Roberto Roggero – Sullo sfondo dei colloqui USA-Iran, naturalmente lo Stato nazi-sionista israeliano è parte direttamente coinvolta, con il premier criminale Banjamin Netanyahu deciso a imporre le proprie condizioni per un eventuale accordo. Condizioni che ovviamente ricalcano quelle messe sul tavolo dagli Stati Uniti. In sintesi, Israele vuole un Iran senza alcune capacità strutturali che possano impensierire Tel Aviv, un Iran inoffensivo, non in termini temporanei ma definitivamente. Pretesa che ovviamente Teheran si guarda bene non solo dall’accogliere, ma nemmeno da prendere in considerazione.
Una strategia basata su quattro condizioni principali, ognuna finalizzata a un particolare punto fermo.
In primo luogo, la ben nota questione nucleare che Israele ritiene destinata a scopi militari, cioè alla realizzazione di un arsenale atomico: non un semplice rallentamenti, ma stop definitivo e senza condizioni all’arricchimento dell’uranio, perché finché l’Iran avrà possibilità anche limitate di continuare con la propria ricerca, sarà sempre considerato in grado di arrivare a possedere un’arma atomica, quindi Netanyahu pretende la totale e definitiva rimozione di ogni più piccola traccia di uranio dal territorio della Repubblica Islamica, comprendendo anche i laboratori con le centrifughe, cuore del programma iraniano, che se mantenute potrebbero avviare una nuova ripresa della ricerca. Una condizione che rigetta la logica dei precedenti accordi, basati su pause e supervisione.
A seguire, rimozione totale e definitiva del potenziale missilistico, considerato un sistema non difensivo ma offensivo, perché senza dotazioni e attrezzature per il lancio di missili, anche la capacità nucleare diventa limitata, e quindi efficacemente contrastabile. Israele e gran parte del Golfo sono al di fuori di questo raggio d’azione e la limitazione della gittata trasforma una minaccia strategica in una minaccia localizzata, quindi identificabile.
L’ultima condizione va oltre le questioni nucleari. Il potenziale di Teheran non si basa solo sull’esercito, ma fa affidamento su diverse formazioni ed entità alleate in molti territori del Medio Oriente, da Hezbollah in LIbano, alle milizie in Siria e Iraq, agli Houthi dello Yemen, e alle fazioni armate palestinesi, che lo Stato nazi-sionista considera eserciti regionali schierati oltre i confini iraniani, ma al servizio di Teheran. Dal punto di vista di Israele, un accordo nucleare che lasci intatta questa rete, proteggerebbe l’aggressione in corso, che l’Iran sarebbe intenzionato a mascherare da diplomazia.
Una differenza fondamentale da ciò che invece sono le aspettative della diplomazia occidentale, che evidenzia la distanza dalla cosiddetta “dottrina della sicurezza e del diritto alla difesa” propagandato da Israele: l’una cerca di gestire il rischio, l’altra cerca di eliminarlo alla radice e senza mezze misure o compromessi.
