Il Tradimento dell’Intersezionalità: Sheila Jeffreys, Kimberlé Crenshaw e la dignità sovrana dell’Iran
Nel panorama intellettuale odierno, assistiamo a un fenomeno grottesco: il sequestro e la manipolazione di concetti filosofici complessi per giustificare la mercificazione dei corpi. Prima di analizzare la realtà iraniana, è doveroso chiarire un punto cardine: il femminismo radicale e materialista ha condotto, fin dalle sue origini, una battaglia senza quartiere contro la riduzione della donna a merce. Per le teoriche materialiste, il corpo femminile non è uno “spazio di consumo” né un capitale da monetizzare, ma il fulcro di una soggettività politica che il neoliberismo cerca di smantellare attraverso la pornografia e la prostituzione. La lotta contro la mercificazione non è una posizione morale astratta, ma una necessità materiale per evitare che la donna torni a essere un oggetto nelle mani del capitale patriarcale.
L’ignoranza attuale è il nodo centrale. Chi si professa femminista oggi spesso non legge i testi delle teoriche; e se lo fa, li fraintende a proprio piacimento. Se leggessero seriamente Sheila Jeffreys, colonna del femminismo radicale e abolizionista che ha dialogato costantemente con Kimberlé Crenshaw, capirebbero che l’intersezionalità non serve a sdoganare la prostituzione come “scelta”. Al contrario, serve a denunciare come l’industria del sesso sia il punto di incontro violento dove il patriarcato maschile consuma le donne rese fragili dalla povertà e dal razzismo.
L’Iran nell’occhio del ciclone: oltre la satanizzazione geopolitica
Oggi l’Iran si trova al centro di una tempesta geopolitica senza precedenti, vittima di una strategia di satanizzazione e deumanizzazione volta a dipingere la nazione come un covo di “talebani trogloditi”. Questa narrazione, funzionale agli interessi imperialisti, nega la realtà di un Paese che, pur restando un soggetto politico complesso, presenta indicatori di partecipazione femminile straordinari. L’Iran non è il monolito oscurantista descritto dai media occidentali; è, al contrario, un laboratorio di diritti femminili sostanziali che merita un’analisi onesta, lontana dai pregiudizi colonizzatori.
È qui che l’analisi deve farsi coraggiosa. L’Iran non è un “paradiso femminista” — e non avrebbe senso definirlo tale, visto un diritto di famiglia che presenta ancora evidenti criticità che attendono risoluzione — ma offre uno schema di dignità superiore a molte democrazie occidentali. Mentre l’Occidente vende una “libertà negativa” che isola la donna davanti al mercato, l’Iran garantisce una libertà positiva radicata nella vita produttiva, politica e, cosa spesso ignorata, religiosa.
Partecipazione e sicurezza: la sostanza del modello teocentrico
A differenza dell’Occidente, dove la religione è spesso ridotta a fatto privato o esclusione, in Iran la partecipazione femminile alla vita religiosa è vivissima: donne teologhe e giuriste guidano altre donne, partecipando attivamente alla definizione dell’etica pubblica. Questo si riflette in una presenza massiccia nei settori della scienza e della tecnologia (STEM), dove le donne rappresentano circa il 70% dei laureati.
Ma è sul piano della sicurezza che il confronto diventa impietoso. L’approccio abolizionista iraniano, rifiutando la pornografia e la prostituzione di massa, ha di fatto rimosso le infrastrutture culturali che alimentano la “cultura dello stupro”. Il risultato è una sicurezza stradale e urbana superiore a quella di quasi tutte le metropoli americane o europee. In Occidente, la tolleranza verso lo sfruttamento del corpo ha prodotto una violenza endemica; in Iran, la difesa della dignità corporea garantisce alla donna uno spazio pubblico protetto, dove essa agisce come soggetto intellettuale e non come “donna-vetrina”.
Contro il ventriloquismo coloniale
Il vero femminismo intersezionale dovrebbe guardare all’Iran con l’umiltà di chi riconosce che la “libertà di spogliarsi” non vale nulla se non si ha la libertà di dirigere un centro di ricerca o di partecipare alla guida spirituale della propria comunità. Chi critica l’Iran ignorando la propria misoginia strutturale sta praticando un ventriloquismo coloniale. L’Iran offre la “ciccia” della partecipazione e della sicurezza; l’Occidente offre solo l’illusione di una libertà che lascia la donna più povera, più sola e più esposta alla violenza.
Per un’epistemologia della liberazione sostanziale
In ultima analisi, il recupero di un’intersezionalità autentica — come quella postulata da Kimberlé Crenshaw e radicalizzata dall’abolizionismo di Sheila Jeffreys — impone un radicale cambio di paradigma: la libertà della donna non si misura dal numero di catene che essa sceglie di indossare nel mercato globale, ma dalla sua capacità di sottrarsi alla logica della reificazione. Come sottolineato da Jeffreys in The Idea of Prostitution, la normalizzazione del mercato del sesso non è che l’estensione suprema del diritto patriarcale; un’analisi che trova eco nel pensiero decoloniale di Maria Lugones, per la quale la modernità neoliberista non fa che riprodurre gerarchie coloniali sotto la maschera dell’emancipazione individuale. L’Iran, in questo senso, lungi dall’essere il fossile teocratico descritto dal “femminismo civilizzatore” occidentale, si configura come una realtà che privilegia la Libertà Positiva e la stabilità dei legami comunitari contro l’atomizzazione alienante del capitale. Se l’Occidente non saprà operare quella che Rita Segato definisce una “pedagogia della cura” contro la “pedagogia della crudeltà” del mercato, resterà intrappolato in un modello di sviluppo che produce simulacri di libertà mentre erode sistematicamente la dignità materiale delle donne. Il caso iraniano, pur con le sue contraddizioni interne, resta un monito necessario: non può esserci vera sovranità femminile senza la difesa del corpo dalla sua trasformazione in merce.
Bibliografia: Femminismo Radicale, Abolizionismo e Critica Decoloniale
I. Fondamenti del Femminismo Radicale e Abolizionista
Jeffreys, Sheila (1997). The Idea of Prostitution. North Melbourne: Spinifex Press. (Testo cardine che smonta la tesi della prostituzione come “lavoro”).
Jeffreys, Sheila (2008). The Industrial Vagina: The Political Economy of the Global Sex Trade. London: Routledge. (Analisi della mercificazione del corpo come motore dell’economia globale).
Ekman, Kajsa Ekis (2013). Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy and the Split Self. North Melbourne: Spinifex Press. (Sulla scissione dell’io e la critica alla “libertà negativa” applicata ai corpi).
Dworkin, Andrea (1981). Pornography: Men Possessing Women. New York: Perigee Books. (Sulla costruzione culturale della violenza attraverso l’immagine).
II. Intersezionalità e Teoria Decoloniale
Crenshaw, Kimberlé (1991). Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color. Stanford Law Review, Vol. 43, No. 6. (Il saggio originale che definisce l’intersezionalità come analisi delle strutture di potere).
Lugones, María (2007). Heterosexualism and the Colonial/Modern Gender System. Hypatia, Vol. 22, No. 1. (Sulla colonialità del genere e l’imposizione dei modelli occidentali).
Mohanty, Chandra Talpade (2003). Feminism Without Borders: Decolonizing Theory, Practicing Solidarity. Duke University Press. (Critica all’egemonia del femminismo bianco occidentale).
Vergès, Françoise (2021). Un femminismo decoloniale. Milano: Ombre Corte. (Sulla critica al “femminismo civilizzatore” che serve gli interessi imperialisti).
III. Analisi Materialista e Critica del Neoliberismo
Segato, Rita (2016). La guerra contro le donne. Madrid: Traficantes de Sueños. (Sulla “pedagogia della crudeltà” e il corpo femminile come territorio di conquista del capitale).
Federici, Silvia (2004). Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione primitiva. Milano: Mimesis. (Per la ricostruzione storica della disciplina dei corpi femminili).
Mernissi, Fatema (2001). L’Harem e l’Occidente. Firenze: Giunti. (Sulla comparazione tra il velo fisico e i “veli invisibili” dell’estetica e del mercato occidentale).
IV. Contesto Iraniano e Sovranità Culturale
Celano, Maddalena (2026). L’Iran oltre il velo. (Riferimento diretto alla tua opera per l’analisi della partecipazione femminile e dei dati STEM).
Afshar, Haleh (1998). Islam and Feminisms: An Iranian Case Study. New York: St. Martin’s Press. (Per approfondire la negoziazione dei diritti all’interno del sistema teocentrico).
