Il risentimento identitario e la crisi della modernità riflessiva: anatomia sociologica del fondamentalismo contemporaneo
L’analisi dei fenomeni politici e sociali del nostro tempo impone spesso di abbandonare le categorie tradizionali della scienza politica per interrogare direttamente i mutamenti antropologici profondi che attraversano le nostre società. Tra questi, la cristallizzazione di subculture reazionarie e dogmatiche — che i recenti dibattiti pubblici e sociologici tendono a rubricare sotto etichette descrittive immediate — richiede un rigoroso inquadramento teorico. Non ci troviamo di fronte a una semplice recrudescenza della destra nazional-populista o a una variante marginale del conservatorismo politico, bensì a un sintomo acuto della crisi della modernità riflessiva.
Quando le grandi narrazioni collettive e le istituzioni di mediazione sociale — dalla famiglia allargata alla stabilità occupazionale — si dissolvono sotto i colpi della globalizzazione economica e dell’iper-individualismo, ampi strati della popolazione sperimentano uno sradicamento esistenziale radicale. È in questo vuoto strutturale che il dogma si sostituisce al pensiero critico, fungendo da protesi identitaria per chi subisce la complessità del presente come una minaccia costante.
1. Il ressentiment e la fuga dalla complessità
La prima chiave di lettura sociologica risiede nella categoria nietzschiana del ressentiment, ampiamente declinata nella sociologia fenomenologica da Max Scheler. Il risentimento non è un disaccordo d’opinione, ma una pulsione profonda che nasce dall’impotenza materiale e simbolica.
L’individuo inserito in questo circuito reazionario vive in un mondo accelerato, meritocratico e tecnocratico che lo relega a una condizione di subalternità cognitiva. Poiché la complessità sociale richiede strumenti ermeneutici e culturali spesso inaccessibili o svalutati dai processi di precarizzazione, la reazione difensiva consiste nel rifiuto della complessità stessa. Il dogma offre una compensazione immediata:
- Restituisce dignità a chi si sente marginalizzato, trasformando l’inadeguatezza in superiorità morale.
- Sostituisce la fatica del dubbio con la certezza fideistica di appartenere a una comunità eletta.
- Legittima l’ostilità verso il sapere critico, trasformando l’antintellettualismo da limite socioculturale a tratto identitario distintivo.
2. Il desiderio mimetico e la tentazione autoritaria
Il fenomeno in esame svela un paradosso teorico profondo, che richiama da vicino la dinamica del desiderio mimetico teorizzata da René Girard. Il fanatismo autoctono non si oppone radicalmente ai fondamentalismi extra-occidentali, ma ne invidia segretamente l’efficacia repressiva.
La fascinazione per i modelli teocratici e illiberali nasce dal rifiuto del pluralismo democratico, vissuto non come uno spazio di libertà, ma come un caos disordinato che obbliga il soggetto alla negoziazione continua e al confronto con l’alterità. La tentazione autoritaria si configura dunque come il desiderio di una “purificazione” violenta dello spazio pubblico: l’aspirazione a un ordine monolitico in cui ogni ambiguità venga dissolta per decreto.
3. La “società retrotopica” e la difesa della siepe
Come ha efficacemente argomentato Zygmunt Bauman descrivendo le dinamiche della “società retrotopica”, l’utopia contemporanea ha smesso di proiettarsi nel futuro per ripiegare nostalgicamente su un passato mitologico.
La difesa delle radici culturali e religiose non risponde a un’autentica tensione spirituale o storico-critica, ma assume la funzione di una barriera difensiva. Le radici non servono a generare frutti o a nutrire il presente, ma a formare una siepe invalicabile che delimita uno spazio angusto e rassicurante. La cultura e la storia vengono frammentate, epurate di ogni complessità e ridotte a icone statiche di un’età dell’oro mai realmente esistita, utilizzate esclusivamente per escludere l’altro e marcare confini identitari rigidi.
In definitiva, la deriva dogmatica che osserviamo non è il ritorno alla tradizione, ma l’uso cinico e difensivo di una tradizione ridotta a simulacro. Il vittimismo strategico — la retorica per cui “non si può più dire niente” — capovolge i rapporti di forza reali, trasformando chi esercita pulsioni censorie in un martire della libertà.
Comprendere queste dinamiche non significa soltanto registrare un arretramento culturale, ma misurare la distanza che separa le nostre democrazie dalla capacità di offrire risposte inclusive alla vulnerabilità sociale. Se la politica abdica al compito di ridurre le disuguaglianze materiali e simboliche, il vuoto viene inevitabilmente occupato dalla dogmatica del risentimento, dove l’obiettivo non è più affermare la propria visione del mondo, ma assicurarsi che l’altro perda la propria.
