
L’Amazzonia è un territorio abitato, una riserva di acqua e biodiversità, uno spazio economico e una regione contesa da Stati, imprese, comunità locali e organizzazioni criminali. Comprende parti di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. La Guyana francese, territorio della Francia, appartiene alla Panamazzonia dal punto di vista ecologico, ma non fa parte dell’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica. Questa distinzione è importante giacché la foresta forma un sistema transfrontaliero, mentre la sua amministrazione dipende da governi e ordinamenti giuridici differenti.
I problemi ambientali dell’Amazzonia non si fermano alle frontiere nazionali. Un fiume contaminato può attraversare diversi Paesi; gli incendi producono conseguenze atmosferiche oltre il territorio nel quale hanno origine; il disboscamento modifica i cicli dell’acqua e può danneggiare regioni distanti dalla zona direttamente colpita. Anche le reti impegnate nell’estrazione illegale dell’oro, nel traffico di legname e nell’occupazione delle terre operano su più territori. Per questa ragione, nessuno Stato può proteggere da solo l’intero ecosistema amazzonico.
Per le popolazioni indigene, il territorio comprende fiumi, foreste, luoghi sacri, sistemi di conoscenza e forme collettive di sussistenza. Per un’impresa petrolifera, invece, la stessa area può essere un blocco di esplorazione; per il governo, una fonte di entrate fiscali; per il mercato internazionale, una riserva di materie prime, perciò, il conflitto nasce quando queste diverse concezioni si sovrappongono e alcune dispongono di maggiore potere politico, economico e giuridico rispetto alle altre.
Le principali cause della deforestazione amazzonica sono l’espansione dell’allevamento e dell’agricoltura, l’appropriazione illegale delle terre, gli incendi, l’estrazione mineraria e di idrocarburi, il taglio del legname e la costruzione di strade.
Di maniera specifica, per esempio, nel caso dell’estrazione di petrolio vengono realizzate prospezioni sismiche, aperte vie di accesso e costruiti accampamenti. La fase produttiva richiede pozzi, piattaforme, stazioni di pompaggio, oleodotti, gasdotti e terminali fluviali. Queste infrastrutture frammentano la foresta e consentono l’ingresso di nuovi attori. Una strada aperta per raggiungere un giacimento può essere successivamente utilizzata per occupare terre pubbliche, trasportare legname o creare insediamenti non pianificati.
Uno sversamento petrolifero può inquinare il suolo e i corsi d’acqua senza eliminare immediatamente la vegetazione. La foresta può apparire ancora integra mentre la popolazione non può più utilizzare l’acqua, pescare o coltivare in condizioni sicure. L’impatto ambientale comprende, pertanto, anche la perdita delle condizioni materiali che permettono alle comunità di vivere nel territorio.
La Colombia, il Brasile e il Perù mostrano tre modalità differenti di sfruttamento petrolifero nell’Amazzonia. In Colombia, l’area più significativa è il Putumayo. In questo dipartimento operano imprese nazionali e straniere. Gran Tierra Energy, compagnia costituita in Canada, dichiarava alla fine del 2025 interessi in diversi blocchi del bacino del Putumayo, tra i quali PUT-1, PUT-4, PUT-7 e PUT-10.
Il Putumayo non può però essere interpretato soltanto attraverso l’attività di una compagnia. Nello stesso territorio sono presenti popolazioni indigene, comunità contadine, coltivazioni illecite e gruppi armati. Esistono inoltre controversie sulla proprietà della terra e una presenza istituzionale diseguale. In un simile contesto, non è sempre possibile separare gli effetti dell’industria petrolifera da quelli prodotti dal conflitto armato, dalla criminalità e dalle economie illegali. Le infrastrutture possono favorire l’integrazione economica del territorio, ma possono anche facilitare nuove occupazioni della foresta e aumentare la pressione sulle comunità.
Il caso colombiano è particolarmente grave per la violenza contro i difensori della terra e dell’ambiente. Global Witness documentò 79 uccisioni nel 2023 e 48 nel 2024. I dati riguardano l’intero Paese e non soltanto l’Amazzonia; non dimostrano neppure che tutti gli omicidi siano collegati al settore petrolifero. Mostrano, però, che le persone impegnate nella difesa della terra operano in condizioni di rischio eccezionalmente elevate.
In Brasile, un caso concreto è la provincia petrolifera di Urucu, nel comune di Coari, nello Stato di Amazonas. Petrobras estrae petrolio e gas naturale nel bacino del Solimões. Il gas viene trasportato verso Manaus attraverso un sistema di condotte lungo centinaia di chilometri. Il progetto serve a rifornire centrali termoelettriche e centri urbani della regione.
Petrobras non è un’impresa straniera che opera senza l’autorizzazione del Brasile. È una società multinazionale controllata dallo Stato brasiliano. Questo caso obbliga a correggere una lettura troppo semplice, secondo la quale la pressione sull’Amazzonia proverrebbe esclusivamente dall’esterno. Gli stessi governi latinoamericani promuovono attività estrattive per ottenere entrate, garantire l’approvvigionamento energetico e sostenere la crescita economica.
Nel caso brasiliano, lo Stato occupa contemporaneamente diverse posizioni. È titolare delle risorse naturali, controlla l’impresa, riceve una parte dei benefici economici e deve vigilare sul rispetto delle norme ambientali. Questa sovrapposizione non prova che il controllo sia necessariamente inefficace, ma crea un possibile conflitto d’interessi. L’autorità pubblica deve controllare un’attività dalla quale dipendono anche entrate fiscali, investimenti e sicurezza energetica.
La violenza contro i difensori ambientali in Brasile non è legata soltanto al petrolio. Le cause comprendono l’occupazione delle terre, il disboscamento illegale, l’allevamento, l’estrazione mineraria e i conflitti agrari. Global Witness ha documentato almeno 413 difensori della terra e dell’ambiente uccisi o scomparsi in Brasile tra il 2012 e il 2024. Nel 2024 furono registrate almeno 12 uccisioni. Anche in questo caso si tratta di dati nazionali, che non possono essere attribuiti interamente all’Amazzonia.
In Perù, la regione di Loreto mostra con particolare chiarezza le conseguenze delle attività petrolifere prolungate. Il Lotto 1AB, oggi denominato Lotto 192, comprende aree dei bacini dei fiumi Pastaza, Corrientes e Tigre. Le operazioni iniziarono nel 1971. Nel corso dei decenni si sono succedute diverse imprese, tra cui Occidental Petroleum e Pluspetrol Norte.
L’Organismo di valutazione e controllo ambientale del Perù ha documentato pozzi, impianti e suoli contaminati collegati alle attività del Lotto 1AB/192. La Defensoría del Pueblo ha sostenuto che l’insufficiente bonifica continua a compromettere i diritti delle popolazioni locali, soprattutto indigene. Non si tratta, quindi, soltanto di una denuncia politica poiché esistono rilevazioni tecniche e procedimenti amministrativi riguardanti la contaminazione e il risanamento dell’area.
Nel 2025 il Punto di contatto nazionale dei Paesi Bassi per le Linee guida dell’OCSE esaminò una denuncia presentata contro Pluspetrol. L’organismo concluse che l’impresa non aveva garantito sufficiente trasparenza sulla propria struttura e non aveva adottato misure adeguate a prevenire alcuni effetti negativi. Rilevò inoltre che determinate tecniche di bonifica erano state insufficienti e, in alcuni casi, avevano prodotto ulteriore contaminazione.
Il caso peruviano evidenzia un problema giuridico preciso. Quando in uno stesso territorio operano successivamente diverse compagnie, diventa difficile stabilire quale soggetto debba rispondere per ciascun danno. L’impresa precedente può sostenere di avere rispettato gli obblighi vigenti durante la propria gestione; il nuovo operatore può rifiutare la responsabilità per una contaminazione preesistente; lo Stato può non disporre delle risorse necessarie per la bonifica, ma questo non significa che il danno rimanga nel territorio anche quando i contratti e gli operatori cambiano.
La situazione del Lotto 95, sempre nella regione di Loreto, presenta caratteristiche differenti. PetroTal, società quotata nelle borse di Toronto, Londra e New York, opera il campo petrolifero di Bretaña nel distretto di Puinahua. Nel 2022 proteste delle comunità determinarono l’interruzione delle attività. Il governo peruviano promosse allora un tavolo tecnico tra autorità, impresa e rappresentanti locali per discutere servizi pubblici, distribuzione dei benefici e continuità della produzione.
In Colombia, Brasile e Perù, le imprese operano attraverso concessioni, licenze o contratti approvati dagli Stati. Ciò significa che la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente alle multinazionali. I governi stabiliscono quali territori aprire all’esplorazione, approvano gli studi ambientali, riscuotono imposte e royalties e devono controllare le operazioni. Le imprese, tuttavia, dispongono spesso di risorse finanziarie, tecniche e giuridiche superiori a quelle delle comunità che subiscono gli effetti dei progetti. La relazione può essere formalmente legale e, nello stesso tempo, materialmente asimmetrica.
I difensori ambientali agiscono all’interno di questa asimmetria. Sono autorità indigene, dirigenti comunitari, agricoltori, giornalisti, avvocati o cittadini che proteggono la terra, denunciano la contaminazione e chiedono informazioni sulle concessioni. Essi non difendono un ambiente astratto ma proteggono acqua, abitazioni, attività produttive, culture e i diritti per tutti.
È di chiarire però che nel tutelare il bene come ci si presentano diverse forme di violenze che non sempre si limitano agli omicidi ma che però comprendono minacce, sorveglianza, campagne di delegittimazione, procedimenti penali, sfollamenti e attacchi contro le organizzazioni comunitarie. La criminalizzazione può avvenire quando una protesta ambientale viene trattata unicamente come problema di ordine pubblico, senza esaminare le cause territoriali del conflitto.
Nel 2025 Global Witness ha verificato almeno 124 uccisioni di difensori della terra e dell’ambiente nel mondo. Colombia e Brasile rappresentavano insieme circa il 52% dei casi documentati. Più di tre quarti delle vittime erano piccoli agricoltori, appartenenti a popoli indigeni o afrodiscendenti. L’organizzazione precisa che il numero reale potrebbe essere superiore, perché molti episodi non vengono denunciati o non possono essere verificati.
Questi dati non permettono di affermare che le compagnie petrolifere siano responsabili di tutti gli attacchi. Gli autori possono appartenere a gruppi armati, reti criminali, operatori minerari illegali, organizzazioni impegnate nell’appropriazione delle terre o altri interessi economici. L’eventuale responsabilità di un’impresa o di un’autorità deve essere dimostrata attraverso indagini specifiche. Il dato generale rivela però che la difesa del territorio è diventata un’attività ad alto rischio.
Sul piano giuridico esistono strumenti per proteggere le comunità. La Convenzione n. 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro disciplina la consultazione dei popoli indigeni; il sistema interamericano tutela la proprietà collettiva, la vita e l’integrità personale; l’Accordo di Escazú garantisce accesso alle informazioni, partecipazione pubblica, giustizia ambientale e protezione dei difensori. Tra i tre Paesi considerati, la Colombia ha ratificato l’Accordo di Escazú; Brasile e Perù lo hanno firmato, ma ancora non risultano averlo ratificato.
Il problema principale non è l’assenza completa di norme, perché ci sono invece la distanza tra il loro riconoscimento e la loro applicazione. Una consultazione realizzata quando il progetto è già stato deciso non garantisce una partecipazione effettiva. Una misura di protezione limitata alla scorta personale può risultare insufficiente se la minaccia nasce dal controllo illegale del territorio. Una sanzione amministrativa perde efficacia quando l’impresa può rinviare la bonifica per anni attraverso ricorsi e riorganizzazioni societarie.
La geopolitica ecologica dell’Amazzonia riguarda, in definitiva, la distribuzione del potere. Gli Stati ricevono entrate, le imprese ottengono profitti e i mercati internazionali acquistano energia e materie prime. Le comunità amazzoniche sopportano invece una parte rilevante dei rischi ambientali e sociali. Non sono necessariamente contrarie a ogni forma di sviluppo, ma chiedono di partecipare alle decisioni e di non essere costrette ad accettare danni stabiliti altrove.
La sovranità sulle risorse naturali non dovrebbe ridursi alla facoltà dello Stato di concederne lo sfruttamento. Dovrebbe comprendere la capacità di controllare le imprese, prevenire la contaminazione, garantire la consultazione, imporre la bonifica e proteggere chi denuncia le violazioni. Quando un Paese possiede formalmente le proprie risorse ma non riesce a governare le conseguenze della loro estrazione, la sua sovranità rimane incompleta.
Perciò, la tutela dei difensori ambientali costituisce quindi una prova concreta della qualità democratica degli Stati amazzonici. Se chi protegge un fiume, una foresta o un territorio indigeno viene minacciato, criminalizzato o ucciso, non è in gioco soltanto la conservazione della natura. È in gioco la possibilità stessa delle comunità di partecipare alle decisioni che determinano il loro futuro.
