Roberto Roggero – Nelle ultime 48 ore la crisi fra Stati Uniti e Iran ha cambiato passo. Non solo per come sono andati i negoziati indiretti a Ginevra, ma per tre segnali convergenti: la riunione ad alto livello alla Casa Bianca, l’accelerazione del dispositivo militare americano nella regione, e la dimostrazione di forza iraniana nello Stretto di Hormuz.
Il risultato è che l’ipotesi di un attacco a breve termine non è più solo teoria, ma una delle opzioni sulla scrivania del “biondo” Donald, che sta ancora mantenendo aperta la possibilità di un accordo, ma sotto chiara minaccia della forza.
A Washington si attende la bocca di accordo sul nucleare da parte di Teheran, nel frattempo sta continuando ad ammassare navi, aerei, sistemi di difesa e molto altro, ma a questo punto non si sa se per deterrenza o perché ha davvero intenzione di scatenare un disastro e usa l’attesa diplomatica per guadagnare tempo ed essere pronto a comunicare il via all’attacco.
Il punto di non ritorno quindi è pericolosamente vicino, e dipende da alcuni fattori: anzitutto la non comunanza della cosiddetta “linea rossa”, che per gli Stati Uniti verte su ambiziose richieste (prima fra tutte lo stop totale al programma nucleare iraniano e il disarmo dei missili balistici), mentre l’Iran afferma di avere pieno diritto a continuare il proprio programma e considera lo schieramento missilistico uno degli elementi sia di deterrenza che di risposta in caso di attacco. Se non vi è accordo su questo, è difficile che il negoziato possa produrre risultato positivi, e la diplomazia assume la funzione di “pretesto temporale”.
In secondo luogo, il fatto che gli USA continuano a utilizzare la massa di potenziale militare come ricatto sul piano diplomatico, il che aumenta il rischio di incidente, o comunque di escalation fuori controllo.
Terzo elemento: la dimostrazione di forza che la Repubblica Islamica sta mettendo in scena con le esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz, in cooperazione con Russia e Cina, che hanno un chiaro fine dal punto di vista politico, ovvero, che non è necessario sbarrare il tratto di mare dove transita oltre il 25% del petrolio e del commercio mondiale, ma ridurlo allo stato di tensione, che avrebbe come conseguenza un repentino aumento dei costi per tutto ciò che passa su quel tratto di mare. In poche parole, alzare a piacere il prezzo della crisi, puro continuando a esportare sotto massima protezione.
Quarto: non bisogna dimenticare il fattore Israele. IL governo nazi-sionista di Netanyahu ha obiettivi ancora più ambizioni del “biondo” Donald, oltre allo smantellamento del programma nucleare e dei missili iraniani, anche annientare la rete delle alleanze che TEneran ha nella regione mediorientale, dagli Houthi nello Yemen, alle milizie sciite in Iraq, a Hamas nella Stroscia di Gaza e a Hezbollah in Libano, mentre l’alleato americano ha già ottenuto la neutralità del presidente siriano Ahmad Al-Sharaa. Inoltre, l’allineamento strategico resta un moltiplicatore di pressione su Teheran e un acceleratore di opzioni militari.
L’opzione attacco, inoltre, ha poi diverse scelte strategiche, ma si concentra, in prima battuta, su incursioni chirurgiche su obiettivi di primo interesse come siti e laboratori di ricerca nucleare, palazzi di governo, e basi missilistiche. Anche in questo caso, però, non è una scelta facile, dal momento che, come dimostrato nel corso delle incursioni del giugno 2025, i laboratori dedicati al programma nucleare sono ultra protetti, sotto decine di metri di solida roccia, senza contare il fatto che una esplosione in presenza di uranio arricchito avrebbe conseguenze devastanti, e non a caso, nella guerra dei 12 giorni, i servizi segreti americani avevano fatto sapere una settimana prima date e obiettivi, per fare in modo che gli iraniani trasferissero le quantità di uranio a rischio dai centri di Fordow, Natanz e Isfahan, ed evitare così un disastro nucleare, prima di sganciare le cosiddette bombe B.B. (Bunker Buster). Oltretutto, l’Iran ha una struttura organizzata e ramificata per il programma nucleare, con laboratori sostitutivi e magazzini di stoccaggio, dove poter ripristinare le procedure in tempi brevi, e anche questi debitamente situati all’interno di montagne e protezioni non indifferenti.
Con l’attacco in prima ondata, ovviamente è poi compreso la cosiddetta “Command and Control Action”, cioè ridurre la capacità di risposta e ritorsione e creare i presupposti per il crollo del governo di Teheran, causando frammentazione nella catena di comando e collasso della sicurezza interna, ma comprende il reale rischio che l’Iran possa prendere di mira non solo le navi americane nel Mare Arabico, ma anche e soprattutto le basi americane nella regione mediorientale. Questo perché la strategia iraniana non è solo quella di un attacco di ritorsione diretto, ma la risposta asimmetrica che moltiplica i fronti di guerra, e fra questi ovviamente Israele occupa il primo posto. In tal modo, l’Iran otterrebbe anche la certa partecipazione del cosiddetto Asse della Resistenza, cioè dei cosiddetti “proxy”, dallo Yemen, alla Siria, Libano, Iraq e Gaza. Formazioni autonome che possono contare su un più che discreto arsenale di missili che potrebbe destabilizzare l’intera area.
In questo scenario, un posto importante occupa inoltre la struttura della cybersicurezza, la guerra elettronica, l’offensiva intelligente, nonché la presenza e la sicurezza degli Stati del Golfo
Un attacco americano-israeliano, e una risposta iraniana, non colpirebbero solo obiettivi esclusivamente militari, ma anche essenziali sistemi civili o industriali, come gli impianti per la distribuzione di elettricità o desalinizzazione e potabilizzazione, magari negli Emirati Arabi o in Qatar. Per questo gli stati del Golfo fanno pressione a che non si superi il punto di non ritorno, perché avrebbe conseguenze non certo piacevoli su diversi segmenti e meccanismi che, se interrotti, potrebbero non avere la necessaria forza per riprendersi e continuare a funzionare adeguatamente.
C’è quindi da sperare che l’ammassamento di potenziale militare sia solo a scopo di deterrenza, e che esista ancora una finestra diplomatica, che proprio per la situazione nel Mare Arabico e nello Stretto di Hormuz è quanto mai instabile, perché se la proposta iraniana fosse giudicata insoddisfacente (e c’è da aspettarselo), l’opzione militare si rafforza, mentre il “biondo” Donald manda Marco Rubio in giro per il mondo, a vendere la favola del “noi la buona volontà l’abbiamo messa, ci abbiamo provato, ma non ha funzionato”. Va da sé che la buona volontà sta anche nel ricevere una proposta che, se non soddisfacente, possa comunque essere discussa, l’importante è che tacciano le armi.
