Roberto Roggero – Il Medio Oriente non è solo la culla dell’oro nero del mondo, e proprio su questo si gioca la strategia dell’intelligence americana: il vero tesoro non è il petrolio, non è il gas naturale, ma l’acqua, elemento che determina la sicurezza nazionale come e più del petrolio stesso, in un territorio con precipitazioni scarse e dominato dal deserto. Questo non è un segreto, ma ciò che l’informazione mainstream non evidenzia abbastanza (e non a caso), è che già dagli anni ’80 del secolo passato, la Central Intelligence Agency sta focalizzando gran parte della strategia operativa sull’acqua. I giacimenti di gas e petrolio sono sterminati, quelli di acqua invece quasi inesistenti, con diversi Paesi che hanno stanziato enormi investimenti per creare sistemi all’avanguardia per la desalinizzazione dell’acqua di mare per garantirsi acqua potabile. Naturalmente, in caso di guerra, questi sistemi, che si trovano in punti di alto valore strategico, costituiscono obiettivi di primaria importanza e, ovviamente, è anche necessario preservarli.
Un esempio sono le nuove città del futuro in corso di allestimento nel deserto dell’Arabia Saudita, o anche grandi città già esistenti come Dubai e Riyadh, che essendo in espansione, necessitano di attrezzature per la disponibilità di acqua.
Per le parti attualmente in lotta, ovvero Stati Uniti, Israele e Iran, e anche per quanto riguarda i Paesi del Golfo coinvolti, la disponibilità di acqua è quindi un elemento fondamentale, in grado anche di determinare l’esito del conflitto, come e anche più del petrolio, considerando che nell’area del Golfo, sono concentrati oltre 100 milioni di persone, e molte delle principali città dipendono quasi esclusivamente dalla disponibilità di acqua.
Se gli impianti di desalinizzazione venissero messi fuori uso, Paesi come Qatar, Emirati Arabi, Kuwait subirebbero danni enormi. In particolare l’Arabia Saudita, dove gli impianti di Jubail (Jebel Ali), a ridosso del Golfo, servono la maggior parte della popolazione, attraverso una capillare rete di distribuzione che si estende per oltre 500 km.
Secondo le stime dell’intelligence americana, se gli impianti di desalinizzazione di Jubail venissero messi fuori uso, è pensabile addirittura una eventuale evacuazione della capitale in un tempo massimo di 10 giorni.
Il problema maggiore per difendere questi impianti è la loro stessa dislocazione: non sono come le basi di lancio semoventi per missili, ma impianti fissi, e la loro protezione e difesa è quindi una questione estremamente complicata, specialmente in caso di attacco di droni e missili.
Attaccare gli impianti di desalinizzazione significherebbe colpire direttamente il quotidiano di milioni di persone, mettendo governi e città di fronte a una crisi immediata.
Negli ultimi mesi alcuni episodi hanno già mostrato quanto il sistema sia vulnerabile, ad esempio quando è stata colpita una centrale elettrica negli Emirati, che alimenta un grande impianto di desalinizzazione, o come avvenuto in Kuwait, dove i detriti di un drone intercettato hanno provocato un incendio in una struttura simile.
Non a caso, il diritto internazionale considera tali infrastrutture come obiettivi protetti, ma il problema è reale, dal momento che il diritto internazionale è un concetto quanto mai aleatorio in caso di aggressione militare, e, come ha recentemente affermato un certo ministro degli Esteri italiano, “conta fino a un certo punto”…
