Ro. Ro. – Mentre le sirene antiaeree non cessano di suonare, e l’aria è satura dei fumi dei depositi petroliferi in fiamme, l’Iran risponde all’aggressione con una forza che non ha precedenti. Nelle scorse ore, mentre le batterie missilistiche della Guardia della RivoluzioneIslamica illuminavano il deserto centrale per la ritorsione, l’Assemblea degli Esperti ha ratificato la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema. Una scelta di continuità che sfida frontalmente l’ingerenza del “biondo” Donald, il quale, in un’intervista rilasciata a ABC News proprio mentre Teheran decideva il proprio futuro, ha preteso per Washington un inaudito diritto di veto: “Il nuovo leader iraniano dovrà avere la mia approvazione”, definendo Mojtaba un “peso leggero” e minacciando che, senza il via libera americano, il suo mandato non durerà a lungo, affermando “Uccideremo anche lui come suo padre”.
La realtà del campo smentisce drasticamente la narrazione di un Iran indebolito. Solo nelle ultime 24 ore, Teheran ha scatenato una ritorsione balistica di precisione che ha dimostrato una catena di comando perfettamente operativa nonostante la pressione israeliana e americana. I vettori pesanti iraniani hanno colpito il cuore di Tel Aviv e sventrato un complesso logistico a Beit Shemesh, dove i sistemi di difesa non sono riusciti a contenere l’impatto. La proiezione di forza ha raggiunto simultaneamente i nodi logistici fondamentali degli alleati regionali di Washington, infrastrutture strategiche sono state centrate in Kuwait e Qatar, mentre nel porto di Mina Salman, in Bahrain, si registrano danni critici alle strutture di supporto della 5a Flotta statunitense. Nonostante il “biondo” prepotente vanti la distruzione della marina iraniana, dichiarando che 42 navi sono ormai sul fondo del mare, il dato materiale dice altro: lo Stretto di Hormuz è diventato un muro impenetrabile, con il traffico navale azzerato e merci per oltre 25 miliardi di dollari bloccate nel Golfo sotto la minaccia dei droni iraniani.
Questo scenario non è che la manifestazione fisica di uno scontro dove l’imperialismo predatorio ha smesso di nascondersi dietro la ridicola retorica della liberazione. È grottesco che l’attacco venga venduto come un atto di solidarietà verso le donne iraniane, mentre i bombardamenti USA-Israele hanno già causato oltre 1.300 vittime civili, tra cui le oltre 170 giovani studentesse della scuola elementare di Minab.
Questa narrazione si basa su una profonda ignoranza occidentale che confonde la civiltà iraniana con scenari del tutto estranei, utile solo a giustificare l’uso della forza per imporre un “modello Venezuela” e un cambio di regime gradito a Washington.
A smontare la falsa retorica della “guerra giusta” è intervenuta anche la Svizzera, condannando ufficialmente l’aggressione definendola “palese violazione del diritto internazionale”, aprendo una profonda crepa diplomatica nel fronte occidentale e mettendo in discussione anche il permesso di attraversare lo spazio aereo per gli aerei americani. Al contrario, la compattezza di Teheran smentisce i sogni di un rapido collasso interno: la nomina di Mojtaba Khamenei, avvenuta mentre il Paese rispondeva colpo su colpo, è l’atto di sovranità di un sistema che non si è fermato nemmeno dopo il sacrificio di Ali Khamenei.
Il tutto mentre in Italia la macchina mediatica del fango tenta di screditare il nuovo leader con illazioni personali, l’Iran dimostra di poter sostenere il conflitto colpendo i centri nevralgici dell’economia globale.
Il verdetto finale è arrivato all’apertura delle borse asiatiche di oggi: i mercati hanno reagito nel panico, con il Nikkei di Tokyo e l’Hang Seng di Hong Kong in caduta libera, mentre il petrolio Brent ha sfondato la quota dei 114 dollari al barile. L’Iran sta togliendo l’ossigeno economico a chi pretende di esportare democrazia con le bombe, trasformando la geografia in una barriera d’acciaio che l’Occidente non può aggirare, chiudendo lo Stretto di Hormuz, ma garantendo libero e protetto passaggio a tutti quei Paesi, occidentali o arabi, che espelleranno gli ambasciatori di Stati Uniti e Israele.
