PECHINO – La geopolitica mondiale sta vivendo una fase di riassestamento accelerato. Mentre il conflitto tra l’asse statunitense-israeliano e l’Iran minaccia di far collassare la sicurezza energetica globale, emerge con chiarezza un nuovo fronte diplomatico che vede la Cina come perno e Spagna e Italia come interlocutori europei pronti a una “sveglia” pragmatica.
La posizione di Pechino è diventata il baricentro della crisi. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è stato categorico: la stabilità dello Stretto di Hormuz non è solo una questione regionale, ma un pilastro dell’ordine internazionale. Definendo la situazione attuale come una fase critica «tra la guerra e la pace», Wang Yi ha aperto una «finestra per la pace» basata su un presupposto fondamentale: il ritorno degli Stati Uniti e dell’Iran al tavolo delle trattative.
La critica cinese è stata esplicita:
«La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran non avrebbe mai dovuto avere luogo».
Per Pechino, la protezione della sovranità iraniana e la garanzia della libera navigazione sono precondizioni essenziali per evitare il caos energetico mondiale.
La Svolta Mediterranea: Spagna e Italia

Mentre il centro Europa appare spesso bloccato in logiche atlantiste rigide, la Spagna di Pedro Sanchez e l’Italia di Antonio Tajani stanno mostrando segni di un nuovo realismo politico.
La frequenza senza precedenti delle visite di Sanchez in Cina (quattro in quattro anni) indica una chiara volontà di Madrid di smarcarsi da un unico blocco di influenza. La ricerca spagnola di una cooperazione tecnologica profonda e di investimenti cinesi non è solo economica, ma riflette la necessità di «non concentrarsi esclusivamente sugli Stati Uniti» in un contesto internazionale incerto.
Il vicepremier Tajani ha riconosciuto a Pechino il ruolo fondamentale della Cina nelle piattaforme multilaterali come le Nazioni Unite. L’affermazione che Cina e Italia siano «antiche civiltà che hanno a cuore la pace» non è solo retorica: è il riconoscimento che il dialogo con Pechino è l’unico modo per gestire le “questioni scottanti” che il sistema occidentale, da solo, non riesce più a risolvere.
L’analisi più cruda arriva però dalle dichiarazioni di Stefano Patuanelli, che ha fotografato la realtà del vantaggio competitivo:
«Soltanto nella collaborazione con la Cina ci può essere un vantaggio, forse più per l’Europa che per la Cina».
Il messaggio è chiaro: l’Europa deve abbandonare il protezionismo ideologico. Se la Cina può fungere da «ammortizzatore» globale contro il caos generato dai conflitti, l’Europa ha tutto l’interesse a sfruttare questa stabilità per lo sviluppo di nuove tecnologie e per garantire la propria sicurezza industriale.
Il quadro che emerge dagli incontri di metà aprile 2026 è quello di un mondo multipolare in formazione. Da una parte, un conflitto che rischia di chiudere lo Stretto di Hormuz e incendiare il Medio Oriente; dall’altra, un asse che va da Pechino al Mediterraneo, che cerca una «soluzione politica, razionale e pratica». La partita non è più solo diplomatica, ma di sopravvivenza economica e sovranità tecnologica.
