Il dibattito pubblico italiano è attraversato da una confusione violenta, alimentata strumentalmente da gruppi neofascisti e appartenenti alla cosiddetta manosfera (MRA). La polemica divampata in occasione della recente vittoria di Michele Mari al Premio Strega ne è la dimostrazione plastica. Il successo di Mari, figura che polarizza il dibattito, si inserisce in un clima di aggressione verso Michela Murgia, colpita — anche dopo la sua scomparsa — nella sua fisicità e nella memoria della sua sofferenza da parte di un milieu intellettuale e reazionario che confonde la critica con l’aggressione personale. Gli esponenti della manosfera, forti di una presunta “patente di nobiltà” derivante dal proprio genere, hanno difeso il diritto al body shaming, riducendo il confronto a un’aggressione verbale abominevole: è il gesto di chi, non potendo confrontarsi con l’idea, si accanisce sul corpo, arrivando a “uccidere un morto”.
In questo orizzonte, figure come quella di Michele Mari — al quale viene riconosciuta una cifra letteraria che tuttavia, a una lettura materialista, appare chiusa in un autoreferenzialismo accademico e distaccato — sembrano confermare la provincialità del nostro “culturame”. Mari rappresenta l’intellettuale che gioca con le forme senza mai scardinare la struttura del potere, un “trombone” letterario i cui esiti estetici, pur celebrati, sembrano lontani dalla necessità di un impegno che misuri le proprie forze con la realtà sociale. La Murgia, in questo contesto, emerge come un personaggio tipicamente italiano: un ibrido che sarebbe stato impensabile in contesti anglosassoni, dove figure analoghe avrebbero avuto percorsi indirizzati in modo diverso. L’Italia, intrisa di un cattolicesimo che sopravvive come fede laica — con i suoi martirii e le sue santificazioni — ha prodotto in lei un caso sociologico complesso.
LA MAESTRIA SOVRASTRUTTURALE E L’INCOMPIUTEZZA MATERIALISTA
È doveroso riconoscere a Michela Murgia una maestria non comune come polemista. Era dotata di una capacità rara nel decodificare gli abusi di potere simbolico, verbale e culturale. Sull’analisi delle sovrastrutture, la Murgia è stata brillantissima: sapeva leggere le dinamiche di dominio, gli abusi di potere che si annidano nel linguaggio e nelle rappresentazioni. In quanto materialista, riconosco alla sovrastruttura una sua autonomia e dignità; tuttavia, la Murgia si fermava spesso lì. Mentre era eccellente nel denunciare l’abuso culturale, restava meno preparata su altre forme di abuso di potere, quelle strutturali e materiali che definiscono il cuore del biocapitalismo.
IL MARTIRIO COME TESTIMONIANZA E IL LIMITE DELLA MILITANZA
La parabola della Murgia ha ricalcato fedelmente l’iter della martire cattolica: la sofferenza fisica vissuta come testimonianza, la persecuzione pubblica, l’apoteosi. Se per una sensibilità cattolica questo lavoro di testimonianza esistenziale è coerente, per una femminista materialista la priorità deve essere un’altra. Per noi, la militanza non si esaurisce nella lotta esistenziale; essa si basa sull’analisi rigorosa delle condizioni materiali. Difendere pratiche come il sex work o l’utero in affitto in nome di una “libera scelta” significa ignorare l’estrattivismo biologico. Il caso dell’Ucraina è, in tal senso, paradigmatico: la trasformazione del corpo femminile in merce capillare — sia attraverso l’utero in affitto che la prostituzione — ha raggiunto livelli di criminalità internazionale senza precedenti. La guerra ha agito come un tragico moltiplicatore, esacerbando le dinamiche di traffico umano e rendendo le donne ucraine prede facili di un’economia del corpo dove la legalizzazione si è rivelata, nei fatti, la copertura istituzionalizzata per una forma brutale di criminalità organizzata che si nutre delle macerie belliche.
La sottoscritta ribadisce che il femminismo deve tornare a essere una scienza del reale. La Murgia è stata un’anomalia necessaria per scardinare alcune dinamiche simboliche, ma la sua eredità è offuscata dalla natura ibrida del suo percorso, che ha reso il suo femminismo filosoficamente fragile. Non abbiamo bisogno di martiri laiche che ripropongono, seppur con stile brillante, la sottomissione al dogma o alla confusione neoliberista; abbiamo bisogno di una militanza che sappia rifiutare ogni forma di estrattivismo, respingendo le scorciatoie di un sistema — che premi figure come Mari per premiare la forma a discapito della sostanza — che continua a mercificare l’esistenza. La sfida non è nel martirio, ma nella costruzione di un pensiero che sappia abbattere le catene strutturali, non limitandosi a descriverne la brillantezza sovrastrutturale.
