Roberto Roggero – Secondo le più recenti informazioni, i colloqui fra Teheran e Washington, più che essere a un punto morto, sono proprio morti. Non sembra ci sia possibilità di giungere a un accordo, e si fa sempre più reale il rischio di una ripresa delle ostilità. Nel frattempo, il blocco americano allo Stretto di Hormuz ha dimostrato la totale inutilità e inefficacia, dal momento che l’Iran non ha alcuna intenzione di sottostare alle inaccettabili richieste americane, e conserva ancora la maggior parte della propria forza e delle proprie risorse, dal momento che, combattendo in casa, non ha dovuto impiegare migliaia di miliardi come gli Stati Uniti, che stanno mantenendo un enorme apparato bellico a enormi distanze dai propri confini.
Lo Stretto di Hormuz e la questione uranio rimangono i punti fondamentali della questione USA-Iran e a parte, il discorso sullo stato nazi-sionista israeliano, che sta combattendo questa guerra solo in nome di una spudorata quanto anacronistica pretesa di superiorità e volontà di espansione, nel nome di un più che improbabile Grande Israele, dall’Eufrate al Nilo, con continue aggressioni a Siria, Libano e alla martoriata popolazione palestinese.
Il “superbiondo” Donald continua a voler imporre la propria versione: l’Iran non deve possedere armi nucleari, ed è uno dei principali motivi che hanno causato questa guerra, la cui miccia è stata accesa dallo stesso fulvo presidente già durante il suo primo mandato quando, nel 2018, ha deciso il ritiro americano dalle trattative avviate con il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), vanificando tutta la fatica che il predecessore, Barak Obama, ha iniziato nel 2015. All’epoca, come previsto dall’accordo, la leadership di Teheran aveva infatti mantenuto la promessa di inviare alla Russia le oltre 12 tonnellate di uranio lavorato in suo possesso, pari a circa il 97% del totale. Ma Mosca è alleata dell’Iran, condizione inaccettabile sia per gli Stati Uniti che per Israele. Barak Obama aveva dato inizio ai negoziati quando è stato reso noto che l’Iran aveva deciso di portare l’arricchimento dell’uranio al 20% del potenziale, paventando il rischio di un impiego militare. Da qui è iniziata la grande commedia americana e israeliana.
Non era certo una trattativa impeccabile, ma se non altro poteva essere un buon punto do partenza per arrivare a un accordo, che invece il “biondone” ha definito “orribile”.
È stato allora che Teheran, di fronte alla fin troppo azzardata e imbecille mossa di Trump, ha accelerato i processi di arricchimento dell’uranio, che comunque la stessa AIEA aveva già certificato come finalizzati a scopi civili ma, dal momento che tale processo comprende anche la possibilità di impieghi militari, Washington vuole dettare legge, e si è quindi arrivati alla Guerra dei 12 Giorni del giugno 2025, quando gli Stati Uniti hanno bombardato i siti di ricerca iraniani, che non hanno portato a nulla di definitivo, soprattutto per una commedia inscenata da Donald il “biondone”: i servizi segreti statunitensi avevano avvertito con circa una settimana di anticipo su data e obiettivi dei bombardamenti del giugni 2025, sia per non causare possibili conseguenze tipo una esplosione atomica (dando il tempo agli iraniani di trasferire le quantità di uranio già arricchito), sia per avere il pretesto di avviare una guerra di aggressione in grande stile, come quella attuale. Da notare però, che la quantità di uranio arricchito è solo una minima parte della questione, che è da considerare in un più ampio contesto.
Secondo i dati resi noti, in Iran si trovano almeno 12 tonnellate di uranio, al momento a vari gradi di arricchimento, che potrebbero essere sufficienti per la realizzazione di almeno un centinaio di ordigni, ovvero un numero superiore a quello (mai dichiarato) da Israele. Ed è qui che entra in scena lo stato nazi-sionista, che non potrebbe mai accettare un Iran con un arsenale atomico superiore. Ma oltre a questo, il vero nocciolo della questione è che un eventuale impiego di un’arma nucleare israeliana sull’Iran, sarebbe certamente un colpo devastante ma non definitivo, in quanto la Repubblica Islamica è un Paese sterminato, con risorse in grado (anche in diversi anni) di poter rimediare a una catastrofe del genere, mentre se un solo ordigno dovese cadere su Israele, l’intero stato ebraico verrebbe letteralmente cancellato, viste le ridotte dimensioni e la totale assenza di risorse. Questo è il motivo del perché Tel Aviv non concepisce un’arma nucleare in mani iraniane.
Gli episodi successivi sono storia nota: dopo il ritiro americano dal JCPOA, e pochi giorni prima del termine del primo mandato del “biondo” Donald, gli iraniani si sono ritenuti giustamente liberi da ogni impegno precedente, e quindi ripresero l’arricchimento al 20%. Avvenne poi la “misteriosa” esplosione al centro di ricerca di Natanz, certamente causata da un sabotaggio del Mossad, Teheran decise di accelerare le ricerche e portare l’arricchimento al 60%.
Oggi, in piena escalation, con i negoziati falliti, la minaccia di una ripresa della guerra, e le sempre più manifeste intenzioni americane di impossessarsi dell’uranio iraniano, dove si trovano le oltre 12 tonnellate di questo materiale? E in quale parte della sterminata Repubblica Islamica è situato quel nuovo laboratorio per il processo di arricchimento di cui si fa un gran parlare? Sicuramente all’interno di uno dei labirinti di tunnel sotto qualche montagna, ma dove?
