflitto è indubbiamente l’adozione dell’intelligenza artificiale come strumento di offesa/difesa in quella che è una vera e propria guerra parallela, ovvero quella dell’informazione e della propaganda di parte.
Anche in questo campo, Donald “il biondone” si sta scatenando con il solito atteggiamento suprematista, in particolare contro il nemico attuale, cioè la Repubblica Islamica dell’Iran, accusata di utilizzare la IA per diffondere disinformazione, con immagini e video falsi per mostrare presunti successi militari contro gli Stati Uniti. Come se l’apparato americano non facesse ricorso agli stessi metodi per fare pressione sull’opinione pubblica mondiale vendendo la versione MAGA di una imminente e certa vittoria dello Zio Sam.
Il “biondo” presidente dichiara che da tempo l’Iran è maestro della manipolazione mediatica perché sul piano militare è debole, ed è ormai imminente la sua sconfitta senza condizioni, è inefficace e quindi ricorre alla IA per alimentare fake news.
Sarebbero tutte manipolazioni le immagini che mostrano le veloci imbarcazioni che attaccano le invincibili unità americane, perché queste barche non esistono: tutta disinformazione, creata per mascherare il fatto che le forze armate iraniane sono già sconfitte e praticamente annientate, naturalmente accusando i media che diffondono tali immagini sono tutti corrotti e venduti a Teheran.
Fra i media corrotti di cui parla il “biondo”, sono compresi anche organi di informazione americani che non sono allineati alla volontà presidenziale, già compresi nella lista nera sottoposta al severo esame di Brendan Carr, presidente della FCC (Federal Communications Commission), fra i cui poteri vi è l’approvazione o meno delle licenze di alcune di queste organizzazioni giornalistiche “corrotte e antipatriottiche”. Questa posizione ha però suscitato forti critiche da parte di esponenti di entrambi i partiti, che temono rischi per la libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento.

Dall’altra parte della barricata, intanto, giungono notizie che, fedeli alla situazione sul campo, confermano come l’Iran abbia mantenuto le promesse pre-belliche, e non abbia ancora mostrato il suo intero potenziale.
Sono le due facce della medaglia, valutazione di un momento su una guerra che, proprio per la massa di informazioni in un senso o nell’altro, confermano come, nel conflitto in atto, non sia possibile determinare un esito, o chi salirà sul podio del vincitore e chi invece cadrà.
Rimane il fatto, incontrovertibile, che l’Iran, già prima dell’apertura delle ostilità, abbia manifestato quale sarebbe stata la risposta a una eventuale aggressione, avvertendo che le installazioni americane in Medio Oriente sarebbero state direttamente prese di mira. Ed è ciò che è avvenuto e sta avvenendo, come pure la limitazione, o la chiusura, dello Stretto di Hormuz, che avrebbe ovviamente generato conseguenze assolutamente negative sull’andamento del commercio mondiale.
A questo punto, la stranezza è nel fatto che da Washington si insista sul sottovalutare questo pericolo.
Teheran ha avvertito più volte che, in caso di attacco, il “biondo” presidente americano non si doveva illudere di concludere la faccenda in pochi giorni, come invece andava dichiarando, con la certezza di vittoria su tutti i fronti.
Un piano dichiarato che avvertiva il mondo sul fatto che un eventuale conflitto aperto, si sarebbe trasformato in una guerra di logoramento, una guerra continua che sarebbe stata estremamente deleteria per i mercati e per la stessa popolazione americana, costretta a pagare esorbitanti costi. In sostanza, se l’Iran non vince, di certo nemmeno perde, e la guerra scatenata dal “biondo” Donald e dal compare criminale Netanyahu si sarebbe trasformata in una sfida basata su una serie di bluff, perché l’Iran sta tenendo testa a Stati Uniti e Israele, per altro giornalmente bersagliato da droni e missili.
La strategia di Teheran è il risultato di esperienze ben comprovate, con un sistema di sicurezza determinato, una tradizione di resistenza nata da anni di prove, e in un territorio che ben conosce, nonché abile nello sfruttare i passi falsi della controparte.
Stati uniti e Israele hanno già impiegato quasi la metà delle proprie risorse, specialmente nella difesa antimissile.
Il Pentagono aveva accumulato un massiccio arsenale, rifornimenti, apparati logistici, e sta impiegando perfino esperti ucraini, convocati per fornire conoscenza tecnica nell’uso dei droni. Tutti chiari segni che l’Iran ha capacità ben superiori alla stima iniziale, senza contare il fatto che, dallo Yemen, gli Houthi non hanno ancora preso iniziative.
