Roberto Roggero – Mentre i negoziati sono in stallo, dopo gli incontri in Oman e in Svizzera (comunque in territorio omanita visto che si sono svolti all’ambasciata del Sultanato). Il “biondo” Donald continua a ringhiare e a mostrate i muscoli, minacciando massicci attacchi se Teheran non accetterà le inaccettabili richieste americane.
Dato per certo che le iniziative statunitensi non hanno certo fini umanitari, e quindi tutt’altro scopo che alleviare la pressione degli Ayatollah sugli oltre 90 milioni di iraniani, quali sono i veri obiettivi?
Se al “biondo” presidente, non interessa esportare la democrazia, che ormai è una maschera vecchia e impossibile da svecchiare, è pensabile che il vero scopo sia quello di prendere i classici due piccioni con una fava, ovvero: ridurre all’obbedienza la Repubblica Islamica e conseguentemente colpire la Cina, che sul piano globale è l’unico Paese in grado di impensierire lo Zio Sam, perché ha dimostrato di essere in grado di reagire al ricatto dei dazi.
Pechino, tuttavia, non è autosufficiente dal punto di vista energetico, ed è questo lo spiraglio che gli USA stanno usando. La Cina ha bisogno del petrolio. Prima poteva importarlo dal Venezuela, ma il “biondo” Donald è riuscito, con mille pretesti, e alla fine con l’uso della forza, a chiudere quel rubinetto; lo acquista dalla Russia (e a prezzo scontato), ma non è sufficiente al fabbisogno nazionale, e lo acquista dall’Iran in grandi volumi. Certo Washington, non potendo attaccare la Russia, non ha altra scelta che rivolgersi all’Iran, sotto costante spinta dello stato nazi-sionista israeliano, pronto a dare supporto. Se alla Cina dovesse venire a mancare il petrolio iraniano, sarebbe un problema decisamente grave, che la costringerebbe a non poter più essere potenza mondiale, ma esclusivamente regionale. Per questo motivo, gli Stati Uniti stanno premendo anche dall’altro versante, ovvero Taiwan, elemento fondamentale per tenere a freno l’export cinese, oltre alle mille carezze a Sud Corea e Giappone. E’ un fattore importantissimo per il “biondo” Donald, specialmente se si considerano i provvedimenti emessi dalla Corte Suprema, che hanno letteralmente castrato le aspettative della Casa Bianca sui dazi, e il risultato delle elezioni di medio termine che, secondo aggiornati sondaggi, non promettono niente di buono.
Rimane però una incognita decisiva: la “Invencibile Armada” che gli USA hanno ammassato in Medio Oriente (e che storicamente fra l’altro ha precedenti non certo incoraggianti) può iniziare una guerra, ma non può definirne l’esito, soprattutto perché l’Iran è tutt’altra cosa del Venezuela, e nulla può assicurare Washington che, in caso riesca ad abbattere il governo degli Ayatollah, un Paese vasto e potente come la Repubblica Islamica permetta l’instaurarsi di una dirigenza filo-americana anzi, la possibilità più realistica è che al potere salga una amministrazione ancora più intransigente, magari dalle frange più rigide della Guardia della Rivoluzione Islamica.
Inoltre, bisogna considerare che se anche il “biondo” Doland portasse attacchi aeronavali mirati agli obiettivi sensibili, non potrà mai mettere piede entro i confini nazionali coma ha fatto a Caracas.
E poi c’è la Russia: la questione ucraina, ancora tutta da definire, non sarà chiusa né a breve termine, né con un accordo di pace sodisfacente, tanto meno lo potrà essere la questione iraniana. Se poi il “biondo, dopo quello che ha combinato in Venezuela e quello che sta combinando con Cuba,” dovesse dare inizio a un nuovo conflitto, di certo dovrebbe scordarsi la candidatura al Nobel per la Pace…
