Roberto Roggero – Che cosa potrebbe cambiare con l’uscita degli Emirati Arabi dalla OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), che dalla fondazione, nel 1960, regola il mercato mondiale del commercio di petrolio, gas e derivati? Quali potrebbero essere le conseguenze per l’organizzazione che fino a ieri controllava circa l’80% delle riserve mondiali di greggio e il 35% del gas naturale, e che regolava il 40% della produzione di petrolio e il 16% di quella di gas? E ancora: quali saranno i nuovi equilibro fra la OPEC e l’organismo parallelo OAPEC, cioè l’insieme dei Paesi arabi produttori ed esportatori, fondata in Kuwait nel 1968?
L’analisi della situazione ha tralasciato un dettaglio, che invece è estremamente importante, nel fatto che gli Emirati Arabi abbiano deciso di staccarsi dalla OPEC, di cui erano uno dei membri di spicco, ovvero il perché. Secondo il metro di valutazione degli Emirati, evidentemente la OPEC non è più una organizzazione che agisce in modo razionale, e quindi non più essenziale e necessaria, e soprattutto non ha più quel potere decisionale nel settore del mercato mondiale, che aveva fino a pochi anni fa. In sostanza, non ha più quella assoluta autorità nel decidere i pressi del mercato internazionale.

Una opinione che pare essere condivisa non solo ad Abu Dhabi, e tuttavia contrastata da altri Paesi membri fondamentali, ad esempio, Alferia e Russia, che invece hanno confermato l’intenzione di rimanere nella OPEC. La conseguenza è che si sono venute a creare due correnti di valutazione contrapposte, in un sistema sottoposto a forti pressioni esterne, e vicende come quelle avvenute in Venezuela, con il ribaltamento degli equilibri politici a seguito della deprecabile iniziativa americana. Nei fatti, la OPEC ha meno controllo in campo specifico, e meno controllo vuol dire più libero mercato.
Due correnti di pensiero significano altrettanti scenari differenti: nel medio-lungo termine la convinzione di una sensibile pressione che punta al ribasso dei prezzi, con il Brent che viaggia sui 120 dollari al barile e che, secondo gli esperti, è appunto destinato a subire consistenti ribassi. Il fatto è che un ribasso sul mercato, non è l’unico problema. In previsione dell’uscita dalla OPEC, gli Emirati Arabi hanno investito cifre più che notevoli per ammodernare e potenziare i propri impianti di estrazione e raffinazione, in contrapposizione alle direttive OPEC che invece puntavano a un utilizzo quasi marginale della capacità produttiva emiratina. Uscendo dalla sfera OPEC, gli Emirati possono riacquistare la propria autonomia decisionale e riequilibrare il rapporto fra capacità produttiva e profitto.
I leader delle grandi compagnie petrolifere di Abu Dhabi sono ben coscienti che la domanda mondiale si sta avvicinando velocemente al picco massimo, quindi il fulcro della questione si trasferisce sul fattore tempo; produrre la maggiore quantità di petrolio oggi è decisamente meglio che impegnarsi a intervenire sul prezzo di mercato domani, dal momento il mercato mondiale è sempre più legato agli avvenimenti della politica, della diplomazia e della geopolitica quindi, considerando le conseguenze di ciò che sta succedendo nel Golfo, uscire dalla OPEC e rendersi autonomi in produzione e commercio, significa ridisegnare i rapporto di forza nell’area in questione.

Il messaggio che Abu Dhabi vuole diffondere è oltremodo chiaro ed esplicito: gli Emirati Arabi non vogliono più essere considerati solo partner, in un sistema concatenato e legato principalmente al produttore leader della Regione, cioè l’Arabia Saudita. Questo significa che si è aperto un divario fra i due principali protagonisti dell’universo sunnita: gli Emirati Arabi hanno deciso di giocare il proprio ruolo in modo autonomo, proponendosi come primo Paese dell’area in alternativa al Regno saudita.
Ovviamente, è innegabile che tale decisione sia dettata principalmente dalla questione tutt’altro che risolta, dello Stretto di Hormuz, che sta avendo ripercussioni negative non indifferenti per l’economia emiratina, la quale è orientata al prossimo futuro sulla base di due elementi fondamentali: Stati Uniti e Israele.
È una presa di autonomia strategica, che riflette una trasformazione più ampia della politica estera degli Emirati, considerando che l’uscita dalla OPEC può essere un potenziale vantaggio anche per la politica economica americana, perché favorisce un contesto di maggiore produzione a prezzi più contenuti, soprattutto nel contesto della transizione energetica in atto.
IL calo di autorità della OPEC è dato dal fatto che tale organismo è nato quando il petrolio era il centro assoluto dell’economia del pianeta e del sistema energetico mondiale, ma oggi non è più così. Rendersi indipendenti dalla OPEC vuol dire giocare d’anticipo, quindi la decisione non da considerare in senso assolutamente difensivo, ma il rischio è decisamente quello che si chiama effetto domino
Se la decisione degli Emirati Arabi dovesse funzionare, altri Paesi membri della OPEC potrebbero rivalutare la propria appartenenza, per cui il vero punto fondamentale non è propriamente la decisione di Abu Dhabi, ma la eventualità che possa costituire un precedente, poiché la OPEC esisterà finché i Paesi membri la considereranno conveniente.
Nel momento in cui questa convinzione si dovesse incrinare, il sistema inizierebbe a crollare.
In conclusione, oggi la OPEC senza gli Emirati Arabi conta 11 Paesi membri: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Libia e Nigeria. Il sistema non reggerà più quando il modello di governance del petrolio basato sul coordinamento fra produttori non sarà più l’unica opzione possibile.
