Nel sottobosco digitale dominato dalla retorica incel e dai movimenti reazionari della cosiddetta manosphere, ciclicamente risuona un piagnisteo vittimista ben preciso: “Gli uomini sono i più discriminati perché la maggioranza dei morti sul lavoro sono maschi, mentre le femministe prendono tutta la visibilità”.
Questa tesi non è soltanto una fallacia logica (un plateale benaltrismo e depistaggio retorico), ma è l’ennesimo tentativo di trasformare le conseguenze del privilegio maschile e della segregazione occupazionale in una falsa persecuzione.
Esaminiamo punto per punto come i dati statistici, la struttura economica e la storia della salute mentale femminile sbugiardano questo piagnisteo patriarcale.
1. LA MAGGIORANZA DEI DECESSI MASCHILI È INDICE DI PRIVILEGIO E SEGREGAZIONE, NON DI DISCRIMINAZIONE
La narrazione secondo cui l’elevata mortalità maschile nei cantieri o nell’industria pesante provi una presunta “discriminazione a danno degli ometti” ribalta la realtà economica.
L’accesso ai settori produttivi ad alto coefficiente di capitale e reddito – come l’edilizia, la siderurgia o la logistica pesante – è stato storicamente un monopolio maschile, tenuto ben stretto attraverso una rigida segregazione occupazionale di genere. Le donne ne sono state sistematicamente escluse o relegate a settori a basso stipendio.
Ciò che la retorica incel finge di non capire è che la maggiore esposizione maschile a determinati infortuni di fabbrica è il sottoprodotto di un sistema organizzato da uomini per gli uomini, un sistema basato sulla logica del profitto e sul ricatto della prestazione. Invece di prendersela con la deregolamentazione aziendale o con i datori di lavoro che risparmiano sulla sicurezza, questi gruppi preferiscono incolpare le donne per il semplice fatto di esistere e lottare per l’autonomia.
2. LA STATISTICA RIMOSSA: I MORTI “IN ITINERE” E LA STRAGE SILENZIOSA NEGLI INCIDENTI DOMESTICI
La tesi dell’invisibilità delle donne nel conto della mortalità lavorativa crolla di fronte ai dati ufficiali INAIL e ISTAT.
* IL TRAGITTO DELLA DOPPIA GIORNATA (Dati INAIL): Se nell’infortunistica tradizionale in fabbrica la quota maschile è alta, negli infortuni mortali in itinere (ovvero sul tragitto casa-lavoro e lavoro-casa) le lavoratrici registrano percentuali drammaticamente superiori. Secondo i dossier INAIL, oltre il 38% dei decessi sul lavoro tra le donne avviene in itinere (contro circa il 23-24% degli uomini). Non è una fatalità: è l’incidenza mortale della conciliazione forzata tra lavoro retribuito e carico di cura familiare. La donna muore sulla strada perché corre per incastrare i turni aziendali con l’uscita da scuola dei figli, la spesa o la gestione degli anziani.
* L’INVASIONE SILENZIOSA NEGLI INCIDENTI DOMESTICI (Dati ISTAT): Il lavoro di cura e di riproduzione sociale non viene conteggiato nel PIL, non è retribuito e non gode delle garanzie di legge, eppure uccide. Secondo le indagini ISTAT sugli incidenti domestici, la popolazione femminile risulta enormemente più colpita. A parità di occupazione, il tasso di infortuni domestici per le donne lavoratrici è più che doppio rispetto agli uomini (12,5 su mille contro 5,4 su mille).
Il lavoro domestico – di cui i maschi usufruiscono quotidianamente a titolo del tutto gratuito – è un’attività usurante e ad alto rischio. Anziché pretendere che lo Stato remuneri o sgravi questo carico attraverso servizi pubblici di welfare, il maschio frustrato preferisce godersi la rendita di posizione domestica e lamentarsi sui social contro “il femminismo monopolizzatore”.
3. ANATOMIA DELL’INVALIDAZIONE: BETTY FRIEDAN E L’EPIDEMIA CLINICA DELLE CASALINGHE
Questo meccanismo di ricatto non è nuovo. Già nel 1963, la sociologa e saggista Betty Friedan, nel suo celebre studio La mistica della femminilità (The Feminine Mystique), analizzò la patologia strutturale generata dal mito della “felice casalinga di periferia”.
Friedan dimostrò che l’ideologia del dopoguerra americano vendeva la reclusione domestica e il servizio al marito lavoratore come il vertice della realizzazione femminile. Ma conducendo un’indagine approfondita tramite interviste e analisi di dati clinici e socio-psichiatrici, svelò la presenza di quello che definì “il problema senza nome”:
* DIPENDENZA DA PSICOFARMACI E TRANQUILLANTI: Tra gli anni ’50 e ’60 si registrò un’impennata senza precedenti nell’uso di sedativi (come il Miltown e successivamente il Valium) prescritto a donne della classe media, sane e prive di patologie pregresse.
* DISAGIO CLINICO E DEPRESSIONE: Le casalinghe segregate in casa non soffrivano di una “debolezza caratteriale”, ma manifestavano sintomi psicosomatici, ansia cronica, depressione e alcolismo causati dalla totale cancellazione dell’identità personale.
* L’ETERNA INVALIDAZIONE: L’architettura patriarcale trasformava migliaia di donne istruite in malate croniche dipendenti dai farmaci, obbligate per giunta a ringraziare il “povero marito” che lavorava fuori per garantire loro il benessere materiale.
La retorica degli incel e della manosphere che agita i morti sul lavoro come clava antifemminista è la versione aggiornata dello stesso ricatto smascherato da Betty Friedan.
Ieri si diceva alle donne che dovevano stare zitte e prendere gli ansiolitici perché i mariti soffrivano in ufficio o in cantiere; oggi si dice loro che non hanno diritto di denunciare la violenza di genere, il divario salariale o il carico di cura perché “gli ometti muoiono sulle impalcature”.
I cadaveri dei lavoratori non servono a questi soggetti per chiedere sicurezza o tutele nei cantieri: servono unicamente come scudo per nascondere la propria incapacità di vivere in un mondo in cui il privilegio maschile non è più un diritto di nascita.
