Roberto Roggero – …E’ così che si è regolato il “superbiondo” presidente americano, per poter continuare l’aggressione alla Repubblica Islamica, sfruttando lo stallo degli ormai falliti colloqui, per preparare nuovi attacchi. La Costituzione americana vieta al presidente di continuare una guerra dopo 60 giorni dal suo inizio, se non ottiene l’approvazione del Congresso, e così Donaldone e la sua banda di deliranti fanatici hanno deciso di mettere fine all’operazione “Epic Fury”, attendere qualche giorno, e scatenare una nuova offensiva con un altro nome, quindi punto a capo.
Sarebbe stato questo lo scopo della riunione al vertice, avvenuta giovedi scorso, fra il “biondo” Donald, il generale Dan Caine (capo del Joint Chief of Staff, stato maggiore congiunto), l’ammiraglio Brad Cooper (capo del CENTCOM, comando operazioni Medio Oriente), il segretario alla Difesa, cioè l’invasato pseudo-religioso Pete Hegseth e i rispettivi uffici.
I, poco meno di un’ora, i comandanti militari (Pentagono) avrebbero illustrato al principale i piani operativi per la prevista ripresa della guerra contro l’Iran, dato per scontato lo stop ai colloqui di Islamabad.
Si sarebbe trattato della pianificazione avanzata delle “operazioni preventive”, e ci vuole davvero una bella faccia tosta a chiamarla “guerra preventiva”…
Il coinvolgimento diretto del comando centrale, e della massima autorità dello stato maggiore congiunto, indica che le opzioni sono molteplici, e toccano diversi livelli e specialità. La discussione si è concentrata su logistica e fattibilità di interventi mirati, probabilmente volti a neutralizzare infrastrutture sensibili o siti legati alla difesa iraniana.
Sebbene i dettagli tecnici rimangano riservati, la durata dell’incontro sottolinea la complessità delle variabili analizzate, tra cui la risposta dei sistemi difensivi locali e le possibili ripercussioni su scala regionale. Il ruolo di Donald il “biondo” in questa fase appare centrale per definire la linea d’azione.
Il quadro è influenzato in modo determinante da quanto accaduto all’inizio del mese di aprile, quando era entrato in vigore un cessate il fuoco, che aveva temporaneamente fermato le ostilità, permettendo all’amministrazione della Casa Bianca di sfruttare i cavilli del War Powers Act. Secondo fonti governative, la pausa nei combattimenti ha tecnicamente interrotto il conteggio dei 60 giorni previsti dalla Costituzione, offrendo la possibilità di operare un “rewind a norma di legge” per la gestione dei poteri in tempo di guerra, ma questa interpretazione non ha convinto tutti i settori del panorama politico americano. Gli stessi senatori Repubblicani hanno infatti espresso forti critiche e dubbi, sollecitando chiarimenti ufficiali su come debba essere intesa la scadenza temporale per l’autorizzazione delle operazioni militari in assenza di un voto esplicito del Congresso.
Il dibattito sulla gestione delle truppe e sull’uso della forza non è limitato al solo scenario mediorientale. Parallelamente ai piani sull’Iran, emergono dichiarazioni riguardanti una possibile riduzione della presenza militare statunitense in Europa, con particolare riferimento alle basi situate in Italia e Spagna. Questa tendenza al riposizionamento globale si intreccia con una politica estera che alterna atti di forza a manovre di alleggerimento strategico. Al contempo, la pressione dei legislatori repubblicani per una lettura rigorosa dei poteri presidenziali evidenzia una spaccatura su come bilanciare la sicurezza nazionale e il controllo parlamentare.
In questo clima di incertezza, il briefing di quarantacinque minuti rappresenta un segnale inequivocabile di come la strategia stia subendo una accelerazione, portando la tensione ai massimi livelli.
