La questione della cessione di territori ucraini alla Russia non dovrebbe essere posta come una scelta spettante agli osservatori esterni, ma come una decisione che compete al governo e al popolo ucraino. L’articolo esamina il ruolo degli Stati terzi nel conflitto, distinguendo tra sostegno alla difesa dell’Ucraina e coinvolgimento diretto nella guerra. L’analisi affronta inoltre le principali dinamiche geopolitiche, finanziarie, energetiche e tecnologiche che alimentano il confronto tra Occidente e Oriente, soffermandosi sugli interessi strategici europei e sulla militarizzazione del continente. Ne emerge una riflessione sulla necessità di favorire una soluzione negoziale e una pace possibile e ragionevole.
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Deve l’Ucraina rinunciare a parte dei propri territori per porre termine al conflitto con la Russia? Solo il governo di Kyiv e il popolo ucraino possono dare la risposta.
A noi, che siamo osservatori, il quesito non compete. Pronunciarlo e voler a tutti i costi trovarvi un riscontro, invocando il diritto internazionale e ipotizzando che la stessa condizione possa prima o poi riguardare il nostro Paese o l’Occidente europeo – e che pertanto non si possa ignorarlo – provoca suggestioni non necessarie e invade il campo della sovranità di altri.
Il diritto internazionale, al pari di qualsiasi altra forma di diritto, giova a due scopi precisi: sapere che cosa fare e non fare per essere corretti nel rapporto con gli altri e adottare le azioni previste dall’ordinamento giuridico nel caso in cui si debba far fronte a un torto subito.
L’articolo 11 della nostra Costituzione ci indica che aggredire uno Stato terzo è atto illegittimo, mentre l’articolo 52, integrando il diritto universale di autodifesa, richiama il cittadino italiano, nel caso in cui l’aggressione riguardi direttamente la nostra Nazione, al sacro dovere di difendere la Patria. Se l’Italia fosse attaccata militarmente e se parte del territorio nazionale fosse occupato, all’immediata reazione difensiva degli apparati di sicurezza e militari dello Stato seguirebbero con molta probabilità provvedimenti quali la mobilitazione generale e l’adozione di norme straordinarie limitative delle libertà individuali.
Rispetto alla guerra russo-ucraina, a noi, Stati terzi, spetta invece il compito di denunciare gli atti di aggressione e di violenza ai danni del popolo ucraino e quello di sostenere il Paese aggredito con azioni di soccorso a favore della popolazione. Lo spazio d’intervento è quello delle relazioni internazionali, quindi in via diplomatica e per mezzo degli organismi di rappresentanza collettiva.
In tale quadro di doveri e di possibilità, operare per favorire la capacità di difesa militare di Kyiv ha valore nella misura in cui quest’ultima, se mantenuta credibile ma non compromissoria degli equilibri a più largo spettro, concorra a minimizzare i danni alla popolazione e a preservare la capacità del governo ucraino di far fronte ai bisogni urgenti e gravi della Nazione.
Non è pavidità d’animo o atto di viltà decidere di non schierarsi militarmente a fianco dell’Ucraina in una posizione che rasenti, finanche, la cobelligeranza; il tutto, peraltro, allo scopo di provocare la sconfitta della Russia. In realtà è molto più semplice: è una scelta che non ci compete!
A noi spetta il dovere, piuttosto, di evitare l’escalation politico-militare a tutela dell’integrità anche dei nostri Stati e dei nostri cittadini. In questo, e in misura certamente non facile da individuare, vi sono le ragioni ma anche i limiti per concorrere a mantenere la capacità difensiva dell’Ucraina fino a che una delle parti in conflitto, o entrambe, decidano di porre termine alla guerra. Per esperienza derivante da numerose situazioni precedenti, la guerra cesserà solo quando non sarà più conveniente per uno dei due belligeranti continuare a combatterla.

Appare provocatorio e forse strumentale ribadire nell’ambito del dibattito pubblico e politico di casa nostra il quesito sulla cessione dei territori del Donbass e della Crimea alla Russia, come se riconoscere quell’eventualità corrispondesse a scegliere una posizione favorevole all’aggressore. Parimenti non può essere considerata plausibile la proposizione duale, cioè comportarsi come se l’unica alternativa per accreditare le giuste ragioni di Kyiv fosse la guerra a oltranza, costi quel che costi. Poiché di questo si tratterebbe.
Parlare di giustizia anziché di convenienza è per noi, infatti, una discussione teorica e di puro principio, mentre per l’Ucraina si tratta di una questione pratica ed esistenziale. Solo chi governa la Nazione aggredita ha il diritto-dovere di decidere se prediligere il perseguimento di un principio di giustizia, fosse anche al costo di esporre il Paese a ulteriori gravi sacrifici, o accettare una soluzione di compromesso che, in un possibile scenario di accordo, dia una prospettiva di futuro a chi quel futuro possa averlo. Eviterei, dunque, di evocare una pace giusta, che credo non esista né mai sia esistita; parlerei, invece, di pace possibile e ragionevole.
A noi compete favorire una soluzione negoziale che renda possibile quella pace, aiutare la popolazione ucraina per minimizzare gli effetti dell’aggressione e rammentare a chiunque che un attacco alla nostra Nazione innescherebbe, senza se e senza ma, una reazione difensiva.
Non spetta a noi la definizione delle condizioni per una possibile pace ragionevole.
Riguardo poi alla possibilità che l’aggressione russa riguardi uno degli Stati membri della NATO, il contenuto dell’articolo 5 del Trattato è più che noto. D’altronde, l’intera architettura politico-militare dell’Alleanza Nordatlantica è costruita intorno al principio della difesa collettiva. Lo sanno i Paesi membri, lo sa la Russia, lo sanno tutti. Ciononostante, va rammentato che i meccanismi decisionali della NATO escludono l’automatismo dell’obbligo a partecipare, riconoscendo agli alleati l’esercizio ultimo delle rispettive sovranità nazionali.
Perché allora esasperare la discussione su un tema così particolare? Perché ricercare la risposta a un quesito che non ci compete? Viene da credere che lo si faccia non per amore di verità o per solidarietà nei confronti dello Stato aggredito, quanto piuttosto per altre ragioni.
Quali potrebbero essere queste ragioni?

Affermazione dell’Occidente sull’Oriente. Si tratta di una tematica che ricorre sin dall’origine della ripartizione del pianeta negli emisferi est e ovest. Occorre andare molto indietro, ai tempi della Grecia classica, in particolare alla Lega di Delo del 450 a.C., che poneva Atene al centro di un sistema di Stati contrapposto all’impero persiano. Da quella coalizione nacque il concetto di Occidente antagonista dell’Oriente. Si trattava già allora di una struttura non solo militare, ma soprattutto politica, economica e finanziaria aggregata intorno a chi, in base a rapporti di cultura, di forza e di potenza, era in grado di capitanare l’alleanza occidentale. All’epoca era, come detto, Atene, mentre oggi, a venticinque secoli di distanza e con l’immutabile ripetersi della storia, è Washington.
Prima della capitale americana era Londra a esercitare il ruolo di egemone globale, e la capitale britannica, dopo aver gestito a lungo un impero talassocratico di magnitudo planetaria, si è vista costretta a cedere il testimone della supremazia globale agli Stati Uniti. A ciò ha provveduto il ciclo dei conflitti del “secolo breve”, depotenziando gli imperialismi prussiano e austroungarico con la Grande Guerra, sconfiggendo il nazifascismo con la Seconda Guerra Mondiale e neutralizzando il comunismo sovietico con la Guerra Fredda. Tuttavia, nonostante la perdita del primato, il Regno Unito ancora oggi avoca a sé il ruolo di rappresentante dell’Occidente europeo nella dichiarata avversione all’Est. La fascia da capitano della squadra dei “volenterosi” se l’è presa, con la consueta assertività anglosassone, proprio Londra. Vi sono, d’altronde, precise logiche d’interesse, poiché è evidente che un’apertura europea a Est isolerebbe in primis proprio la Gran Bretagna. Il confronto con l’Est continentale, di cui Mosca rappresenta storicamente l’entità aggregatrice contrapposta, va, perciò e di tanto in tanto, ravvivato.
È accaduto più volte: dapprima vi era la Russia imperiale di Ivan “il Terribile” – poi quelle di Pietro “il Grande” e di Caterina – a seguire vi furono i cicli dello zarismo, del bolscevismo, dell’Unione Sovietica e oggi della Russia autocratica di Putin. Prima dell’impero russo vi erano state i Sarmati, poi i Parti, i Cimbri, gli Avari, i Mongoli e così via. Queste le più notorie versioni prodotte dalla storia della minaccia, simbolica e in parte reale, proveniente da Est ai danni dell’Occidente europeo.
Più recentemente, con l’affermazione della NATO (la Lega di Delo della contemporaneità), la Russia, secondo la narrazione dell’Occidente, parrebbe voler estendere le sue velleità imperialiste all’ampissima area formata da: linee marittime transatlantiche, Baltici, Carpazi, Caucaso, Artico, Mar Nero, Mar Mediterraneo, retrovie continentali del ponente europeo (la cosiddetta area euroatlantica). La minaccia, come detto, va tenuta viva se non si vuole retrocedere dalle proprie prerogative di posizione e di potenza. Vale per la Russia, ma vale anche per l’occidente atlantico.
Così è – ce lo insegna la geopolitica – ed è perciò evidente che la ripartizione del pianeta tra est e ovest sia, ancora un’altra volta, insuperabile. A lungo dovremo gestire gli effetti provocati dall’ennesimo mutamento della (stessa) storia.
Regolazione dei flussi finanziari ed energetici. Il fenomeno è implicito nelle logiche di coalizione. La già menzionata Lega di Delo dell’antichità classica impose, con il decreto di Callia, l’adozione del sistema di pesi e misure vigente ad Atene. Il provvedimento definì la supremazia della capitale attica tra gli alleati e accrebbe in modo indissolubile il rapporto di subordinazione e di dipendenza dalla potente città-stato divenuta baricentro della democrazia occidentale. Chiunque, volendo commerciare a ovest e dall’ovest, doveva avvalersi del monopolio monetario incentrato sulla dracma ateniese. Mutatis mutandis, a distanza di circa duemila anni, il dollaro statunitense assolve oggi la stessa funzione. L’irrigidimento dell’Occidente a fronte dell’insorgenza economica orientale, con il boicottaggio delle vie di commercio transasiatiche e dei rifornimenti energetici provenienti dalla Russia, gioca a favore dell’Atene contemporanea, e lo fa non solo a discapito dell’avversario geopolitico, ma anche, a danno, quale effetto collaterale, degli alleati più deboli.
Sviluppo tecnologico e interessi industriali. Sono il vero leitmotiv dello scontro bellico nel cuore del continente europeo. L’Ucraina è divenuta campo di sperimentazione e di sviluppo delle tecnologie alle quali già da anni si faceva cenno. Intelligenza artificiale, veicoli non pilotati e comunicazioni satellitari strategiche sono solo alcune delle frontiere tecnologiche che trovano nel conflitto tra Russia e Ucraina la necessaria applicazione. Necessaria per superare la fase prototipica, per rendere concreta e attuale la catena produttiva e per trasformare il modello sperimentale in flusso di materiali, di equipaggiamenti e di forniture da commerciare su larga scala con vasti profitti.
Il timore di non riuscire a dominare i nuovi fenomeni fa sì che nessuno accetti il rischio di rimanere indietro. È una rincorsa che emula quella d’inizio del secolo scorso, quando nuovi sistemi d’arma, di trasporto e di proiezione di potenza apparvero all’orizzonte. Le conseguenze di quel futuristico divenire sono ben note: il processo divenne inarrestabile, la guerra funse da catalizzatore del cambiamento, l’impulso fu epocale nell’apportare incentivo alla modernizzazione, ma gli effetti in termini di vite umane perdute e di distruzione materiale e morale dell’Europa furono spaventosi. La guerra e gli strumenti a essa destinati non dovrebbero mai essere considerati veicolo di modernità e di sviluppo. È un’apologia immorale i cui mezzi e i cui oneri devono sempre essere considerati inaccettabili.
Militarizzazione dell’Europa occidentale e superamento di una tendenza progressista indebolente. Per ultimo vi è l’aspetto sociale. Da tempo si rafforza il convincimento, tra le pieghe di una sempre più acclamata ideologia reazionaria, che le società occidentali, edulcorate dall’ammorbidimento pacifista degli ultimi ottant’anni, siano condannate a soccombere nel confronto con aggregati sociali che manifestano nei loro caratteri elementi superiori di forza naturale. Un vigore, secondo il parere di alcuni, temprato dal disagio e dalla disciplina, non corrotto dal benessere, non confuso da equivoci di genere, di appartenenza e di razza. È in atto un vero fenomeno di inversione sociale che, richiamando il valore dell’identità, contrapposto a quello dell’integrazione, vorrebbe archiviare i progressi di quasi un secolo di storia. Il pericolo fisico, la minaccia del nemico, il timore per la diversità sono alcuni degli aspetti che trovano nella suggestione amplificata dai conflitti bellici un facile humus persuasivo. Il tutto è accresciuto dalla manipolazione della comunicazione sociale e dalla disinformazione che lo stato di crisi accredita quale strumento di difesa e di contropropaganda. Occorre quindi temprarsi, ritornare alla palestra morale dell’appartenenza, riappropriarsi dell’identità compromessa, preservare i propri costumi, allontanare la diversità.
Si ipotizza, allora, che le scelte negoziali di Kyiv sul destino dell’Ucraina possano concorrere a definire parte del nostro interesse. Ma potrebbe anche essere che, al contrario, sia il nostro interesse a voler condizionare quelle scelte.
In entrambi i casi, forse più nel secondo, si tratta di una brutta faccenda. Evitiamo, dunque, di continuare a porci domande impertinenti.
*Antonio Bettelli è Generale della Riserva dell’Esercito Italiano. In oltre quarant’anni di servizio attivo ha militato nel Corpo degli Alpini, nell’Aviazione e nelle unità aeromobili dell’Esercito. Ha operato all’estero in varie missioni internazionali: in Iraq, partecipando all’operazione “Antica Babilonia”; in Libano, comandando il Sector West della “Missione UNIFIL”; in Afghanistan, come Vice Capo di Stato Maggiore al quartier generale dell’operazione “Resolute Support”. Ha ricoperto gli incarichi di Addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Beirut in Libano, di rappresentante dell’Esercito allo US Army Aviation Center di Fort Rucker, di Ufficiale pianificatore allo US Central Command di Tampa negli Stati Uniti e di Deputy Chief of Staff al Joint Force Command della NATO di Brunssum in Olanda.
