Dal viaggio di Sadat a Gerusalemme agli Accordi di Abramo: il libro di Ofir Winter racconta la battaglia religiosa, politica e ideologica che attraversa il mondo islamico sul rapporto con Israele
di Chiara Cavalieri
TEL AVIV- Esiste una dimensione del conflitto mediorientale che troppo spesso viene ignorata nelle analisi occidentali: la religione come strumento politico, come mezzo di legittimazione del potere e come terreno di scontro ideologico all’interno dello stesso mondo islamico. È precisamente su questo piano delicatissimo che si concentra il libro “Nel nome di Allah: la controversia islamica sulla pace con Israele”, pubblicato nel marzo 2024 dall’Institute for National Security Studies e scritto dal ricercatore israeliano Ofir Winter.

L’opera rappresenta uno dei più importanti studi contemporanei sul rapporto tra Islam politico, autorità religiosa e normalizzazione con Israele. Non è semplicemente un libro sugli Accordi di Abramo o sulla diplomazia regionale. È piuttosto una grande analisi della lotta interna al mondo arabo-islamico, del rapporto tra religione e Stato, delle interpretazioni concorrenti del Corano e della Sunna e della maniera in cui i regimi arabi abbiano utilizzato l’Islam per giustificare oppure contrastare la pace con Israele.
https://www.degruyterbrill.com/document/doi/10.1515/9783110730555/html
Winter costruisce il proprio studio attraverso migliaia di fonti: fatwa, sermoni del venerdì, articoli di giornale, discorsi ufficiali, interviste televisive, libri religiosi, poesie, slogan politici e materiali propagandistici provenienti soprattutto da Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti.

Il risultato è impressionante. Emerge infatti un Islam tutt’altro che monolitico, nel quale le stesse fonti religiose vengono utilizzate per sostenere tesi completamente opposte.
La conclusione centrale del libro è tanto semplice quanto rivoluzionaria: l’Islam non possiede una posizione unica e immutabile sulla pace con Israele. A parlare sono gli interpreti. Sono gli ulema, i governi, le istituzioni religiose ufficiali, i movimenti islamisti e i predicatori a utilizzare i testi sacri per costruire narrative funzionali ai propri interessi politici.
Secondo Winter, il vero potere appartiene all’interprete più che al testo.
Questa riflessione permette di comprendere come il conflitto israelo-palestinese non sia soltanto una questione geopolitica o territoriale, ma anche una battaglia interna al mondo islamico sul controllo dell’autorità religiosa e della narrativa ideologica.
Il grande trauma storico che apre questa stagione è naturalmente il viaggio del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme nel novembre del 1977. Per la prima volta un leader arabo rompeva apertamente il tabù del riconoscimento di Israele. Il successivo trattato di pace del 1979 provocò una spaccatura gigantesca nel mondo arabo e islamico.

Il governo egiziano comprese immediatamente che una scelta così storica non poteva essere sostenuta soltanto sul piano politico o militare. Occorreva costruire una legittimazione religiosa della pace. Fu così che il Mufti d’Egitto, Al-Azhar e gli ulema vicini allo Stato emisero fatwa favorevoli, sostenendo che l’Islam permettesse trattati con i nemici qualora essi servissero a proteggere la vita umana e gli interessi superiori della Umma.
Ma la risposta islamista fu durissima. Per i Fratelli Musulmani e per gran parte del mondo islamista radicale, Israele restava un’entità illegittima e la pace rappresentava un tradimento della Palestina e dell’Islam stesso.
Winter mostra così come da quel momento abbia avuto inizio una vera guerra delle interpretazioni islamiche che continua ancora oggi.
Uno dei capitoli più interessanti del libro riguarda il ruolo di Al-Azhar e delle istituzioni religiose egiziane. Secondo Winter, il potere politico egiziano ha progressivamente utilizzato gli apparati religiosi ufficiali per sostenere le proprie scelte strategiche, senza però riuscire a produrre una reale riconciliazione culturale con Israele.
Nasce così quella che viene definita la “pace fredda”: il trattato esisteva, la cooperazione strategica funzionava, ma sul piano culturale e popolare l’ostilità verso Israele rimaneva fortissima.
Winter recupera inoltre episodi storici quasi dimenticati, come le celebrazioni della Dichiarazione Balfour nel 1918 ad Alessandria e al Cairo, quando musulmani, copti ed ebrei manifestavano insieme in un clima completamente diverso da quello che caratterizzerà successivamente il conflitto arabo-israeliano.
Nel capitolo dedicato alla Giordania, il ricercatore analizza invece il tentativo della monarchia hashemita di costruire una narrativa religiosa fondata sulla comune discendenza abramitica di ebrei e musulmani. Re Hussein cercò di presentare la pace del 1994 come una scelta di stabilità regionale e continuità storica tra le religioni monoteiste. Anche in questo caso, tuttavia, gli islamisti reagirono accusando il regime di tradimento e subordinazione all’Occidente.
Con gli Accordi di Abramo del 2020 si apre invece una nuova fase storica. Gli Emirati Arabi Uniti cercano di presentarsi come promotori di un “Islam della tolleranza”, fondato sul dialogo interreligioso e sulla lotta all’estremismo islamista. Per Abu Dhabi, la normalizzazione con Israele non rappresenta soltanto una scelta geopolitica, ma anche una battaglia culturale contro l’Islam politico radicale.
INTERVISTA ESCLUSIVA A OFIR WINTER
Professor Winter, fino a che punto la guerra di Gaza rappresenta oggi il principale ostacolo politico e religioso a una normalizzazione ufficiale tra Arabia Saudita e Israele?
La guerra di Gaza rappresenta certamente uno dei principali ostacoli, ma non è l’unico elemento decisivo. Esiste anche una forte volontà saudita e araba di vedere almeno un orizzonte politico credibile per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Finché questo non esisterà, sarà molto difficile costruire una legittimazione religiosa e popolare della normalizzazione. Una volta create le condizioni politiche necessarie, sarà possibile anche mobilitare le giustificazioni religiose e affrontare l’opposizione islamista.
Lei ritiene che Mohammed bin Salman, pur essendo forse favorevole strategicamente a un accordo con Israele, non possa permettersi di formalizzarlo finché Gaza resta un teatro di guerra e la questione palestinese irrisolta?
Anche i leader non democratici hanno bisogno di legittimità pubblica. Questo vale anche per il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Finché l’opinione pubblica saudita e parte dell’establishment continueranno a considerare centrale la questione palestinese, sarà difficile compiere passi percepiti come contrari al sentimento popolare. La guerra di Gaza ha certamente reso tutto molto più complicato.
Nel suo libro lei mostra come i governi arabi abbiano sempre avuto bisogno di una legittimità religiosa interna per sostenere la pace con Israele. Quanto pesa oggi, nel caso saudita, il timore di tensioni interne e delle reazioni del mondo islamico?
L’Arabia Saudita non è uno Stato qualsiasi. È la custode dei luoghi santi dell’Islam e possiede un enorme peso simbolico e religioso nel mondo musulmano. Riyadh deve quindi gestire con estrema attenzione le opposizioni islamiste interne, ma anche la propria immagine internazionale. Qualunque apertura verso Israele deve essere costruita in modo da preservare il prestigio religioso e politico saudita.
Donald Trump ha chiesto l’adesione simultanea di diversi Paesi islamici agli Accordi di Abramo. Quanto è realistico aspettarsi che governi come Arabia Saudita, Qatar o Pakistan compiano oggi un passo simile mentre l’opinione pubblica araba è profondamente colpita dalle immagini provenienti da Gaza?
Credo che Donald Trump avrà grandi difficoltà ad ampliare gli Accordi di Abramo nelle condizioni attuali. Senza un reale orizzonte politico sulla questione palestinese sarà difficile convincere nuovi Paesi ad aderire pubblicamente. Inoltre, il marchio stesso degli “Accordi di Abramo” potrebbe non essere ideale per alcuni attori regionali. L’Arabia Saudita preferirebbe probabilmente costruire una propria narrativa religiosa e politica autonoma, coerente con il proprio ruolo e la propria leadership nel mondo islamico.
Lei ritiene che molti Stati arabi abbiano già sviluppato rapporti strategici e cooperazioni informali con Israele dietro le quinte, ma che la normalizzazione ufficiale resti bloccata soprattutto dal peso simbolico della questione palestinese?
Esistono certamente relazioni strategiche e cooperazioni di sicurezza dietro le quinte tra Israele e vari Paesi arabi. Tuttavia, una vera pace richiede il passaggio da una cultura del conflitto a una cultura della pace. La questione palestinese resta un ostacolo importante, ma non è l’unico. Esistono anche resistenze ideologiche profonde e, talvolta, gli stessi regimi arabi preferiscono mantenere relazioni fredde e discrete piuttosto che promuovere una reale riconciliazione tra le società.Sì. Ogni Paese costruisce la propria narrativa religiosa e storica in modo diverso. Gli Emirati hanno sviluppato una narrativa legata alla tolleranza e al pluralismo. La Giordania utilizza maggiormente la dimensione abramitica e hashemita. L’Egitto mantiene invece una narrativa storica particolare, più legata alla propria identità nazionale, faraonica e mosaica. Anche per questo motivo non esiste una sola formula di normalizzazione valida per tutti.
Donald Trump ha persino ipotizzato un possibile futuro coinvolgimento dell’Iran negli Accordi di Abramo. Lei vede questa prospettiva come semplice pressione diplomatica americana oppure come uno scenario possibile nel lungo periodo?
Non vedo alcuna possibilità concreta che l’Iran possa aderire agli Accordi di Abramo senza un cambiamento di regime a Teheran. L’opposizione all’esistenza stessa dello Stato di Israele resta uno dei principi fondanti della Repubblica Islamica. Anche gli attori dell’“Asse della Resistenza”, come Hamas e Hezbollah, non hanno modificato i loro obiettivi strategici fondamentali, nonostante eventuali tregue tattiche o cessate il fuoco temporanei.
© 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗘𝗿𝗶𝗱𝗮𝗻𝘂𝘀 – 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶

Da non confondere con il quasi omonimo OFER Winter, ex generale di brigata delle forze di difesa israeliane (IDF) dalle posizioni fortemente controverse e di cui Amnesty International ha chiesto l’incriminazione per crimini di guerra contro l’umanità.