Il 17 giugno si è tenuto un importante e articolato incontro online dal titolo «Illustrazione dei modelli di partecipazione e protagonismo delle donne nel nuovo ordine mondiale: l’esperienza iraniana e quella italiana». Organizzato in sinergia dalla Direzione Generale per gli Affari delle Donne e della Famiglia all’Estero dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche e dall’Ufficio Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia, il webinar ha inteso proporre una sessione approfondita di confronto e dialoghi online mirata a mettere a specchio le dinamiche, i quadri normativi e l’effettiva azione sociale, politica ed economica femminile all’interno dei due contesti nazionali.
L’evento si è inserito in una densa cornice geopolitica che intende legare la valorizzazione del protagonismo femminile ai profondi mutamenti storici in atto, in primis la transizione verso un assetto multipolare globale. Il dibattito, svoltosi in un clima di ascolto reciproco e rigoroso scambio accademico, ha visto l’avvicendarsi di una fitta serie di interventi da parte di autorevoli relatori e relatrici del mondo delle istituzioni, del diritto e delle scienze sociali di Teheran e di Roma.
Il resoconto e la disamina degli interventi accademici e istituzionali
L’avvio dei contributi della delegazione iraniana è stata affidata al Dott. Abolfazl Eqbali, membro del corpo accademico del Dipartimento di Studi sulle Donne e la Famiglia dell’Università al-Zahra, il quale ha relazionato sul tema «La capacità d’azione (agency) delle donne nella società, con particolare attenzione all’attivismo della donna musulmana iraniana». Nel suo intervento, Eqbali ha contestato in radice la percezione eurocentrica e occidentale della condizione femminile nella Repubblica Islamica, affermando testualmente che «l’immagine che l’Occidente ha della donna musulmana iraniana è un’immagine distorta e capovolta, costruita dai media dei paesi colonialisti». Secondo l’accademico, la tesi interpretativa secondo cui l’ordinamento islamico relegherebbe le cittadine a uno status subalterno è smentita da «innumerevoli prove del fatto che l’Iran islamico sia all’avanguardia nell’ambito del rispetto per le donne e dell’equità di genere», rivendicando la piena legittimità di una via autoctona all’emancipazione.
Sul piano strettamente politico e legislativo, l’On. Dott.ssa Zeinab Gheisari, Deputato presso il Parlamento iraniano, ha offerto una dettagliata panoramica della presenza femminile nelle istituzioni, supportando la propria tesi con un quadro di statistica programmatica. Gheisari ha evidenziato con forza come «la presenza del 46% di donne nei corsi di dottorato e del 31% nel corpo docente universitario dimostra la posizione di spicco delle donne nel campo della scienza e dell’istruzione superiore». La parlamentare ha inoltre ricordato, a testimonianza del progressivo accesso ai vertici dello Stato, il ruolo attivo di oltre 1.100 donne giudice e una quota del 25% di presenza femminile in ruoli di alta dirigenza pubblica, interpretando tali indicatori come una chiara dimostrazione della fiducia che le istituzioni ripongono nelle capacità manageriali e decisionali delle donne.
Di forte impatto economico e sociologico è stato l’intervento della Dott.ssa Zeinab Rastgar-Panah, Direttrice Generale per gli affari delle donne e della famiglia ICRO, focalizzato sugli indicatori internazionali della capacità d’azione finanziaria. La direttrice ha difeso con vigore l’autonomia patrimoniale della donna nell’Islam, ricordando che la legislazione vigente garantisce l’accesso directo al credito e l’apertura di conti bancari autonomi senza la necessità di alcuna autorizzazione o tutela da parte di un garante di sesso maschile (marito o padre). Ha inoltre citato la quota del 19% di presenza femminile nei consigli di amministrazione delle aziende basate sulla conoscenza (knowledge-based).
Nel corso del suo contributo, la stessa Dott.ssa Rastgar-Panah ha delineato i cardini teorici del modello istituzionale iraniano, ponendo l’accento sul concetto di «complementarità» e di equilibrio tra i sessi, inteso dalla dottrina ufficiale come un cammino comune in cui uomo e donna cooperano nel rispetto delle proprie specificità biologiche e spirituali. Al contempo, la direttrice ha introdotto un elemento di notevole realismo sociologico, ammettendo che una quota tuttora preponderante dell’impiego delle donne iraniane si esprime attraverso il «lavoro invisibile», che si sviluppa capillarmente tramite le piattaforme digitali o nei settori educativi e sanitari informali, in assenza di contratti solidi e tutele previdenziali, rientrando a tutti gli effetti nel perimetro della «economia informale». Ha infine rammentato che, secondo i precetti giurisprudenziali religiosi, la donna non ha alcun dovere legale o religioso di svolgere gratuitamente le faccende domestiche, potendo teoricamente richiedere un compenso finanziario al coniuge per tali mansioni.
La sponda italiana del dibattito ha visto l’attivazione di una pluralità di voci accademiche e dell’associazionismo, a partire dalla Prof.ssa Elisa Giomi, professoressa del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre, affiancata dai contributi di Lilia Azzuodo (Presidente dell’Istituto Casa dell’Elena), della Prof.ssa Fulvia Di Aloisio (professoressa ordinaria di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”) e della Dott.ssa Claudia Segre (Presidente e fondatrice della Fondazione Global Thinking).
La Prof.ssa Giomi ha mantenuto una linea di rigorosa ricostruzione storico-scientifica, ripercorrendo le tappe fondamentali e le conquiste giuridiche del movimento femminile in… Italia: dal conseguimento del suffragio universale nel 1945 all’elezione delle madri costituenti nel 1946; dalla storica riforma del diritto di famiglia del 1975-1976 — che decretò l’abolizione della potestà maritale e l’introduzione della comunione dei beni — fino alla fondamentale abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore nel 1981, superando definitivamente arcaici sconti di pena legati alla presunta offesa morale dell’onore familiare. Lilia Azzuodo e la Prof.ssa Fulvia Di Aloisio hanno arricchito il panel analizzando l’impatto culturale delle dinamiche di genere e l’evoluzione dei modelli di partecipazione nelle reti sociali, lavorative e antropologiche italiane, mentre la Dott.ssa Claudia Segre si è soffermata sulle sfide legate all’inclusione finanziaria, all’educazione economica e all’indipendenza patrimoniale delle donne nell’attuale scenario macroeconomico globale.
Considerazioni critiche
Se analizzato sul piano puramente comparativo e storico, l’Iran mostra indiscutibilmente passi avanti di grande rilievo rispetto al proprio passato pre-rivoluzionario e, in molti settori, si posiziona in termini decisamente più avanzati rispetto a diverse realtà regionali del Medio Oriente, in particolare nell’accesso all’istruzione superiore e nei tassi di scolarizzazione accademica. Ciononostante, un’analisi scientifica e intellettuale onesta impone di andare oltre l’entusiasmo dei dati puramente istituzionali per fare emergere i nodi strutturali irrisolti.
Il primo dato macroeconomico che desta profonda preoccupazione è l’esiguità del tasso di occupazione femminile ufficiale, che si attesta storicamente su livelli estremamente bassi (intorno al 14%). Come ha opportunamente ammesso la stessa Dott.ssa Rastgar-Panah nel corso del webinar, una larghissima fetta dell’attività lavorativa delle donne iraniane è confinata nell’alveo del lavoro invisibile e dell’economia informale. Questo significa che il reale e immenso contributo delle donne si disperde nel lavoro sommerso, nel precariato digitale, nel piccolo artigianato o nel commercio al dettaglio privo di tutele strutturali. Tale fenomeno non è soltanto un problema di diritti, ma è la spia di un’economia che sconta una forte stagnazione e che continua a guardare, nei fatti, con una sotterranea diffidenza l’integrazione e il supporto professionale paritario della componente femminile nel mercato del lavoro formale.
Tuttavia, sarebbe un errore di prospettiva considerare questa asimmetria come un’esclusiva del quadrante mediorientale. Allargando lo sguardo, è evidente come anche l’economia occidentale, pur vantando formalmente tassi di impiego più elevati, sia in verità piuttosto stagnante e continui a penalizzare fortemente le donne. Tra divari salariali strutturali (*gender pay gap*), tetti di cristallo insormontabili, precarizzazione dei settori a forte presenza femminile e il carico sistemico del lavoro di cura non retribuito che ricade interamente sulle loro spalle, il sistema economico occidentale svela le medesime contraddizioni, faticando a valorizzare l’apporto femminile al di fuori di logiche di sfruttamento o di marginalità contrattuale.
In questo scenario di transizione, i paesi del blocco BRICS e le dinamiche del mondo multipolare stanno mostrando, al contrario, le tracce di un protagonismo femminile radicalmente più strutturato, realizzato e fattivo rispetto a quello occidentale, spesso confinato a una rappresentazione puramente di facciata o cosmetica. Se si osserva l’America Latina, si nota una lunghissima e solida tradizione di donne che hanno ricoperto ruoli apicali come presidenti della Repubblica, capi di partito e leader di grandi organizzazioni sindacali, guidando processi politici di portata storica. Analogamente, volgendo lo sguardo alla Cina, emerge una realtà in cui la leadership femminile si esprime con forza dirompente nel tessuto economico, come testimoniato dall’altissimo numero di donne imprenditrici, manager e fondatrici di imperi industriali multimilionari. Queste traiettorie suggeriscono che l’emergere del multipolarismo non ridefinisce solo gli equilibri di potere tra Stati, ma offre anche modelli alternativi e più concreti di emancipazione ed esercizio del potere economico e politico da parte delle donne.
Sul piano teorico e filosofico, emerge poi la necessità di esaminare con dovuto distacco diplomatico, ma con estremo rigore analitico, il concetto cardine sollevato dalla delegazione di Teheran durante il dibattito: il principio della «complementarità» tra i sessi.
Se a un livello puramente superficiale questo concetto sembra voler mirare a un equilibrio armonico all’interno del nucleo sociale e familiare, una disamina storica e transnazionale rivela dinamiche ben più complesse. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, la retorica della complementarità viene promossa e portata avanti da istituti religiosi, gruppi confessionali e correnti tradizionaliste o reazionarie non tanto per costruire una parità di tutele, quanto per differenziare radicalmente e rigidamente i due ruoli di genere. L’effetto finale di tale impostazione è quello di inchiodare inequivocabilmente e inevitabilmente le donne a un destino biologico predeterminato.
Questa operazione di “spiritualizzazione” della natura femminile si rivela, paradossalmente, profonda e strutturalmente materialista: la donna, spogliata della sua multidimensionalità di soggetto politico e sociale autonomo, viene ridotta a mero corpo riproduttivo, a fattrice e a braccia da lavoro destinate alla cura domestica non retribuita. All’interno di questo perimetro concettuale, il pensiero, le aspirazioni intellettuali e i desideri indipendenti della donna non trovano alcuna reale cittadinanza, se non nella misura in cui si esprimono attraverso la mistica del sacrificio personale; al contrario, la figura maschile viene pienamente valorizzata e legittimata non solo nelle sue funzioni pratiche, ma in quanto titolare di pensiero, azione pubblica e spirito.
In ultima analisi, l’evidenza storica dimostra che il ricorso alla complementarità ha il più delle volte condotto la componente femminile verso un confinamento entro un ruolo puramente biologico e riproduttivo, assimilabile a una dimensione quasi animale. È fondamentale sottolineare che questa deriva non rappresenta un’anomalia circoscritta al contesto iraniano, ma costituisce una costante strutturale riscontrabile, sotto diverse latitudini e con differenti giustificazioni dogmatiche, in tutte le parti del mondo. Il protagonismo femminile nel nuovo ordine mondiale multipolare deve pertanto affrancarsi da queste barriere teoriche, riconoscendo la donna come un soggetto pienamente sovrano, dotato di una coscienza ed intelligenza che esigono di essere valorizzate in ogni ambito, pubblico e privato.
