Intervista al Dott. Seyyed Majid Emami sull’annientamento del patrimonio e della conoscenza
Iran, 7 Aprile 2026 – Nel fragore delle armi che scuote il Medio Oriente, si consuma una guerra meno visibile ma forse più definitiva: quella contro la memoria e la continuità stessa della civiltà. In Iran, Paese che custodisce una delle stratificazioni culturali più profonde del mondo, i bombardamenti non colpiscono solo obiettivi strategici, ma significati millenari attuando non soltanto di distruzione materiale, ma un processo che mira a recidere il filo della trasmissione storica tra passato e futuro. Quando a tremare sono i simboli del potere ancestrale e i luoghi della conoscenza, ciò che viene messo in discussione è l’idea stessa di umanità.
Mentre il conflitto entra nel suo secondo mese, il bilancio delle perdite umane si intreccia con quello della memoria. I raid iniziati il 28 febbraio non hanno risparmiato né i santuari della fede, né i centri nevralgici del domani: le università. Ne parliamo con il Dottor Seyyed Majid Emami, Professore universitario, già Vice Ministro della Cultura e attuale Direttore dell’Istituto di Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran.

Dottor Emami, il Ministero del Patrimonio ha confermato che in totale sono ben 160 i siti e i monumenti storici colpiti in Iran dagli attacchi USA e Israele. Oltre 132 siti hanno subito danni solo nel mese di Farvardin (marzo/aprile 2026). Qual è la portata reale di questo scempio?
«Siamo di fronte a una “dichiarazione di guerra a una civiltà”. Colpire il Palazzo Golestan a Teheran, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, non significa solo danneggiare un edificio della dinastia Qajar; significa colpire la sintesi tra l’arte persiana e l’apertura all’Occidente del XIX secolo. I bombardamenti hanno sventrato la Sala degli Specchi, suscitando persino la ferma reazione ufficiale dell’UNESCO. Questa Sala, oggi in frantumi, era un capolavoro di luce unico al mondo. A Isfahan, il cuore dell’identità safavide è ferito: in Piazza Naqsh-e Jahan, le vetrate storiche del Palazzo Ali Qapu sono andate distrutte e l’intera piazza, patrimonio universale, è sotto l’onda d’urto delle esplosioni. Questi non sono obiettivi militari, sono le radici dell’umanità riconosciute dall’UNESCO.»

Entriamo nel dettaglio: quali altri gioielli architettonici rischiano di sparire per sempre? Sappiamo di danni a siti meno noti ma altrettanto cruciali.
«Il danno è capillare. A Bushehr, gli attacchi hanno sventrato il quartiere storico di Port Siraf, dove case bicentenarie testimoniavano secoli di commerci nel Golfo Persico. Nel Lorestan, il Castello di Falak-ol-Aflak – sentinella sasanide che domina Khorramabad – ha visto distrutti i suoi musei di archeologia e antropologia. Ma il timore più grande è per Persepoli e Pasargade: la vicinanza delle esplosioni minaccia la stabilità dei bassorilievi achemenidi. Una crepa su un fregio di 2500 anni fa non è riparabile; è una ferita inferta a Ciro il Grande e a tutta la storia del diritto umano che egli ha scritto.
Il danno è capillare e sistematico. Teheran è la provincia più colpita con almeno 50 edifici danneggiati, tra cui il Gran Bazar e la storica Moschea e Scuola Sepahsalar. Ma l’elenco ufficiale del Ministero ora include siti in 18 province: dal Palazzo Chehel Sotoun a Isfahan, fino ai complessi storici di Khuzestan, Fars, Gilan, Hamadan, Zanjan e Alborz. Non c’è regione che sia stata risparmiata.»

Dottore, cosa significa politicamente attaccare un Paese millenario colpendo proprio i suoi monumenti? Sembra esserci una volontà che va oltre la strategia militare.
«Per noi iraniani, l’architettura, i monumenti e i musei oltre che testimonianze del passato, sono veri e propri baluardi. Sono mura che si innalzano nei secoli per proteggere l’essenza della nostra nazione. Questi siti sono il nostro Potere Silenzioso. Attaccare queste pietre significa tentare di abbattere i nostri “muri dell’identità”. Chi bombarda sa bene che un popolo senza monumenti è un popolo senza radici, e un popolo senza radici è più facile da sradicare. È un attacco alla nostra dignità simbolica.»

Dottore, oltre ai monumenti, i raid hanno preso di mira il cuore del sapere: trenta università e centri di ricerca sono stati colpiti, dall’Università di Scienza e Tecnologia dell’Iran (IUST) all’Istituto di Ricerca Aerospaziale. Perché accanirsi così metodicamente sulla scuola e sulla ricerca?
«Colpire le università e i centri di eccellenza, come accaduto a Teheran con la K. N. Toosi, la Shahid Rajaee o l’Università dell’Islamica Enqelab, è un atto calcolato. Si vuole limitare lo sviluppo tecnologico e la sovranità scientifica di una nazione. Quando si bombardano la Cittadella Scientifica e della Ricerca di Isfahan, l’Università di Tecnologia di Isfahan (IUT) o l’Università di Hormozgan, si sta cercando di recidere il ponte tra il passato glorioso e il futuro tecnologico. In Iran, l’istruzione è un pilastro sacro; abbiamo uno dei tassi di scolarizzazione più alti della regione e colpire lo studentato di Minab o le aule dell’Università d’Arte di Teheran significa ammettere che la nostra intelligenza fa più paura dei nostri eserciti.»

In questo contesto, che significato assume il mondo universitario iraniano durante una guerra?
«La sapienza iraniana, le parole scritte nei nostri saggi, nel nostro patrimonio letterario, filosofico e spirituale, le ricerche nei nostri laboratori… oggi rappresentano i nostri fucili e pallottole intellettuali. Se il monumento è il muro che resiste, l’università è l’avamposto che avanza. Attaccare il mondo universitario è un atto politico spietato: significa ammettere che la nostra intelligenza fa più paura dei nostri eserciti. Hanno paura di una nazione che non solo ricorda chi è stata, ma che sa come progettare chi sarà.»

Perché gli attacchi sembrano essersi accaniti più sulla scienza e sulla tecnologia che sulla pura filosofia? E perché colpire anche i simboli della religione?
«Hanno attaccato la scienza perché è quella che garantisce l’autonomia e la sovranità nel XXI secolo. La scienza è pragmatismo, è difesa, è innovazione medica. Attaccare i centri di ricerca significa voler “accecare” il futuro dell’Iran. Ma hanno colpito anche la religione, come visto alla Moschea del Jameh, perché in Iran la fede non è scindibile dalla cultura e dall’arte. Colpire la moschea significa colpire il luogo dove il popolo trova conforto spirituale. È un attacco totale: vogliono distruggere la mano che costruisce (la scienza), la mente che progetta (l’università) e il cuore che prega (la fede).»

Parliamo di chi incarnava questa conoscenza. I raid non hanno risparmiato nemmeno l’Istituto Pasteur, il cuore della produzione vaccini nel Medio Oriente, e atenei in ogni angolo del Paese, da Urmia a Bushehr. Chi sono i docenti e i ricercatori che abbiamo perso in questo massacro della scienza?
«La perdita umana accademica è incalcolabile. Gli attacchi all’Università del Golfo Persico di Bushehr, all’Università di Urmia o all’Istituto di Ricerca sul Colore hanno spento menti brillanti. Tra le vittime figurano eccellenze come il Professor Ahmadreza Jalali, esperto di medicina delle catastrofi, e la Dottoressa Maryam Sharifi, ricercatrice di punta nelle nanotecnologie. Ma il dolore colpisce ovunque: dall’Università Payame Noor ai centri di ricerca del Lorestan. Uccidere un professore o colpire l’Istituto Pasteur significa spegnere una luce che avrebbe illuminato migliaia di studenti e salvato vite umane. È un assassinio della curiosità e del metodo scientifico, un tentativo di lasciare l’Iran senza una guida intellettuale e tecnologica.»

A proposito di scolarizzazione, spesso l’Occidente dimentica il ruolo delle donne nel sistema accademico iraniano.
«È l’assurdità più dolorosa. In Iran, le donne rappresentano oltre il 60% degli studenti universitari e una parte fondamentale della classe docente e medica. Colpire le università significa colpire direttamente lo spazio di emancipazione e crescita delle donne iraniane. Le 165 bambine uccise a Minab non erano “danni collaterali”, erano il futuro dell’intelligenza del nostro Paese. È un crimine contro l’umanità che avviene nel XXI secolo sotto gli occhi di una comunità internazionale spesso silente.»

Qual è l’importanza simbolica di colpire luoghi come l’Ashraf Hall o la Teymouri Hall a Isfahan?
«Questi sono luoghi di “bellezza funzionale”. La Ashraf Hall, con le sue decorazioni dorate safavidi, era una sala di ricevimento che parlava di diplomazia e arte. La Teymouri Hall, risalente all’epoca di Tamerlano, era diventata il Museo di Storia Naturale. Bombardarli significa dire che non c’è posto per la diplomazia, né per la scienza naturale, né per la conservazione. È un attacco alla “Civiltà Tre Volte” – quella fisica, quella storica e quella spirituale.»

Dal punto di vista del diritto internazionale, come si configurano questi attacchi?
«La distruzione deliberata di beni culturali e istituzioni educative è un crimine di guerra ai sensi della Convenzione dell’Aia del 1954 e dello Statuto di Roma. Non c’è alcuna giustificazione tattica per bombardare il Castello di Falak-ol-Aflak nel Lorestan o il quartiere storico di Siraf. È memoricidio: il tentativo di cancellare l’identità di un popolo affinché non abbia più nulla in cui riconoscersi.»

Cosa resta oggi, 7 aprile, della speranza di preservare ciò che è rimasto?
«Restano le macerie della Sala degli Specchi e il vuoto lasciato dai colleghi accademici assassinati. Ma la cultura non è solo pietra; è memoria viva. Se distruggono un’aula, la nostra sete di sapere troverà un altro rifugio. Tuttavia, il mondo deve svegliarsi: se permettiamo che la Versailles del Medio Oriente o le università di Teheran vengano cancellate, stiamo accettando che la forza bruta sia superiore alla bellezza e alla scienza. E questo è un fallimento per l’intera razza umana.»
In definitiva, ciò che osserviamo in Iran oltre che una tragica sequenza di esplosioni, rappresenta un assedio sistematico all’anima di una nazione. Colpendo i luoghi del sapere e i simboli della storia, si tenta di azzerare la capacità critica di un popolo e la sua consapevolezza identitaria. È una ferita che non riguarda solo i confini iraniani, ma l’intero patrimonio del sapere universale. Quando si colpisce la sapienza, l’onda d’urto non si ferma alle macerie, ma attraversa i secoli, lasciando il futuro pericolosamente privo di guide. Difendere l’università e il monumento oggi significa, innanzitutto, difendere la nostra stessa capacità di restare umani.

ALLEGATO TECNICO: IL BILANCIO DEL “MEMORICIDIO” (APRILE 2026)
Dati ufficiali del Ministero dei Beni Culturali dell’Iran e delle organizzazioni internazionali di monitoraggio.
Patrimonio Storico e Architettonico
In totale, 160 siti e monumenti storici sono stati colpiti. Nel solo mese di Farvardin 1405 (marzo/aprile 2026), i bombardamenti hanno danneggiato 132 siti in 18 province.
Provincia di Teheran (50 edifici colpiti): Complesso del Palazzo del Golestan: Sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO (danneggiata la Sala degli Specchi); Moschea e Scuola Superiore Shahid Motahhari (Sepahsalar): Uno dei più grandi edifici di epoca Qajar; Gran Bazar di Teheran: Danni alle strutture storiche ed economiche.
Provincia di Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (UNESCO): Distruzione delle vetrate storiche del Palazzo Ali Qapu; Palazzo Chehel Sotoun: Gravi danni strutturali all’edificio di epoca safavide.
Province danneggiate: Khuzestan, Fars, Gilan, Hamadan, Zanjan, Alborz e Lorestan (Castello di Falak-ol-Aflak).

Sistema Accademico e Scientifico
Sono 30 le università e i centri di ricerca colpiti dai raid. L’attacco ha mirato specificamente ai poli di innovazione tecnologica e medica.
Centri di Ricerca Strategici: Istituto Pasteur dell’Iran: Il più grande centro per la produzione di vaccini del Medio Oriente; Cittadella Scientifica e della Ricerca di Isfahan; Istituto di Ricerca Aerospaziale e Istituto di Ricerca sul Colore (Color Research Center).
Atenei coinvolti: Teheran: Università di Scienza e Tecnologia (IUST), Università d’Arte, Università di Tecnologia K. N. Toosi, Università Shahid Rajaee, Università Islamica Enqelab; Isfahan: Università di Tecnologia (IUT) e Università d’Arte di Isfahan; Province: Università di Urmia e Tecnologia di Urmia, Università del Golfo Persico (Bushehr), Università di Hormozgan, Università Payame Noor di Divandarreh e Centri Superiori del Lorestan.
Nota dell’UNESCO: L’organizzazione ha confermato il danneggiamento di molteplici siti inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale, esortando tutte le parti a garantire la protezione immediata dei luoghi della cultura e della conoscenza, in conformità con la Convenzione dell’Aia del 1954.

Le foto sono del fotografo Sergio Pessolano scattate in Iran circa 30 anni fa quando il patrimonio monumentale era intatto
GALLERIA FOTO SERGIO PESSOLANO SU IRAN
