
Nel 2026 l’America Latina occupa una posizione contraddittoria perché possiede biodiversità, riserve energetiche, capacità agricola e minerali indispensabili alla transizione tecnologica, ma continua a presentarsi politicamente frammentata. La regione è strategica per l’economia mondiale senza essere riuscita, finora, a trasformare questa ricchezza in un’autonomia politica condivisa. I suoi Stati negoziano separatamente con gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea, spesso secondo necessità immediate e senza condizioni regionali comuni.
La nuova geopolitica latinoamericana non si costruisce più soltanto intorno alle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. Queste differenze rimangono rilevanti, ma oggi si sovrappongono ad altre questioni tali come sicurezza, criminalità organizzata, migrazioni, energia, minerali critici, infrastrutture portuali, controllo delle tecnologie e accesso ai mercati. D’altra parte, le risorse economiche come litio, rame, petrolio, gas, tungsteno, terre rare, acqua e biodiversità sono diventati strumenti di potere e oggetti della competizione internazionale.
In questo quadro, gli Stati Uniti cercano di riaffermare la propria influenza nell’emisfero e di assicurarsi un accesso stabile alle risorse strategiche latinoamericane. Ciò avviene attraverso accordi internazionali, investimenti, concessioni, cooperazione tecnologica e rapporti commerciali. Non è giuridicamente preciso sostenere che Washington si appropri direttamente di tutte queste risorse, poiché esse appartengono agli Stati nei cui territori si trovano, però, è necessario domandarsi: chi stabilisce le condizioni del loro sfruttamento? Chi dispone della tecnologia necessaria per trasformarle? E soprattutto, chi riceve la parte maggiore dei benefici?
Una relazione formalmente consensuale può rimanere profondamente asimmetrica. Se un Paese latinoamericano esporta materie prime e importa prodotti industriali o tecnologici ad alto valore aggiunto, conserva la titolarità giuridica delle proprie risorse, bensì occupa una posizione subordinata nella catena produttiva. Quindi, il problema non riguarda soltanto l’estrazione, invece riguarda il controllo del finanziamento, della trasformazione industriale, del trasporto, dei brevetti e dei mercati.
L’interesse statunitense per i minerali critici può riprodurre una logica estrattiva già conosciuta nella storia della regione. Gli accordi sottoscritti l’8 settembre 2026 tra Colombia e Stati Uniti sull’energia nucleare civile e sui minerali strategici si inseriscono, infatti, nella politica statunitense volta a rafforzare le proprie catene di approvvigionamento e ridurre la dipendenza dalla Cina.
Anche i dazi mostrano l’asimmetria dei rapporti. Gli Stati Uniti mantengono misure tariffarie su determinati prodotti latinoamericani, mentre cercano nella stessa regione risorse necessarie alla propria sicurezza economica. Per esempio, dal 24 luglio 2026 fino oggi risulta ancora applicato un dazio del 12,5% su alcune esportazioni colombiane, tra cui i fiori. Washington protegge il proprio mercato e, contemporaneamente, promuove accordi per accedere alle risorse strategiche regionali. È una condotta comprensibile secondo la logica dell’interesse nazionale statunitense però dove si trova, in questa relazione, una strategia comune latinoamericana?
La responsabilità non appartiene esclusivamente alle potenze esterne tenendo conto che le élite politiche ed economiche latinoamericane hanno spesso accettato modelli fondati sull’esportazione di materie prime, senza investire adeguatamente nella trasformazione industriale, nella ricerca e nella tecnologia. Sarebbe troppo semplice attribuire ogni dipendenza agli Stati Uniti o alla Cina. Una potenza può esercitare pressione, ma sono anche le istituzioni nazionali a negoziare le concessioni, approvare i contratti e stabilire le condizioni ambientali e fiscali.
Quale sovranità può esercitare uno Stato che possiede formalmente le proprie risorse, ma non dispone degli strumenti tecnologici e finanziari per governarle? E quale sviluppo può dirsi autentico se produce ricchezza per pochi, danni ambientali per le comunità e dipendenza economica per il Paese?
La politica statunitense verso l’America Latina assume anche una dimensione sempre più securitaria giacché il contrasto al narcotraffico, il controllo delle migrazioni, la cooperazione militare e il contenimento della presenza cinese vengono progressivamente integrati in una stessa strategia. L’estensione della categoria di organizzazione terroristica straniera a gruppi criminali latinoamericani mostra come problemi tradizionalmente affrontati attraverso il diritto penale vengano ricondotti al linguaggio della guerra e della sicurezza nazionale.
In America Latina la criminalità organizzata costituisce una minaccia reale perché gli Stati hanno il dovere di proteggere la popolazione e perseguire le organizzazioni responsabili di omicidi, sequestri, estorsioni e traffici illeciti. Tuttavia, qualificare un gruppo come terroristico non autorizza automaticamente un intervento armato. Una classificazione adottata dall’ordinamento statunitense non trasforma, da sola, la criminalità organizzata in un conflitto armato secondo il diritto internazionale. L’impiego della forza nel territorio di un altro Stato deve rispettarne la sovranità e possedere un fondamento giuridico valido.
Qui emerge il problema dell’applicazione selettiva del diritto internazionale. Sovranità e non intervento vengono difesi quando proteggono un alleato, ma relativizzati quando ostacolano interessi strategici. I diritti umani vengono talvolta invocati contro un avversario e messi in secondo piano quando le violazioni sono attribuite a un partner politico o commerciale.
L’America Latina dispone comunque di importanti strumenti di tutela come la Commissione e la Corte interamericane che hanno sviluppato criteri in materia di sparizioni forzate, libertà di espressione, violenza contro le donne, diritti dei popoli indigeni e responsabilità statale. La Carta democratica interamericana riconosce il diritto dei popoli alla democrazia e richiama elezioni libere, pluralismo politico, separazione dei poteri e indipendenza delle istituzioni.
Il problema non è dunque soltanto la mancanza di norme, ma la distanza tra il loro riconoscimento e la loro effettiva applicazione. Le elezioni, da sole, non garantiscono una democrazia sostanziale giacché sono necessari libertà di stampa, opposizione effettiva, indipendenza giudiziaria e limiti al potere esecutivo. Senza sicurezza, molti cittadini non possono esercitare i propri diritti; senza garanzie, però, la sicurezza può trasformarsi in arbitrio.
Quindi, l’America Latina deve decidere se continuare a negoziare separatamente le proprie risorse oppure costruire condizioni regionali comuni. Ciò non richiede l’isolamento dagli Stati Uniti, dalla Cina o dall’Europa. Richiede accordi più equilibrati, trasparenza contrattuale, trasformazione industriale locale, tutela ambientale e partecipazione delle comunità.
La vera autonomia non consiste nel sostituire una potenza dominante con un’altra. Consiste nella capacità di governare le proprie risorse, applicare gli stessi principi giuridici agli alleati e agli avversari e orientare la ricchezza regionale verso il benessere delle proprie popolazioni. Una regione indispensabile agli interessi degli altri, ma incapace di agire con una voce propria, rimane ricca di risorse e povera di potere.
