Ombre romane e doppie morali: il caso MEK e il “Premio Coraggio” a Fenix
Fa specie, ma non sorprende più di tanto, constatare come la memoria geopolitica occidentale sia spesso a intermittenza. A Roma, dal 16 al 20 settembre, va in scena Fenix, la festa di Gioventù Nazionale — l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. Nel programma della manifestazione, precisamente nel pomeriggio di venerdì 18 settembre durante l’incontro intitolato “Giovani in rivolta – Storie dal confine”, è prevista la consegna del “Premio Coraggio” a Sarvnaz Chitsaz, presidente della commissione donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), braccio politico ed estero dei Mujahedin-e Khalq (MEK), noti in Iran anche con il dispregiativo di Monafeghin (gli ipocriti). All’evento siederà anche il senatore Marco Scurria, vicecapogruppo di FdI a Palazzo Madama.
Un riconoscimento che solleva interrogativi pesanti e impone un’analisi rigorosa sulla natura di questa organizzazione e sulle pericolose amnesie della politica italiana.
Una storia di sangue e attentati: chi sono i Mujahedin del Popolo
Per comprendere la gravità di un simile endorsement istituzionale, basta riavvolgere il nastro della storia recente. Il MEK nasce negli anni Sessanta come organizzazione armata di stampo marxista-islamico, opponendosi prima allo Scià di Persia e successivamente alla Repubblica Islamica nata dalla rivoluzione del 1979. Tuttavia, il percorso del gruppo si è macchiato di una scia di sangue impressionante: secondo le stime storiche e le denunce iraniane, le vittime delle azioni terroristiche attribuite al MEK ammontano a oltre 17.000 persone, tra cui alti funzionari, civili e cittadini comuni.
Non si tratta di una ricostruzione di parte, ma di dati registrati nero su bianco dai governi di tutto il mondo. Per decenni, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito hanno inserito ufficialmente il MEK nelle proprie liste delle organizzazioni terroristiche.
- L’Unione Europea lo ha mantenuto nel mirino fino al 2009.
- Il Regno Unito lo ha rimosso solo nel 2008.
- Gli Stati Uniti lo hanno custodito nella lista delle Foreign Terrorist Organizations fino al 2012.
Quando Washington decise di cancellarlo nel 2012, il Dipartimento di Stato precisò esplicitamente che la mossa non cancellava affatto il passato terroristico del gruppo, ricordando in particolare l’uccisione di cittadini americani in Iran negli anni Settanta.
A ciò si aggiunge il controverso capitolo del rifugio in Iraq: durante la guerra tra Iran e Iraq, i Mujahedin del Popolo si schierarono apertamente al fianco di Saddam Hussein, combattendo contro il proprio paese d’origine. Su questo periodo, i rapporti di organizzazioni indipendenti come Human Rights Watch hanno documentato per anni gravi abusi interni, pratiche settarie e violazioni dei diritti umani commesse contro gli stessi membri dissidenti del gruppo.
Lobby transnazionali e legami scomodi: da Roma a Madrid
Il salotto romano di Fenix non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce all’interno di una strategia di lobbying ben oliata che da tempo cerca di accreditare il MEK in Europa come presunta forza democratica e progressista. Un’operazione di maquillage politico smentita dai fatti e dalle inchieste di osservatori indipendenti, i quali evidenziano come la galassia legata al MEK spenda ingenti risorse per tessere reti di contatti con vari settori della destra e del conservatorismo europeo.
In questo quadro si inseriscono a pieno titolo anche i legami emersi con Vox, il partito della destra radicale spagnola. Non è un mistero che il network politico e diplomatico attorno al CNRI/MEK cerchi sponde nei movimenti sovranisti e atlantisti europei, sfruttando la comune ostilità verso Teheran per ripulire la propria immagine internazionale e ottenere una legittimità di cui la storia, i fatti e i dossier di sicurezza internazionale dovrebbero privarli categoricamente.
La memoria selettiva della politica
Premiare la rappresentante di un’organizzazione con un passato di terrorismo conclamato, di alleanze con la dittatura saddamita e di gravi abusi interni, offrendo una tribuna istituzionale all’interno di una festa di partito, è un atto che va ben oltre la semplice gaffe diplomatica.
Dimostra una preoccupante miopia politica e un doppiopesismo inaccettabile: si brandisce giustamente la lotta al terrorismo quando fa comodo alla narrazione geopolitica del giorno, salvo poi spalancare le porte di casa a chi ha insanguinato il Medio Oriente, pur di strizzare l’occhio a spregiudicate lobby internazionali. La verità storica merita rispetto e coerenza, valori che a Roma, tra gli stand di Fenix, sembrano essere stati clamorosamente dimenticati.
