Roberto Roggero – Sono in molto a domandarselo: guerre sempre più tecnologiche, ma quanto costano? Oggi i droni sono sempre più protagonisti, con le relative controparti.
Un intercettore PAC-3 MSE, anima del sistema Patriot, vale circa 6 milioni di dollari; un sistema per intercettazione THAAD supera i 10 milioni di dollari; un drone iraniano Shahed-136, il più utilizzato, vale circa 50mila dollari; un missile balistico a corto raggio, ad esempio il tipo Zolfaghar, che costituisce la maggior parte dell’arsenale iraniano, vale più o meno 1 milione di dollari.
La difesa contro un drone che vale 50mila dollari, richiede un apparato che vale 4,5 milioni di dollari, ovvero un rapporto 130 a 1. Abbattere un missile da 700mila dollari, richiede un sistema PAC-3 che vale 5 milioni di dollari, e il rapporto è di 7 a 1.
La strategia della Repubblica Islamica, in sostanza, si basa sul fare spendere alle parti avverse (USA, Israele, alleati del Golfo) più soldi di quanti se ne possano permettere. Una sorta di logoramento dell’economia di guerra che alcuni possono confondere con il concetto di offensiva semplicemente militare, ma che in realtà è ben altro: asimmetria dei costi, logoramento operativo, precisione chirurgica. Una strategia che la Repubblica Islamica può affrontare anche sul lungo termine, che di certo si sta rivelando vincente.
Se si moltiplicano queste cifre per il numero di armamenti utilizzati la cifra è perfino difficile da immaginare, aggiungendo fra l’altro anche le necessarie attrezzature logistiche, di supporto, assistenza, manutenzione, e molto altro.
L’Iran attacca a ondate e non a colpo sinolo, in una dinamica che tecnicamente è definita “multidominio a saturazione”, un cocktail di missili da crociera, balistici e droni in sequenze sia simultanee che a breve distanza l’una dall’altra, da direzioni diverse, a quote diverse e su obiettivi diversi, anche contro bersagli non considerati decisivi, perché la strategia consiste nel portare a esaurimento il sistema nemico, ma prima del colpo decisivo.
Si comincia con una ondata di droni Shahed, che svegliano gli apparati radar avversari, e costringono a impegnare gli intercettori a corto raggio. Successivamente, una seconda ondata di missili da crociera, vettori più veloci più veloci che volano a bassa quota, e quindi difficili da tracciare, che vanno a saturare le batterie difensive Patriot. Una terza ondata è costituita dai missili balistici, che quando giungono in prossimità degli obiettivi, colgono gli apparati difensivi fuori fase, praticamente in tilt e scorte ridotte.
Il Qatar ha intercettato il 97% dei missili ma solo il 62% dei droni. Quella differenza non è un fallimento, ma effetto calcolato della saturazione. I droni non vengono lanciati per colpire con precisione, ma per logorare radar, operatori, software di gestione. Quando arriva il missile, le difese sono quindi indebolite.
Il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), punta di diamante, intercetta missili balistici in fase terminale, ad altissima quota, con un intercettore hit-to-kill che non usa esplosivi ma distrugge all’impatto. Ha un’alta percentuale di abbattimento contro missili balistici a medio e lungo raggio, ma contro i droni, più lenti e a bassa quota è praticamente inutile.
Il Patriot PAC-3 MSE è il sistema più versatile e più sotto pressione. È progettato per la fase terminale di traiettorie balistiche e per missili da crociera veloci. Il problema è la profondità del magazine: ogni batteria Patriot ha un numero limitato di intercettori pronti al lancio. Quando una singola batteria deve affrontare salve multiple in rapida successione, il reload, cioè la ricarica fisica dei lanciatori, richiede tempo, che in combattimento non sempre c’è.
Il NASAMS, National Advanced Surface-to-Air Missile System, qatariota lavora bene contro aerei e missili da crociera a media quota, ma ha limiti contro bersagli molto lenti a quota bassissima, esattamente la nicchia operativa dei droni Shahed. La sua efficacia contro sciami numerosi è ridotta dalla cadenza di fuoco e dalla gestione del tracciamento multibersaglio.
Il Cheongung-II sudcoreano, nuovo acquisto degli Emirati, è un sistema a medio raggio di alta qualità, con capacità anti-balistiche limitate ma buona versatilità contro missili da crociera. Negli Emirati risulta operativo; in Arabia Saudita è ancora in fase di integrazione nella rete C2, comando e controllo, nazionale. Ed è un nodo critico, perché un sistema d’arma non integrato nella rete di allerta precoce vale molto meno della metà del suo potenziale.
Qui è il nervo scoperto: i sistemi del Golfo non dialogano tra loro sotto un comando unificato. Ogni Paese gestisce la propria rete. L’intelligence e l’allerta precoce arrivano dagli Stati Uniti, dalla base di Al-Udeid in Qatar, dalle piattaforme radar e satellitari americane sul teatro. Senza quella spina dorsale americana, le difese nazionali del Golfo opererebbero quasi cieche. In Kuwait, la pressione dei tempi decisionali compressi ha già prodotto il peggior errore possibile: tre F-15E statunitensi abbattuti per fuoco amico. Un incidente che rivela quanto sia fragile la catena decisionale quando i minuti contano e i canali di comunicazione sono intasati.
Il “biondo” Donald ha detto che il conflitto potrebbe durare quattro o cinque settimane. È una finestra che preoccupa più degli attacchi stessi. Bloomberg ha scritto, e le smentite non bastano a cancellare il dato, che gli Emirati potrebbero esaurire le scorte di intercettori in una settimana, il Qatar in quattro giorni, al ritmo attuale. Anche se i numeri fossero gonfiati, il principio regge: i magazzini si svuotano più in fretta di quanto si riempiano. Le filiere produttive americane di Patriot e THAAD non sono costruite per rifornire in tempi di guerra un teatro così vorace.
L’Iran lo sa, e non ha bisogno di sfondare lo scudo. Deve solo continuare a premere, sistematicamente, finché le difese non accusano il colpo. È la logica della guerra d’attrito applicata all’era dei missili. E al momento, i conti tornano più dalla parte di Teheran che da quella del Golfo.
