L’ ortoprassi come spazio di liberazione: Analisi sociologica e materialista dell’alleanza strategica con il mondo islamico
Il realismo materiale contro l’idealismo liberale
Nel dibattito intellettuale eurocentrico, la disamina sulle relazioni con il mondo islamico è costantemente inficiata da un moralismo idealista e astratto. Se le destre agitano il dispositivo ideologico dello “scontro di civiltà”, il progressismo liberale oscilla tra un paternalismo assimilazionista e un’islamofobia strutturale travestita da difesa dei diritti civili.
Per superare queste secche teoriche, è necessaria un’analisi radicalmente sociologica, utilitarista e materialista. La cooperazione politica con il mondo islamico non deve essere intesa come un “matrimonio ideologico” o un’adesione teologica, bensì come un’alleanza pratica e relazionale fondata sulla concretezza logistica e sul rispetto dei confini materiali. Da una prospettiva marxista e decoloniale, l’ortoprassi islamica si rivela un’infrastruttura relazionale infinitamente più efficace rispetto all’anomia strutturale dei contesti occidentali post-moderni.
Il vettore geopolitico: L’alleanza naturale antimperialista
Sul piano macro-sociologico e politologico, la cooperazione con le comunità e i movimenti islamici risponde a una precisa logica di posizionamento strategico. All’interno dell’attuale assetto globale, il mondo islamico rappresenta uno dei blocchi materiali più determinati nella resistenza contro l’unipolarismo della NATO, il sionismo e le dinamiche estrattive del tardo capitalismo.
L’islamofobia, pertanto, non opera come un semplice pregiudizio culturale, ma come un vero e proprio dispositivo geopolitico di disumanizzazione, funzionale a legittimare il saccheggio delle risorse e la sottomissione dei popoli del Sud globale. Unire le forze su obiettivi concreti di contro-informazione — come lo svelamento delle trame teologiche e politiche del sionismo cristiano — costituisce un tassello fondamentale del fronte antimperialista. In questa cornice, l’alleanza si fonda sulla condivisione materiale di un nemico sistemico, prescindendo dalle rispettive sovrastrutture dogmatiche.
La critica all’anomia: Il modello mediterraneo dell’ambiguità come dispositivo di controllo
Per comprendere l’efficacia logistica delle relazioni con il mondo islamico, è utile applicare le categorie della sociologia culturale, in particolare la distinzione tra sistemi a “alto contesto” (high-context) e “basso contesto” (low-context) teorizzata da Edward T. Hall, coniugata con il concetto marxiano di ideologia come mascheramento dei rapporti di forza.
Nei contesti politici, culturali e accademici occidentali — specialmente in quelli di matrice occidentale-mediterranea intrisi di retaggio cattolico e fluidità post-moderna — l’assenza di regole esplicite viene ipocritamente spacciata per “flessibilità”, “empatia” o “calore umano”. Sociologicamente, tuttavia, questa indeterminatezza si configura come uno stato di cronica anomia (nell’accezione durkheimiana), che funge da dispositivo di controllo molecolare basato sull’ambiguità.
Nello spazio relazionale fluido, dominato dal “non detto”, i confini interpersonali e professionali non sono mai netti. Ciò costringe i soggetti indipendenti a un costante e logorante lavoro di decodifica psicologica. In questa palude interpretativa proliferano l’arbitrio del più forte, il ricatto morale e lo sciacallaggio professionale, come il plagio intellettuale o la de-individualizzazione del lavoro scientifico, spesso cannibalizzato dalle micro-avanguardie politiche a beneficio della “ditta”.
L’efficacia logistica dell’Ortoprassi e il parallelismo calvinista
Al contrario, il mondo islamico si fonda sul principio della Ortoprassi (la retta azione codificata normativamente). I patti politici e organizzativi seguono coordinate binarie stabili (A o B, dentro o fuori, sì o no). Questa schematicità non rappresenta un limite cognitivo, ma un’infrastruttura logistica che azzera il rumore di fondo. Nelle trattative e nell’azione comune, la certezza della norma pubblica impedisce le manipolazioni sotterranee e i personalismi, garantendo una risoluzione pragmatica e immediata delle problematiche operative.
A riprova del fatto che tale dinamica risponde a criteri puramente sociologici di efficacia della norma (e non a preferenze fideistiche), un fenomeno analogo si riscontra nell’antropologia dei cristiani protestanti di stampo calvinista nel Nord Europa. Pur essendo dogmaticamente antitetici al mondo islamico, i contesti calvinisti condividono la medesima predilezione per la trasparenza dei contratti, la puntualità millimetrica e il rifiuto dell’elasticità interpretativa mediterranea. Per l’intellettuale e il militante, la civiltà e il rispetto non risiedono nella sregolatezza fluida, ma nella codificazione specchiata dei doveri e dei confini.
Prossemica e inviolabilità dello spazio vitale
La codificazione rigida dell’ortoprassi islamica si riflette in modo determinante sulla prossemica, ovvero sulla gestione dello spazio corporeo e sociale. Mentre la società neoliberista occidentale impone una costante iper-sessualizzazione e una fluidità che espone l’individuo a invasioni molecolari della propria sfera privata, la prassi islamica istituzionalizza la distanza di sicurezza tramite norme ferree (come il divieto del contatto fisico spontaneo uomo-donna e il principio del ghadd al-basar, l’abbassamento dello sguardo).
Questo codice esteriore rigido opera come uno scudo di civiltà protettivo. Esso disciplina preventivamente l’impulso individuale e l’invadenza relazionale, garantendo l’inviolabilità dello spazio vitale del singolo. All’interno di questa struttura, la figura dello studioso, del docente o del militante viene preservata dalle “sbavature” emotive ed estroflesse tipiche dei salotto occidentali, ricevendo un riconoscimento oggettivo e formale che la mercificazione capitalistica ha altrove cancellato.
Il bilancio materialista e la controllabilità della devianza
Un’analisi materialista non idealizza il mondo islamico né ne ignora le contraddizioni interne: la miseria umana, l’opportunismo e la molestia sono equamente distribuiti in ogni cultura. La differenza strutturale risiede nella controllabilità sociologica della devianza. Nell’Islam, l’abuso o il mancato rispetto dei patti viola una norma pubblica, scritta e comunitaria; ciò rende la devianza immediatamente identificabile, isolabile e arginabile. Nei contesti fluidi occidentali, invece, il danno è sistemico proprio perché camuffato dall’assenza di parametri oggettivi.
In conclusione, la ricerca di contesti caratterizzati da regole precise e da un “contenitore” normativo trasparente non risponde a un bisogno regressivo di protezione psicologica, ma a una logica di utilitarismo materialista e sopravvivenza intellettuale. Stabilire confini rigidi nella prassi quotidiana è l’unico modo per sottrarre energia al logoramento relazionale e canalizzarla interamente nella produzione scientifica, nella saggistica di ricerca e nella lotta geopolitica contro l’ oppressione.
