A quasi quattro anni dall’Accordo di Pretoria, i combattimenti nel nord dell’Etiopia minacciano di trasformare una crisi irrisolta in un nuovo conflitto nazionale. Sette gruppi armati, compresi ex nemici, hanno formato un’alleanza contro il governo di Abiy Ahmed.
Chiara Cavalieri
ADDIS ABEBA- L’Etiopia torna a trovarsi davanti a uno dei momenti più delicati della propria storia recente. A quasi quattro anni dalla firma dell’Accordo di Pretoria, che nel novembre 2022 aveva posto fine alla guerra del Tigray, nuovi combattimenti hanno riacceso le tensioni nel nord del Paese e riportato sulla scena il rischio di una più ampia destabilizzazione.
La crisi non nasce dal nulla. È il risultato di una serie di questioni rimaste irrisolte dopo la guerra del 2020-2022: il controllo dei territori contesi, il ritorno degli sfollati, il disarmo delle forze tigrine, i rapporti tra il governo federale e le regioni e, più in generale, l’equilibrio tra le diverse componenti etniche e politiche dell’Etiopia.

A rendere la situazione ancora più complessa è la nascita, il 21 settembre, dell’Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival, un’alleanza composta da sette movimenti armati che hanno dichiarato di voler rimuovere il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed e avviare una fase di transizione politica.
Tra i suoi componenti figurano il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), il movimento armato amhara Fano e l’Oromo Liberation Army (OLA), oltre a gruppi provenienti dalle regioni Somali, Afar e Benishangul-Gumuz.
Il dato più significativo è proprio questo: alcuni degli attori oggi riuniti nella stessa alleanza hanno combattuto l’uno contro l’altro durante la precedente guerra.
LA NUOVA ALLEANZA DEGLI EX NEMICI
La nuova configurazione politica e militare rappresenta un cambiamento importante negli equilibri interni dell’Etiopia.
Il TPLF ha dominato la politica etiope per decenni prima dell’ascesa di Abiy Ahmed nel 2018. Fano, invece, ha combattuto al fianco delle forze federali durante la guerra del Tigray, opponendosi proprio al TPLF.
Dopo la fine del conflitto, però, i rapporti tra Fano e il governo centrale si sono deteriorati e dal 2023 la regione Amhara è stata interessata da un nuovo conflitto armato.
Anche l’OLA combatte da anni contro le forze federali nella regione Oromia.
Questi gruppi presentano obiettivi, basi territoriali e rivendicazioni differenti. Non costituiscono quindi necessariamente una struttura militare unificata nel senso tradizionale. Il punto di convergenza dichiarato è tuttavia molto preciso: la volontà di rimuovere il governo federale guidato da Abiy Ahmed e creare un’amministrazione di transizione.
È proprio questa convergenza tra forze precedentemente contrapposte a rendere la situazione particolarmente complessa.
IL TIGRAY E LA PACE DI PRETORIA
Per comprendere la crisi attuale occorre tornare al novembre 2022.
La guerra del Tigray era iniziata nel novembre 2020, quando il conflitto tra il governo federale e il TPLF si trasformò rapidamente in una guerra di vasta scala.
Il conflitto coinvolse anche forze regionali e truppe eritree e provocò una delle più gravi crisi umanitarie dell’Africa contemporanea.
Le stime sul numero complessivo delle vittime variano considerevolmente. Alcune ricerche accademiche hanno indicato centinaia di migliaia di morti, includendo vittime dirette dei combattimenti e morti provocate dalla fame e dal collasso dei servizi sanitari. Le stime più citate arrivano a diverse centinaia di migliaia di vittime.
Nel novembre 2022, il governo etiope e il TPLF firmarono a Pretoria, in Sudafrica, l’Agreement for Lasting Peace through a Permanent Cessation of Hostilities.
L’accordo prevedeva la cessazione permanente delle ostilità, il disarmo e la reintegrazione delle forze tigrine, il ripristino dei servizi essenziali, l’accesso umanitario e un processo politico per affrontare le questioni rimaste aperte.
La guerra su vasta scala terminò, ma la pace non riuscì a risolvere tutti i problemi che avevano generato il conflitto.
LE QUESTIONI CHE PRETORIA NON HA RISOLTO
Una delle questioni più delicate riguarda il Tigray occidentale, territorio conteso tra Tigray e Amhara.
Durante la guerra, le forze amhara avevano assunto il controllo di ampie porzioni dell’area. La leadership tigrina ha continuato a chiedere la restituzione dei territori e il ritorno degli sfollati, mentre le forze e gli ambienti politici amhara contestano le rivendicazioni territoriali del Tigray.
Un secondo problema riguarda il disarmo.
Il governo federale ha accusato il TPLF di non aver completato gli impegni previsti dall’accordo. Da parte tigrina, invece, sono state mosse accuse riguardo alla mancata soluzione della questione territoriale, alla presenza di forze esterne e al mancato ritorno degli sfollati.
Nel luglio 2026, la leadership del TPLF ha dichiarato che l’Accordo di Pretoria era ormai “effettivamente morto”, secondo quanto riportato da Al Jazeera.
La progressiva erosione dell’accordo ha quindi preparato il terreno alla nuova escalation.
SETTEMBRE 2026: LA CRISI ESPLODE NUOVAMENTE
Nel settembre 2026 la situazione è precipitata.
Dopo settimane di tensione, le forze legate al TPLF hanno lanciato operazioni militari in diverse aree del nord, mentre il governo federale ha mobilitato le proprie forze.
Gli scontri si sono estesi anche alle vicine regioni di Amhara e Afar, aumentando il rischio che la crisi del Tigray possa trasformarsi nuovamente in un conflitto con dimensione nazionale.
Secondo Associated Press, la nuova offensiva ha portato alla conquista da parte delle forze tigrine di posizioni strategiche e ha contribuito alla sospensione di alcuni collegamenti aerei regionali. Il governo federale ha invece dichiarato di aver respinto attacchi e catturato combattenti e armamenti.
Le versioni delle parti coinvolte restano quindi profondamente divergenti.
IL FATTORE ERITREA
Sullo sfondo della crisi etiope emerge nuovamente il rapporto con l’Eritrea.
Durante la guerra del Tigray, le forze eritree avevano combattuto al fianco dell’esercito etiope contro il TPLF.
Negli anni successivi, tuttavia, i rapporti tra Asmara e Addis Abeba sono progressivamente peggiorati.
Il governo etiope ha accusato l’Eritrea di sostenere finanziariamente e politicamente gruppi armati coinvolti nella nuova alleanza. L’Eritrea ha respinto tali accuse. Reuters ha riferito entrambe le posizioni, sottolineando che Asmara ha ripetutamente negato di sostenere i gruppi armati etiopi.
Il tema è particolarmente delicato perché l’Etiopia, Paese privo di sbocco sul mare dal 1993, ha manifestato negli ultimi anni l’interesse strategico a ottenere un accesso al Mar Rosso.
Questo elemento contribuisce ad alimentare le tensioni regionali.
L’ANALISI DI MOHAMED MAKhlOUF
In un’intervista esclusiva a RT, l’esperto egiziano di sicurezza nazionale Mohamed Makhlouf ha descritto l’attuale crisi come qualcosa di più complesso rispetto a una semplice ripresa del conflitto del Tigray.
Secondo Makhlouf, il punto centrale è il passaggio da una guerra prevalentemente concentrata nel nord a una situazione nella quale più movimenti armati, appartenenti a differenti aree del Paese, hanno individuato nel governo centrale un avversario comune.
«La crisi etiope non è più solo una ribellione interna in una regione remota», ha dichiarato Makhlouf a RT, sostenendo che la formazione dell’alleanza rappresenti una trasformazione sostanziale dello scenario politico e militare.
Nella sua lettura, la differenza rispetto al 2020 è proprio nella moltiplicazione dei fronti.
Il governo di Abiy Ahmed non deve infatti confrontarsi soltanto con il TPLF, ma con una costellazione di gruppi armati presenti in diverse aree dell’Etiopia.
Si tratta di una valutazione che deve essere letta come analisi dell’esperto e non come una descrizione condivisa da tutte le parti coinvolte.
UNA CRISI CHE VA OLTRE IL TIGRAY
La particolare pericolosità della situazione deriva dalla geografia.
L’Etiopia è il secondo Paese più popoloso dell’Africa e occupa una posizione strategica nel Corno d’Africa, a ridosso del Mar Rosso e del Golfo di Aden.
Un conflitto prolungato potrebbe avere conseguenze oltre i confini nazionali, soprattutto in un’area già attraversata dalle guerre in Sudan e dalle tensioni tra Etiopia, Eritrea e Somalia.
Il rischio più immediato riguarda naturalmente la popolazione civile.
Una nuova guerra su vasta scala potrebbe provocare nuovi sfollamenti, interrompere le forniture alimentari e sanitarie e aggravare una situazione umanitaria già fragile.
Le organizzazioni internazionali e gli Stati interessati alla stabilità della regione hanno quindi forti motivi per seguire con attenzione l’evoluzione della crisi.
IL RISCHIO DI UN EFFETTO DOMINO
La posizione geografica dell’Etiopia rende la crisi particolarmente sensibile anche dal punto di vista internazionale.
Il Paese confina con Sudan, Sud Sudan, Kenya, Somalia, Eritrea e Gibuti.
Una nuova guerra civile potrebbe quindi produrre conseguenze sui flussi migratori, sulla sicurezza delle frontiere e sui rapporti tra gli Stati del Corno d’Africa.
A questo si aggiunge il tema del Bab el-Mandeb, stretto strategico che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta uno dei passaggi fondamentali per il commercio marittimo internazionale.
L’instabilità simultanea sulle due sponde del Mar Rosso aumenterebbe i rischi per la sicurezza della navigazione e per le catene di approvvigionamento globali.
È proprio su questo punto che l’analisi di Makhlouf assume una dimensione internazionale: secondo l’esperto, attendere che la crisi raggiunga una fase irreversibile potrebbe rendere molto più difficile e costoso qualsiasi successivo tentativo di mediazione.
La risposta internazionale si è concentrata finora soprattutto sulla necessità di evitare una nuova escalation.
L’Unione Africana e gli Stati Uniti hanno sollecitato la de-escalation e il ritorno al dialogo. Anche altri attori internazionali hanno espresso preoccupazione per il deterioramento della situazione.
La difficoltà consiste nel fatto che la crisi non presenta più soltanto una contrapposizione tra due soggetti.
Il governo federale, il TPLF, Fano, l’OLA e gli altri movimenti hanno interessi differenti e, in alcuni casi, dispute territoriali reciproche.
La nuova alleanza potrebbe quindi rivelarsi più complessa da gestire rispetto a una tradizionale guerra tra due schieramenti.
UNA NUOVA GUERRA O UNA CRISI ANCORA REVERSIBILE?
La domanda fondamentale, oggi, è se l’Etiopia stia realmente tornando alla guerra civile del 2020-2022 oppure se esista ancora uno spazio politico sufficiente per impedire una nuova escalation.
Le condizioni sono certamente preoccupanti: i combattimenti sono ripresi, il Pretoria Agreement è fortemente compromesso e sette gruppi armati hanno dichiarato di voler rovesciare il governo.
Ma la struttura della nuova alleanza presenta anche elementi di fragilità.
I gruppi che ne fanno parte hanno storie, identità, obiettivi e rivendicazioni territoriali differenti. Il fatto stesso che TPLF e Fano, un tempo nemici sul campo di battaglia, oggi siano alleati contro Addis Abeba dimostra quanto rapidamente possano cambiare gli equilibri.
Non significa, tuttavia, che le loro divergenze siano scomparse.
Ed è proprio questa complessità a rendere difficile prevedere l’evoluzione della crisi.
IL CORNO D’AFRICA OSSERVA L’ETIOPIA
L’Etiopia rappresenta uno degli Stati centrali dell’Africa orientale.
Una sua destabilizzazione avrebbe ripercussioni sulla sicurezza regionale, sulle migrazioni, sulle relazioni con Eritrea e Somalia e sull’equilibrio del Mar Rosso.
La nuova crisi del Tigray dimostra soprattutto che la pace raggiunta a Pretoria nel 2022 non aveva cancellato le cause profonde del conflitto.
Le questioni territoriali, il ritorno degli sfollati, il disarmo, i rapporti tra centro e regioni e la distribuzione del potere sono rimaste in larga parte irrisolte.
Oggi quelle questioni sono tornate sul campo di battaglia.
L’Etiopia si trova così davanti a un bivio: una nuova spirale di violenza oppure un ritorno alla diplomazia capace di affrontare le questioni che la precedente pace non è riuscita a risolvere.
La posta in gioco non riguarda soltanto il Tigray.
Riguarda l’intero equilibrio del Corno d’Africa e, indirettamente, la sicurezza del Mar Rosso e delle principali rotte commerciali internazionali.
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