Roberto Roggero – In questi giorni le cronache sono incentrate sull’annuncio di blocco navale dello Stretto di Hormuz da parte della US-Navy, che ancora una volta è espressione della prepotenza tutta americana che si arroga il diritto di decidere per il resto del mondo,
Se il blocco lo attuano gli Stati Uniti, allora tutto bene, quando era l’Iran a volerlo fare era un sopruso. E comunque è provato che il tanto infrangibile muro americano non è tale, in quanto diverse navi sono già passate per lo Stretto.
Attuare un blocco navale, specie in una zona come Hormuz, non è così facile e immediato come il “biondo” Donald vuole fare credere. Ci sono numerosi elementi da analizzare. E’ una operazione molto complessa, che va messa a punto nei minimi particolari, vanno fissate precise regole di ingaggio in caso di intercettazione di una nave, a seconda della provenienza, della destinazione e della bandiera; quale tipo di nave e il carico a bordo; le eventuali conseguenze di un approccio tipo abbordaggio, e molte altre cose. E poi, per quanto tempo, i costi di tale operazione, quante e quali unità navali dovrebbero prendervi parte.
Attualmente, nel mare di fronte alle coste iraniane, si trovano una dozzina di unità navali, fra cui il gruppo della portaerei Abraham Lincoln, e in attesa dell’arrivo del gruppo della USS-George Bush, proveniente dagli Stati Uniti e sta navigando intorno all’Africa, evitando la rotta Gibilterra-Suez-Mar Rosso-Bab el Mandeb, per non incorrere in eventuali (anzi, probabili) “interferenze” da parte degli Houthi dello Yemen. Con il contingente navale, vi sono poi circa 10mila soldati. Oltre ad aerei, droni e diverse altre dotazioni.
Al momento, sono state fermate sei navi mercantili, costrette a invertire la rotta e rientrare nei porti di partenza iraniani, mentre altre quattro sono invece passate indenni, sfuggendo alla sorveglianza americana: due hanno fatto scalo in porti iraniani, fra cui la portarinfuse “Christianna”, che ha attraversato Hormuz partendo da Bandar Imam Khomeini, mentre la “Rich Starry”, per altro oggetto di sanzioni americane in quanto collegata al commercio iraniano, ha fatto rotta, di notte, verso gli Emirati Arabi partendo da Sharjah. Anche il tanker Murlikishan è sotto sanzioni americane, e ha attraversato Hormuz verso ovest, proveniente dallo scalo cinese di Lanshan, passando a est dell’isola di Qeshm, di fronte alla costa della Repubblica Islamica. Si suppone che, per non essere intercettate, queste navi abbiano operato in “Spoofing”, cioè con la manomissione volontaria del transponder AIS, per nascondere la posizione.
Il comando in capo delle operazioni americane, (CENTCOM) ha comunque ribadito che il blocco è attivo per tutte le attività commerciali in entrambe le direzioni, e che è prevista anche l’eventualità di abbordaggio, che in caso di navi battenti bandiera di Paesi stranieri, secondo le leggi marittime internazionali costituisce atto di pirateria. Comunque, ogni situazione dovrà essere valutata a parte, ovviamente con priorità per petrolio e gas.
Secondo le norme, esistono due generi di blocco navale: quello prettamente militare, contro una flotta nemica, e quello economico, nei confronti delle attività commerciali del Paese avversario.
Di fatto, nel caso specifico, vi sono entrambe le condizioni: Stati Uniti e Iran sono in stato di guerra, quindi l’applicazione del blocco navale è per entrambi i generi.
Le specifiche dell’applicazione del blocco americano si vedranno quindi caso per caso; blocco a stretto contatto, in genere per controllare gli scali marittimi oltre che le navi in transito, o degli imbocchi e sbocchi del tratto di mare, oppure blocco a distanza, sui confini delle acque territoriali, per intercettare le navi che vogliono entrare o uscire.
Per quanto riguarda il “Close Blockade”, ha certamente dei costi altissimi, poiché è prevista una crescita esponenziale di quelle che sono le disponibilità di capacità di risposta da terra verso il mare, con l’utilizzo di droni, missili, sia di superficie che aerei o subacquei, o naviglio leggero veloce.
Da considerare poi la risposta del Paese che subisce il blocco, che nel caso dell’Iran pone il problema di un forte sviluppo di naviglio veloce di piccole dimensioni, nel quadro della guerra asimmetrica. Questo tende a escludere che gli americani vogliano imporre un blocco a stretto contatto, che esporrebbe le unità statunitensi a ripercussioni in caso entrino nel raggio d’azione avversario.
Il blocco a distanza, d’altra parte, riduce il rischio di subire perdite che porterebbero al fallimento del blocco stesso, e si vedrebbe quindi un conflitto basato sul tempo di intercettazione di vettori (droni o missili) di parte iraniana, grazie alle dotazioni tecnologiche della US-Navy a livello ISR (intelligence, surveillance, reconnaissance), proprio come è avvenuto nel caso del Venezuela, dove le navi americane hanno intercettato e distrutto imbarcazioni considerate ostili, a lunga distanza dai porti di partenza.
Resta poi da valutare quale sia lo scopo del blocco che, nel caso USA-Iran è prevalentemente quello di fiaccare le possibilità economico-commerciali.
Il problema del blocco navale è che gli effetti sono da calcolare non certo a breve termine, inoltre è sbagliata la valutazione americana secondo la quale l’Iran subirà un impatto psicologico, e sarà costretto a cambiare atteggiamento riguardo le intenzioni di controllare lo Stretto.
L’esperienza delle ultime settimane suggerisce che Teheran difficilmente considererà una resa, in particolare sapendo che gli effetti dal punto di vista della pressione economica necessitano di tempi lunghi per vedere gli effetti.
Ovviamente, ottenere il controllo di alcuni punti base strategici darebbe notevoli vantaggi, in particolare il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal da dove parte il 90% del petrolio iraniano. Più volte Donal “il biondone” ha paventato azioni di terra in questo senso, e la massiccia presenza di forze anfibie e reparti speciali americani potrebbe spiegare questa opzione, che però si scontrerebbe con la indubbia reazione, non certo di lieve portata, che l’Iran è pronto ad attuare, co centinaia di migliaia di combattenti.
Inoltre, il fatto che il “biondo” presidente americano continui a insistere per ottenere l’aiuto degli alleati europei, rientra nella speranza di condividere le responsabilità di eventuali incidenti o fallimenti, avendo quindi anche a disposizione eventuali capri espiatori, dal momento che gli Stati Uniti sono perfettamente in grado di allestire da soli il blocco a distanza, che per altro comporta anche la non necessità di provvedere a una bonifica dei numerosi ordigni disseminati nello Stretto.
È la doppia faccia della medaglia: limitare e imporre costi aggiuntivi alle attività commerciali da e per l’Iran, e sviluppare i corridoi di sicurezza per ripristinare il traffico del naviglio commerciale.
Quindi, lo scopo e il metodo americano comportano il monitoraggio del traffico di naviglio mercantile, con precise procedure di ingaggio. Per quanto riguarda la reazione iraniana, se le navi americane sono nel raggio d’azione sarà affidata quasi certamente ai droni.
Altra questione da valutare, è la durata del blocco, che dipende però dagli esiti dei colloqui diplomatici. Potrebbe essere mantenuto per settimane e, una volta accertata la cessazione delle principali operazioni di combattimento, sarà possibile la protezione della navigazione internazionale.
Il presidente Donaldone, intanto, continua a martellare l’opinione pubblica: “Abbiamo il migliore e più sofisticato equipaggiamento di sminamento del mondo. Lo stiamo solo mettendo in posizione. Lo Stretto di Hormuz sarà presto libero”.
Le operazioni sono cominciate tre giorni fa, con la USS-Frank E. Peterson e la USS-Michael Murphy, che hanno attraversato lo Stretto nell’ambito di una missione più ampia volta a garantire che sia completamente libero dalle mine precedentemente posizionate dagli iraniani, che comunque di fatto hanno la possibilità di esercitare un controllo pressoché completo dello Stretto, probabilmente anche oltre il Golfo.
Si assiste a uno spostamento della strategia offensiva, dal cielo al mare, e le operazioni salgono di livello. Chiudere i porti iraniani, quasi tutti situati all’interno del Golfo Persico a partire dallo Stretto di Hormuz, alle petroliere e ad altre navi mercantili sarebbe difficile dal punto di vista procedurale, ma fattibile se gli Stati Uniti avessero la superiorità marittima. Secondo gli esperti l’Iran possiede ancora la capacità di reagire pesantemente, con un numero imprecisato di piccole imbarcazioni veloci, in grado di portare missili, droni di superficie e aerei, missili da crociera terrestri e antiaerei che potrebbero colpire elicotteri e aerei da combattimento a protezione delle navi.
Per un efficace blocco, gli Usa necessitano poi di due gruppi d’attacco di portaerei e di una dozzina di navi di superficie al di fuori del golfo per pattugliare l’imboccatura dello Stretto di Hormuz. A tale scopo serve quindi il gruppo della USS-George Bush, in navigazione lungo le coste dell’Africa.
