Il Cairo riapre il dossier della sicurezza collettiva araba mentre il Medio Oriente entra in una nuova fase di escalation. La proposta non nasce oggi: affonda le sue radici nel vertice di Sharm el-Sheikh del 2015, quando fu il presidente Abdel Fattah al-Sisi a mettere sul tavolo l’idea di una forza militare araba congiunta.
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO- Il ritorno dell’idea di una forza araba congiunta non è un’invenzione dell’ultima ora né uno slogan mediatico costruito sull’emergenza. È, al contrario, il riemergere di una linea strategica che l’Egitto porta avanti da anni e che ha nel presidente Abdel Fattah al-Sisi il suo principale promotore politico. Già nel marzo 2015, al vertice arabo di Sharm el-Sheikh, fu infatti proprio Al-Sisi a proporre una struttura di difesa comune tra gli Stati arabi, e in quella sede i leader arabi approvarono in linea di principio la creazione di una forza militare araba unificata per fronteggiare minacce regionali e crisi di sicurezza.
Oggi, a distanza di undici anni, quel progetto torna con forza sulla scena regionale. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdel-Aty ha confermato che il Cairo sta lavorando, su direttiva del presidente Al-Sisi, per dare seguito agli accordi di sicurezza regionale e rilanciare concretamente il concetto di sicurezza nazionale araba congiunta. Abdel-Aty ha collegato in modo esplicito le iniziative attuali alle decisioni prese nei precedenti vertici arabi, citando proprio Sharm el-Sheikh 2015 come riferimento fondamentale.

Questo passaggio è essenziale, perché consente di leggere correttamente la postura egiziana: non si tratta di una svolta improvvisa, ma della riattivazione di una dottrina già formulata anni fa dal Cairo. Nel 2015 la regione era già attraversata dal caos, dall’espansione del terrorismo jihadista, dalle guerre civili e dal progressivo indebolimento dello Stato nazionale in diversi Paesi arabi. In quel contesto, Al-Sisi sostenne che la minaccia non potesse più essere affrontata in ordine sparso e che fosse necessario costruire un meccanismo militare comune capace di intervenire in difesa della sicurezza araba. Reuters riportò allora che il progetto della forza unificata era un’idea “lanciata dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi”.
Il problema, come spesso accade nel mondo arabo, non fu la dichiarazione politica ma la sua attuazione. Il principio fu approvato, ma la forza non venne mai realmente resa operativa. Le divergenze tra gli Stati membri, le priorità strategiche differenti, le diffidenze reciproche e i rapporti con attori regionali ed esterni ne hanno di fatto congelato l’esecuzione. Il progetto restò dunque in una sorta di limbo: formalmente esistente come idea condivisa, ma mai trasformato in uno strumento militare concreto.
Adesso però lo scenario è cambiato, e in peggio. La nuova escalation regionale, segnata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, dagli attacchi diretti e indiretti contro più Paesi della regione e dalla crescente vulnerabilità delle infrastrutture strategiche arabe, ha riportato in primo piano una domanda che il Cairo pone da tempo: chi protegge davvero la sicurezza araba? Su questo punto la posizione egiziana è netta. Abdel-Aty ha ribadito che la sicurezza dell’Egitto è “intrinsecamente legata” a quella araba e che i Paesi della regione devono avere la voce più influente nella definizione degli accordi di sicurezza, rifiutando che questi vengano imposti da attori esterni.
Dietro questa formula diplomatica c’è una visione molto precisa. L’Egitto sostiene da anni che la stabilità regionale non possa poggiare né sulle milizie, né sui proxy, né su architetture imposte da potenze straniere che intervengono secondo i propri interessi. Per questo Abdel-Aty ha richiamato principi che per il Cairo sono fondamentali: rispetto della sovranità degli Stati, non ingerenza negli affari interni, tutela dello Stato nazionale, rifiuto di qualsiasi formazione armata esterna alle istituzioni statali e adesione al principio di non proliferazione nucleare. È una piattaforma politica che, letta senza zucchero diplomatico, suona così: la sicurezza araba deve essere costruita dagli Stati arabi, non da milizie, non da reti parallele, non da tutori esterni con il dito sempre sul telecomando regionale.
In questo quadro si inserisce anche la formula giornalistica della “NATO araba”, che rende bene l’idea ma va usata con cautela. Non esiste al momento una NATO araba formalmente costituita, con trattati, comandi integrati e obblighi giuridici sul modello atlantico. Esiste però la volontà, rilanciata dal Cairo, di creare un sistema di difesa collettiva araba capace di intervenire in caso di aggressione contro uno Stato membro.

È su questo terreno che le dichiarazioni del generale Samir Farag hanno assunto particolare rilievo mediatico: secondo le anticipazioni diffuse, il comando della futura forza potrebbe spettare all’Egitto, con un ruolo di rilievo anche per l’Arabia Saudita, mentre la struttura verrebbe modulata in proporzione al peso militare dei Paesi partecipanti. In questa ipotesi, l’Egitto, che dispone del più grande esercito del mondo arabo, fornirebbe una parte centrale del contingente. Le affermazioni specifiche attribuite a Farag, però, vanno considerate come proiezioni o anticipazioni mediatiche, non come un assetto già approvato ufficialmente. La sostanza politica, invece, è chiara: il Cairo vuole che il nucleo della sicurezza araba passi da Egitto e Arabia Saudita, cioè dai due pilastri statali e militari più pesanti dell’ordine arabo sunnita.
Il dato politico più importante resta dunque questo: Al-Sisi non sta inventando adesso una nuova linea, sta riattivando una proposta che porta la sua firma dal 2015. Ed è proprio questa continuità a dare spessore alla mossa egiziana. Nel 2015 la proposta nasceva sullo sfondo delle minacce jihadiste, del collasso libico, della guerra in Yemen e della frammentazione dell’ordine regionale. Nel 2026 torna in un contesto ancora più duro, segnato dal confronto aperto con l’Iran, dalla vulnerabilità delle rotte energetiche, dall’instabilità del Golfo e dalla crisi di fiducia verso gli assetti di sicurezza tradizionali. In altre parole, l’idea è la stessa, ma il terreno su cui viene rilanciata è molto più incandescente.
Per il Cairo, il rilancio della forza araba congiunta serve anche a riaffermare il proprio ruolo di baricentro strategico del mondo arabo. L’Egitto non vuole essere un semplice osservatore della crisi regionale, né limitarsi a subirne gli effetti economici, energetici e militari. Vuole tornare a essere il Paese che detta la cornice, che propone il meccanismo, che organizza la risposta. Ecco perché la questione non va letta solo in chiave militare, ma anche in chiave di leadership politica. Rimettere in moto il progetto del 2015 significa anche dire che il Cairo intende tornare al centro del tavolo regionale non come comparsa, ma come architetto. Roba da geopolitica vera, non da teatro delle marionette.
Naturalmente resta da capire se questa volta il progetto potrà davvero tradursi in una struttura operativa. Gli ostacoli non mancano. Le differenze tra le agende arabe sono ancora profonde; alcuni Paesi temono di essere trascinati in conflitti non propri; altri mantengono relazioni ambigue o pragmatiche con attori rivali; altri ancora preferiscono ombrelli di sicurezza esterni. Ma proprio la gravità del momento potrebbe spingere più capitali arabe a considerare seriamente ciò che nel 2015 sembrava ancora troppo ambizioso. Perché quando il quartiere prende fuoco, anche i condomini più litigiosi scoprono che forse l’estintore comune non era una pessima idea.
Il rilancio della proposta egiziana rappresenta quindi molto più di un annuncio diplomatico. Segna il tentativo di trasformare la nozione di sicurezza nazionale araba da slogan retorico a meccanismo concreto. E soprattutto conferma una verità politica che va messa nero su bianco senza giri di parole: l’idea della forza araba congiunta porta la firma di Abdel Fattah al-Sisi sin dal 2015, e oggi l’Egitto prova a rimetterla in moto in una regione che, tra guerre, milizie, deterrenza e caos strategico, sembra avere finalmente capito quanto costi non averla mai davvero realizzata.
@RIPRODUZIONE RISERVATA.
