Nel panorama delle relazioni internazionali, la recente Assemblea Generale delle Nazioni Unite e i concomitanti incontri diplomatici a New York hanno segnato un passaggio di radicale asprezza nello scontro tra l’asse occidentale e la Repubblica Islamica dell’Iran. Al centro della riflessione geopolitica si colloca la duplice offensiva diplomatica condotta dal Presidente iraniano Masoud Pezeshkian: sul piano multilaterale globale all’ONU e sul piano dei rapporti bilaterali con i vertici comunitari europei, sintetizzati dal duro faccia a faccia con il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa.
L’Europa e la crisi di autonomia: l’accusa di subalternità a Washington
Il confronto tra Teheran e Bruxelles evidenzia una frattura strutturale nella percezione del multilateralismo. Durante l’incontro con António Costa, il Presidente iraniano ha denunciato senza mezzi termini l’inerzia e l’allineamento acritico dei partner europei rispetto alle direttive di Washington. Secondo la prospettiva iraniana, l’Europa ha progressivamente smarrito il proprio baricentro strategico, auto-escludendosi da qualsiasi ruolo di mediazione efficace.
La gestione delle clausole di salvaguardia dello snapback e lo svuotamento sistematico del JCPOA (l’accordo sul nucleare) vengono letti non come errori contingenti, ma come il sintomo di una sudditanza geopolitica. La formula adoperata da Teheran — secondo cui “da alcuni Paesi si è vista inazione, ma non neutralità” — fotografa con esattezza il giudizio iraniano: un’Unione Europea formalmente dedita alla diplomazia ma di fatto subalterna alle sanzioni e alle politiche di massima pressione della Casa Bianca.
L’intervento integrale all’ONU e la sfida al blocco occidentale
Se il dialogo con i vertici europei ha toccato i nodi dell’architettura diplomatica occidentale, è stato tuttavia l’intervento all’Assemblea Generale dell’ONU a rappresentare il vero punto di svolta mediatico e strategico. Di fronte alla platea internazionale, Masoud Pezeshkian ha pronunciato un discorso di forte impatto, rispondendo direttamente alle pressioni e alle minacce di Washington e respingendo al mittente le accuse:
«Il presidente degli Stati Uniti ci ha descritto come terroristi, ma noi siamo stati vittime del terrorismo. Coloro che sono terroristi e che addestrano e proteggono i terroristi descrivono noi in questo modo. Ci siamo solo difesi. Non siamo terroristi. I nostri innocenti sono stati bersaglio di attacchi vigliacchi e aggressioni imposte al nostro Paese, e ci siamo difesi con la massima forza. Sì, ci hanno colpito, ma non abbiamo piegato la testa.
Non può essere che tutti traggano beneficio dallo Stretto di Hormuz mentre a noi viene negato l’accesso alla navigazione attraverso questa via d’acqua. Il dispiegamento permanente di flotte ostili e l’espansione della guerra non porteranno alla pace. Bisogna che sia chiaro a Mr. Trump e a coloro che cercano di bullizzarci che siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, senza però accettare il linguaggio della forza».
Considerazioni geopolitiche sulla dottrina della deterrenza
La linea espressa da Masoud Pezeshkian delinea una dottrina di resistenza strutturata su due livelli. Da un lato, Teheran cerca di sfruttare i margini di autonomia diplomatica offerti dai Paesi del Sud Globale e le crepe economiche occidentali per logorare il regime sanzionatorio; dall’altro, intende dimostrare ai partner internazionali — e alla stessa Europa — che la pressione militare e il ricatto economico non otterranno il collasso della Repubblica Islamica, ma genereranno un irrigidimento speculare.
In questo scenario, il rifiuto iraniano di cedere alle richieste unilaterali di Stati Uniti e alleati europei trasforma i fori internazionali, come l’Assemblea Generale dell’ONU, in arene di scontro ideologico e strategico, dove la ricerca della pace resta ostaggio di un braccio di ferro geopolitico senza esclusione di colpi.
